Dalla candidatura di Baka alla chiusura dell’Ufficio per la sovranità, dai media agli appalti e ai fondi Ue: Tisza sta demolendo l’architettura costruita in sedici anni di governo Fidesz. Ma le scorciatoie costituzionali di Magyar preoccupano anche chi ha combattuto l’era illiberale.
(Foto: Péter Magyar, premier Ungheria).
András Baka, ex presidente della Corte Suprema, dovrebbe entrare nel palazzo presidenziale di Budapest dalla porta che l’ex primo ministro Viktor Orbán gli aveva chiuso quindici anni fa. Estromesso anticipatamente nel 2012 dopo avere criticato le riforme della giustizia di Fidesz e poi vincitore a Strasburgo contro lo Stato ungherese, Baka è il candidato scelto dal partito di governo Tisza per la presidenza della Repubblica. Il voto parlamentare è previsto per l’11 agosto. Con 141 deputati su 199, la maggioranza del primo ministro Péter Magyar possiede da sola i due terzi necessari per eleggerlo.
A maggio Magyar ha ereditato un Paese nel quale Orbán, al governo ininterrottamente dal 2010, aveva ridisegnato le regole, distribuito incarichi con mandati lunghi, costruito un sistema mediatico favorevole al governo, trasferito patrimonio pubblico a fondazioni e indebolito i contrappesi. Tisza ha promesso di smontare quella costruzione. In meno di tre mesi ha cominciato a farlo con una velocità che inquieta anche alcuni osservatori dell’erosione democratica sotto Orbán.
La definizione più severa non arriva dagli avversari politici di Fidesz. Il V-Dem Institute, nel Democracy Report 2026, classifica l’Ungheria come autocrazia elettorale dal 2018. Il Parlamento europeo aveva già parlato nel 2022 di un regime ibrido di autocrazia elettorale: le elezioni sono rimaste competitive mentre l’ambiente istituzionale e mediatico è diventato progressivamente meno equilibrato.
Orbán aveva potuto procedere soprattutto grazie alle maggioranze dei due terzi ottenute da Fidesz. La Legge fondamentale entrata in vigore nel 2012 e una successione di leggi cardinali hanno consentito di incidere sulla Corte costituzionale, sul sistema giudiziario, sull’informazione, sulle autorità indipendenti e sulle regole elettorali. Il progetto “Cemented”, curato dall’Hungarian Helsinki Committee, ha calcolato alla vigilia del cambio di governo che, tra 33 titolari di incarichi pubblici strategici esaminati, 32 avrebbero potuto restare al loro posto per almeno altri due anni e 16 per almeno cinque.
È questo il muro contro il quale Magyar si è trovato dopo la vittoria del 12 aprile, quando Tisza ha ottenuto il 53,18% dei voti di lista e 141 seggi. Il paradosso: per rimuovere i meccanismi creati grazie ai due terzi, il nuovo premier dispone degli stessi due terzi. Può modificare la Costituzione, abbreviare mandati e riscrivere procedure.
Una delle prime mosse è stata la limitazione a otto anni complessivi della permanenza alla guida del governo. La norma, applicata ai mandati successivi al 1990, impedisce a Orbán di tornare premier. Nello stesso pacchetto Tisza ha aperto la strada alla soppressione dell’Ufficio per la protezione della sovranità, creato nel 2023 e accusato da organizzazioni per i diritti civili e dalla Commissione europea di fare pressione su giornalisti, associazioni e oppositori attraverso indagini sui presunti interessi stranieri. L’ufficio è stato poi abolito a luglio.
Magyar ha inoltre avviato il recupero dei diritti dello Stato sulle fondazioni di interesse pubblico alle quali i governi Orbán avevano affidato università e ingenti patrimoni. L’Unione europea aveva congelato fondi destinati a quegli atenei per i rischi di conflitto d’interessi. La Commissione registra ora la progressiva dissoluzione di questi enti.
Anche la televisione pubblica è stata investita dalla ristrutturazione. A luglio il telegiornale della rete M1 e le notizie di Kossuth Radio sono stati temporaneamente sospesi durante una riorganizzazione presentata come necessaria per restituire indipendenza e credibilità al servizio pubblico. Sotto Orbán, una larga parte del sistema mediatico era finita nell’orbita di Fidesz, mentre la pubblicità statale era diventata una leva economica. Nel World Press Freedom Index 2026 di Reporter senza frontiere l’Ungheria è al 74° posto, contro il 23° del 2010.
