Alzi la mano chi aspetta agosto per spegnere il telefono e godersi il rumore delle onde, intento nella lettura che ha dovuto posticipare durante l’anno a causa del lavoro. Ebbene, anche quest’anno è cosa ardua ritagliarsi un momento per sé in quel condominio orizzontale che è lo stabilimento balneare – ammesso che lo abbiate scelto come luogo di relax.
Poiché, che siate in un’area protetta dell’Adriatico o in un paesino di montagna all’interno di un parco nazionale, non potete fuggire ai tormentoni che, proprio per la loro viralità, arrivano prima o poi a infestare tutti, e in maniera omogenea.
Fedele alla massima di Sun Tzu «conosci il tuo nemico», ecco per voi una lista delle hit che potreste ascoltare o alle quali potrete essere chiamati a esprimere un’opinione durante una normale giornata al mare, o scrollando l’immancabile telefono ribollente di litio sotto un qualsiasi ombrellone. Forse è proprio lì, accanto a voi.

Odissea
L’ultima fatica di Christopher Nolan è già riuscita nell’impresa più difficile: trasformare un poema di tremila anni in un argomento da ombrellone. In spiaggia si discute di Ulisse con la stessa competenza con cui a dicembre si discuteva di panettoni artigianali.
Naturalmente il film è un colossal. E, come tutti i colossal americani, è soprattutto sticky: vi resterà addosso più della sabbia, della crema solare e dello spray antizanzare messi insieme.
Per evitarlo, esiste un antidoto nazionale: presentarsi in spiaggia con Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo. Non serve leggerlo davvero. È sufficiente tenerlo in mano. Dopo dieci minuti qualcuno vi chiederà se Nolan abbia tradito lo spirito omerico e da lì potrete inaugurare la vostra personale conferenza contro l’industria culturale occidentale.
La differenza, del resto, è semplice: al cinema spendete dodici euro per vedere un’epopea; con un romanzo di milleduecento pagine ottenete lo stesso effetto direttamente sulla cervicale. Provare per credere.
Odissea (The Odyssey), 2026
Laura Pausini impossessata dal demonio
È stato calcolato che la Nimbus 2000, la scopa magica usata da Harry Potter, viaggiasse a una velocità di 240 km all’ora.
Ammesso che la si trovi sul mercato e che sia disponibile, da New York si potrebbe raggiungere Clarksdale, luogo del famoso incrocio dove si può vendere l’anima al diavolo, in 6 ore e 52 minuti. Quattordici ore – se si escludono una pausa per il bagno e un caffè – è il tempo che quindi avrebbe impiegato Laura Pausini per concludere l’affare con il re delle tenebre e presentarsi alla cerimonia finale dei Mondiali di calcio 2026, suggellando il patto con la frase: «Se il diavolo arriva, non lo faremo aspettare».
Se tutto ciò fosse vero, correrei subito ad ascoltare ogni sua canzone al contrario e, piuttosto che domandarmi come sia potuto accadere, mi chiederei perché non sia successo prima.
Eppure un altro dubbio mi assilla: se musicisti come Eric Clapton e Niccolò Paganini potevano vendere l’anima al diavolo in cambio di un dono, la Pausini che cosa avrà chiesto esattamente in cambio?
In borraccia
C’è qualcosa di più visibile del patch ai glutei lanciato da Elettra Lamborghini: la borraccia da due litri. Ognuna di un colore diverso, con una firma diversa, una vernice diversa, ma tutte contenenti la stessa identica cosa: acqua.
Quell’ingombrante tubo che penzola dalle borse dei bagnanti o sporge dagli zaini Quechua non serve soltanto a idratare. È lì per insinuarvi un dubbio, se non addirittura un rimorso: starò bevendo abbastanza?

La capacità della borraccia è direttamente proporzionale al senso di colpa di chi la guarda. Più aumenta il volume del contenitore, più cresce la convinzione che l’idratazione sia una virtù morale di cui siamo colpevolmente rimasti a secco.
Se questo caldo torrido dovesse farvi arrossire per non aver ancora raggiunto il vostro obiettivo giornaliero di liquidi, niente panico. Entrate nel primo bar, fate finta di essere un boomer e chiedete un bicchiere d’acqua del rubinetto. Rigorosamente monodose.
Uscirete reidratati. E soprattutto sollevati dall’idea che anche per bere acqua serva una pianificazione, o peggio ancora, un’app.
Labubu
Il capitalismo ha finalmente risolto l’ennesimo problema che nessuno aveva: convincere la gente a spendere decine di euro per un pupazzo da appendere alla borsa.
Il Labubu prende piede in silenzio. Si rintana nelle borse, si aggrappa ai telefoni, si allaccia agli zaini in cerca di cibo e di affetto. Nel giro di poche settimane colonizza spiagge, treni, aeroporti e aperitivi con la naturalezza di una specie invasiva.
Non è un portachiavi, perché le chiavi non le porta. Non è un giocattolo, perché nessuno ammetterebbe di giocarci. Non è nemmeno un’opera d’arte, benché venga esposto con la stessa cura. È semplicemente un Labubu: un oggetto il cui valore aumenta in proporzione alla difficoltà di trovargli un valore.

