Una corona di rose bianche, l’abbraccio di chi ricorda il sorriso di Chiara com’era diciannove anni fa. «Siamo qui per lei e per i suoi genitori, ci auguriamo che ritrovino presto un po’ di serenità in tutto questo frastuono», la speranza di un’amica.

    Il 13 agosto 2007 Chiara Poggi veniva uccisa nella villetta di via Pascoli a Garlasco e, come ogni anno, nella parrocchia della Beata Vergine Assunta il papà Giuseppe e la mamma Rita Preda la commemorano con una messa. Siedono uno accanto all’altro su una panca al centro della chiesa, circondati dall’affetto di chi gli vuole bene e rispetta la loro riservatezza. «Vogliamo ricordarla da soli e in silenzio, raccolti tra noi come abbiamo sempre fatto», il desiderio espresso dalla madre. E così è stato.

    Ieri mattina sono andati insieme al cimitero di Pieve Albignola sulla tomba di Chiara, poco dopo le cinque e mezza del pomeriggio hanno varcato il portone della chiesa. Non c’è il figlio Marco, che da anni si è trasferito a Mestre per lavoro, assenti anche le gemelle Cappa, cugine della vittima. Stringono mani, il conforto della comunità è un approdo sicuro.

    «Esagerate nell’amore», l’esortazione del parroco, don Mauro Bertoglio, nella sua omelia. «Le relazioni autentiche, l’amore, la costruzione di ciò che resta per l’eternità in un mondo saturo di parole vuote e false è l’essenziale. La testimonianza più bella deve essere la nostra vita». Il male c’è, «ma la radice della cecità sta nell’ostinazione a restare nel male».

    La vita di Chiara si è spezzata a ventisei anni e da allora la verità sulla sua morte è un groviglio tra passato e presente: la condanna definitiva di Alberto Stasi, ormai prossimo al fine pena, e un anno e mezzo di inchiesta su Andrea Sempio che, secondo la Procura di Pavia, è l’assassino. Indagini che hanno minato profondamente la serenità dei Poggi, la porta che credevano chiusa si è riaperta su quella che i pm ritengono la verità: l’amico di Marco Poggi era ossessionato da Chiara, l’ha uccisa per il rifiuto a un suo approccio sessuale.

    Per l’accusa le prove fondanti sono i riscontri scientifici, il dna sotto le unghie della vittima compatibile con il profilo genetico dell’indagato e l’impronta palmare sul muro della scala della cantina che lo colloca sul luogo del delitto. Il 28 settembre è il termine ultimo per la chiusura delle indagini preliminari, per Sempio si profila un processo. La sua vita è appesa a un filo, ha cercato di mantenere una normalità che ora gli sfugge di mano.

    Il 31 agosto perderà il posto, il gestore del negozio di telefonia licenzierà lui e altri tre colleghi per un cambio di gestione. Il commesso trentottenne spera di essere riassunto, ma la sua presenza dietro il bancone e l’attenzione puntata su di lui potrebbe essere giudicata negativamente come già avvenuto mesi fa quanto il locatario dell’appartamento in affitto a Voghera non gli ha rinnovato il contratto. Troppo clamore e giornalisti appostati, i coinquilini non gradivano.

    È tornato a vivere in via Canova, con il padre Giuseppe e la mamma Daniela Ferrari dimessa dall’ospedale due settimane fa a seguito di un’overdose da barbiturici. Niente vacanze per lui, i permessi fin qui accumulati non consentono ulteriori assenze dal negozio, e sporadiche serate con gli amici.

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    La priorità

    Quanto a Stasi, lasciando il carcere di Bollate ha preannunciato che non sarebbe tornato a Garlasco e non lo farà nemmeno in queste settimane di chiusura dell’ufficio in centro a Milano dove lavora dal 2023. L’unico obbligo imposto dai giudici di Sorveglianza, oltre al rientro nel suo appartamento nelle ore notturne, è non uscire dai confini della Lombardia, ma la sua priorità è un’altra: continuare a studiare gli atti in vista della revisione del processo. L’istanza è al vaglio della Procura generale di Milano, a seguito del deposito dei faldoni da parte dei pm di Pavia, quella della difesa è prevista per l’autunno.


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