Qui il confine fra riparazione e conquista degli apparati diventa sottile. Gábor Polyák, professore di diritto dei media e comunicazione all’Università Eötvös Loránd, ha indicato nella ricostruzione della fiducia la difficoltà principale: non basta cambiare i dirigenti, occorre un servizio pubblico trasparente e sottratto alla dipendenza dal governo di turno. La Commissione europea riconosce progressi nelle regole di nomina dell’autorità dei media e nella riforma del servizio pubblico, ma segnala che la pubblicità statale rimane un problema. Secondo i dati richiamati da Bruxelles, pesa per oltre il 30% del mercato pubblicitario e costituisce fino al 75-80% delle entrate della Central European Press and Media Foundation (Kesma), che riunisce media filo-Fidesz.
La “de-orbanizzazione” ha poi imboccato il terreno più esplosivo: il denaro. Il Parlamento ha approvato il 28 luglio l’istituzione dell’Ufficio nazionale per il recupero e la protezione dei beni, incaricato di indagare sulla gestione di patrimoni pubblici e di recuperare quelli eventualmente trasferiti in modo illecito. Il primo progetto aveva suscitato obiezioni per l’ampiezza dei poteri attribuiti all’organismo. Il 6 agosto Lydia Gall, ricercatrice senior di Human Rights Watch per l’Europa, ha riconosciuto che il testo definitivo ha aggiunto garanzie importanti, compreso il controllo giudiziario sulle misure che limitano diritti individuali. È un caso nel quale le critiche della società civile hanno modificato la riforma prima della sua applicazione.
Il sistema Orbán aveva anche una dimensione economica. Un’analisi Reuters del 2 agosto descrive società cresciute negli anni di Fidesz che stanno ridimensionando o diversificando le attività mentre viene meno la centralità dei grandi contratti pubblici. Gruppi quotati considerati politicamente esposti, fra cui Opus Global e 4iG, hanno registrato forti ribassi dopo il cambio di governo: la revisione degli appalti sta modificando anche l’equilibrio fra Stato e capitalismo nazionale.
Il rapporto 2026 dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) fotografa l’eredità lasciata al nuovo governo. L’Ungheria disponeva formalmente di molte norme anticorruzione, ma mostrava un divario ampio tra regole e applicazione: nell’area del lobbying soddisfaceva il 20% dei criteri normativi analizzati e nessuno di quelli relativi alla pratica; sui conflitti d’interesse il rapporto era 78% contro 33%; sull’integrità giudiziaria 88% contro 32%. Sono dati riferiti soprattutto alla fase precedente al cambio di governo, quindi una base di partenza, non una valutazione dell’operato di Magyar.
Sul fronte europeo la rottura con Orbán è stata altrettanto rapida. Budapest ha deciso di aderire alla Procura europea (Eppo, European Public Prosecutor’s Office), organismo che indaga sui reati contro gli interessi finanziari dell’Unione. Bruxelles ha risposto sbloccando 16,4 miliardi di euro tra fondi di coesione e risorse del NextGenerationEU, con una quota ancora legata al completamento di ulteriori riforme.
La Commissione europea, però, non ha certificato una normalizzazione già compiuta. Nel Rapporto 2026 sullo Stato di diritto parla di uno “sforzo intenso di riforma” del nuovo governo, ma mantiene una lista consistente di fragilità. La percezione dell’indipendenza della magistratura resta bassa: soltanto il 31% dei cittadini e il 33% delle imprese la giudicano abbastanza o molto buona. Bruxelles segnala ancora problemi nella distribuzione trasparente dei procedimenti, nella struttura gerarchica della procura, nei controlli sul lobbying e nelle “porte girevoli” fra politica e interessi privati. Sulla corruzione ad alto livello manca ancora una solida serie di risultati giudiziari.