La genialità dell’operazione non sta nel pupazzo, ma nella sua distribuzione. Si acquista in una blind box: una scatola chiusa nella quale non si sa quale personaggio si troverà. È lo stesso principio delle figurine, delle sorprese negli ovetti e delle lotterie di paese, con una sola differenza: questa volta il cliente è un adulto con carta di credito.
Il Labubu risveglia la nostalgia di un’infanzia che molti avevano già vissuto e riempie il vuoto lasciato dalla foto con la scimmia, vero e proprio must degli anni Novanta e fonte di numerosi traumi.
Il Labubu, invece, con la sua espressione serafica a metà tra un bradipo e Winnie the Pooh, ci ricorda che nonostante tutto, il passato è sempre più affascinante di come ce lo ricordiamo.
E in Albania?
L’Albania è il fenomeno turistico dell’estate 2026. Dopo anni passati a cercare mete ancora sconosciute, gli italiani hanno finalmente trovato un luogo che sembrava non essere stato ancora completamente trasformato dal turismo. Naturalmente il problema è che lo hanno trovato tutti nello stesso momento.
Il Paese si piazza ormai tra le destinazioni estere più amate dagli italiani, dietro alle grandi mete mediterranee come Grecia e Spagna. Un successo forse favorito anche dal clima politico internazionale: se da una parte il Mediterraneo occidentale sembra complicarsi, dall’altra l’altra sponda dell’Adriatico offre ancora quella rassicurante sensazione di fuga.
E in Albania? Frontiere abbastanza semplici, nessuna grande crisi diplomatica, due popoli uniti storicamente anche da qualche traffico poco romantico e quella piacevole illusione di essere esploratori, nonostante le migliaia di video su TikTok che spiegano esattamente dove andare, dove mangiare e quale spiaggia fotografare.

È stato calcolato che una coppia, per sette notti in hotel, volo andata e ritorno e cena al ristorante ogni sera, possa spendere circa 980 euro. Una cifra che ha permesso al turista italiano di porsi una domanda fondamentale: con gli stessi soldi, dove si potrebbe andare in Italia?
La risposta, secondo ChatGPT, è sorprendente: Termoli e Crotone.
Due città che non hanno nulla da invidiare alla nuova frontiera balcanica. Crotone conserva le tracce della Magna Grecia; Termoli mantiene un legame storico e culturale con l’altra sponda dell’Adriatico, quella croata.
Ma il problema è proprio questo: un luogo vicino ed economico non può essere una scoperta. Perché una scoperta, per essere davvero tale, deve permetterci di raccontarla agli altri.
Del resto gli italiani sono rimasti fedeli alla loro antica vocazione: santi, poeti e navigatori. Venuti meno i primi due, è rimasta soltanto la navigazione. Possibilmente verso un posto dove nessuno sia ancora arrivato. O almeno dove nessuno dei nostri amici sia stato taggato.
Digital detox
Ovvero: i tramonti degli altri sono sempre più brutti.
L’estate 2026 consacra la più grande invenzione del nostro tempo: il digital detox.
Già circolano ritiri spirituali e residenze artistiche in contesti di dubbia professionalità, dove la mancanza di acqua calda e corrente elettrica aumenta magicamente il costo del pernottamento invece di insospettire la polizia postale.
In tutto il mondo, milioni di persone sono ormai pronte a lasciare il telefono spento, abbandonare i social e riconnettersi con la natura, a qualsiasi costo.
A patto, naturalmente, di pubblicare una storia per annunciare l’inizio della disconnessione.
Il vero esperto di digital detox non è colui che sparisce dalla rete, ma chi riesce a documentare nel dettaglio la propria assenza. Una foto del telefono spento sulla sabbia, la colazione con l’immancabile yogurt greco, un tramonto fotografato per dimostrare di non essere più interessato alle fotografie dei tramonti, soprattutto a quelli degli altri.

Nascono così vacanze senza notifiche, ma ricche di sospetto. Ritiri immersi nella natura e soggiorni lontani dalla tecnologia vengono vissuti con il dubbio costante che, tutto sommato, la casa senza elettricità della nonna in campagna avrebbe offerto le stesse comodità.
L’unica differenza è che quella non aveva una recensione a cinque stelle e, soprattutto, nessuno avrebbe messo “connessione ritrovata” come didascalia sotto una foto del pollaio.
Perché il vero digital detox non consiste nello sparire dal mondo. Consiste nel far sapere agli altri che ci siamo riusciti.