È sulla giustizia che la candidatura di Baka acquista un significato più profondo del normale avvicendamento alla presidenza. Eletto presidente della Corte Suprema nel 2009, dopo diciassette anni da giudice alla Corte europea dei diritti dell’uomo, Baka contestò pubblicamente diverse riforme di Fidesz. Con la trasformazione della Corte Suprema nella Kúria, il suo mandato terminò il 1° gennaio 2012, tre anni e mezzo prima della scadenza. Nel 2016 la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo stabilì che l’Ungheria aveva violato sia il suo diritto di accesso a un tribunale sia la libertà di espressione, rilevando il rapporto fra le sue critiche e la cessazione anticipata dell’incarico e l’effetto intimidatorio sugli altri magistrati.
Il ritorno di Baka al vertice dello Stato è una potente inversione simbolica. Ma la procedura che lo porta lì espone Magyar alla critica più insidiosa. Per liberare il posto, la sua maggioranza ha approvato una modifica costituzionale che ha interrotto anticipatamente il mandato del presidente Tamás Sulyok, eletto nel 2024 con i voti di Fidesz. La stessa revisione ha fissato a dodici anni il limite per i mandati parlamentari e a 70 anni l’età massima dei giudici costituzionali, provocando anche l’uscita di Péter Polt, ex procuratore generale e presidente della Corte costituzionale. Sulyok l’ha criticata come dannosa per lo Stato di diritto. Fidesz contesta l’intera operazione come una sostituzione politica delle élite e Orbán ha definito la rimozione di Sulyok una forma di tirannia.
Human Rights Watch ha riconosciuto al nuovo governo il mandato di correggere la deformazione istituzionale costruita negli anni precedenti, ma ha contestato il metodo. Benjamin Ward, vicedirettore per Europa e Asia centrale dell’organizzazione, ha osservato che il ripristino dello Stato di diritto richiede procedure corrette e una consultazione autentica, anche quando si interviene su istituzioni occupate politicamente. Per la revisione costituzionale che ha fatto decadere Sulyok, la consultazione pubblica è durata appena cinque giorni.
Péter Krekó, direttore del think tank Political Capital, ha spiegato a El País che molte modifiche sono giustificate dalla necessità di smantellare quello che definisce lo “Stato di Fidesz” e che non si può trattare automaticamente ogni organismo ereditato come un neutrale custode della democrazia costituzionale. Allo stesso tempo ha richiamato l’attenzione sull’uso, da parte della nuova maggioranza, di proposte presentate da singoli parlamentari per accelerare l’iter e aggirare alcuni passaggi di controllo: una tecnica utilizzata largamente da Fidesz.
Jakub Jaraczewski, coordinatore della ricerca di Democracy Reporting International, vede nella velocità il pericolo principale. Se un premier dotato di due terzi dei seggi si abitua a governare senza discussione, ha osservato, “gli unici limiti sono quelli che impone a se stesso”. Edit Zgut-Przybylska, ricercatrice dell’Accademia polacca delle scienze, insiste invece sulla dimensione partecipativa: la ricostruzione democratica deve riportare associazioni, professioni, esperti e cittadini dentro il processo decisionale. Il tema tornerà con la nuova Costituzione annunciata da Magyar per l’autunno.
L’Ufficio per la protezione della sovranità non esiste più, i media pubblici sono in ristrutturazione, l’Eppo è entrata in campo e una parte dei fondi europei congelati è tornata disponibile. Ma l’architettura ereditata da Orbán non coincideva con i nomi delle persone che la occupavano: era fatta di regole capaci di trasformare una maggioranza politica in un vantaggio duraturo.
Un nodo rimane fuori dalle riforme varate finora: la legge elettorale. Il sistema ungherese ridisegnato negli anni di Fidesz può amplificare fortemente la vittoria del primo partito e trasformarla in una maggioranza dei due terzi. Nel 2026 ne ha beneficiato Magyar. Zsuzsanna Végh, analista del German Marshall Fund, ha osservato che il tetto di dodici anni per i parlamentari avrebbe dovuto essere discusso nell’ambito di una riforma elettorale anziché fissato nella Costituzione. Magyar, finora, ha dato poche indicazioni su una revisione profonda. Tisza continua così a governare con il meccanismo che ha trasformato il 53,18% dei voti di lista nel 70,85% dei seggi: riformarlo significherebbe rinunciare volontariamente a una parte del vantaggio che oggi usa per smontare l’eredità di Orbán.
