Era il 12 aprile 2026 quando Péter Magyar e il suo partito Tisza ponevano fine a sedici anni di governo di Viktor Orbán. La sconfitta di Fidesz segnava una cesura che pochi anni prima sarebbe sembrata difficile da immaginare. A cadere non era soltanto uno dei leader più longevi dell’Unione europea, ma l’uomo attorno al cui sistema di governo si era consolidata l’espressione di «democrazia illiberale». Quattro mesi più tardi, l’11 agosto, il Parlamento di Budapest ha compiuto un altro passo dal forte valore simbolico eleggendo alla presidenza della Repubblica András Baka, già presidente della Corte suprema ungherese e giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo. Baka era stato estromesso anticipatamente dalla guida della magistratura nel 2011, dopo aver criticato alcune delle riforme giudiziarie promosse da Fidesz. La Corte di Strasburgo avrebbe successivamente stabilito che la cessazione anticipata del suo mandato aveva violato la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il ritorno di Baka al vertice dello Stato è quindi difficilmente separabile dalla storia politica dell’era Orbán.
La sua elezione non dimostra tuttavia che sedici anni di sistema illiberale siano stati semplicemente cancellati dalle urne. Semmai mostra il contrario. Magyar ha conquistato il governo, ma ha ereditato un ordinamento nel quale numerose istituzioni di garanzia erano state modellate durante gli anni di Fidesz. La maggioranza dei due terzi ottenuta da Tisza consente ora al nuovo governo di intervenire direttamente sulla legge fondamentale, cioè sul testo costituzionale riscritto e consolidato nell’era precedente. È qui che emerge il primo paradosso della transizione ungherese: per smantellare l’eredità di un sistema costruito sulla centralità della maggioranza parlamentare, Magyar dispone oggi di una maggioranza altrettanto ampia e potenzialmente altrettanto incisiva. La costituzione ungherese richiede infatti i due terzi dell’intera assemblea per modificare la legge fondamentale, mentre è lo stesso Parlamento a eleggere il capo dello Stato.
Da Sulyok a Baka, una presidenza soprattutto simbolica.
Il presidente ungherese non costituisce il centro del potere esecutivo, che rimane nelle mani del primo ministro. Il capo dello Stato possiede tuttavia alcune importanti prerogative di garanzia e la sua identità assume particolare rilievo nei periodi di conflitto istituzionale. Tamás Sulyok, giurista ed ex presidente della Corte costituzionale, era stato eletto nel 2024 dal Parlamento dominato da Fidesz. Dopo la vittoria elettorale, Magyar gli aveva chiesto di lasciare l’incarico, accusandolo di non avere esercitato adeguatamente il ruolo di contrappeso durante l’ultima fase del governo Orbán. Sulyok aveva rifiutato di dimettersi. La nuova maggioranza ha allora scelto una strada assai più controversa: modificare la costituzione. Il diciassettesimo emendamento alla legge fondamentale è stato approvato il 13 luglio con 139 voti favorevoli e sei contrari e ha determinato la cessazione anticipata del mandato presidenziale.
È in questo contesto che va interpretata l’elezione di Baka, scelto l’11 agosto con 140 voti mentre Fidesz boicottava lo scrutinio. Il nuovo presidente entrerà formalmente in carica il 19 agosto. La scelta possiede un’evidente forza simbolica: un magistrato la cui carriera ai vertici della giustizia era stata interrotta dalle trasformazioni istituzionali dell’inizio dell’era Orbán viene chiamato a rappresentare lo Stato dopo la sconfitta politica dello stesso Orbán. Baka ha però cercato immediatamente di sottrarsi alla logica della rivalsa, insistendo sulla necessità di ricomporre una società profondamente polarizzata e di preservare la neutralità della presidenza. Il messaggio è significativo proprio perché il rischio della nuova fase politica è che alla conquista delle istituzioni da parte di Fidesz segua semplicemente una loro riconquista di segno opposto.
Il paradosso della de-orbanizzazione.
È questo il nodo più delicato del nuovo corso ungherese. Magyar sostiene che una reale democratizzazione richieda lo smantellamento delle strutture attraverso le quali Fidesz aveva consolidato il proprio potere. Il problema è stabilire dove finisca la restaurazione delle garanzie democratiche e dove inizi, invece, l’affermazione del potere della nuova maggioranza. La rimozione di Sulyok ne costituisce il caso più evidente. Human Rights Watch ha riconosciuto l’esistenza di un mandato politico per correggere i danni arrecati allo Stato di diritto durante gli anni di Fidesz, ma ha criticato la rapidità delle modifiche costituzionali e l’assenza di adeguate garanzie procedurali. Anche Amnesty International Hungary, pur considerando problematica la permanenza di Sulyok, aveva indicato nell’impeachment una soluzione più coerente con gli standard dello Stato di diritto rispetto a un emendamento costituzionale costruito per interromperne il mandato.
Il rischio, quindi, non è soltanto giuridico. È politico. La de-orbanizzazione può diventare il primo banco di prova della democrazia post-Orbán. Se la logica sarà quella di occupare rapidamente le istituzioni sfruttando la maggioranza dei due terzi, il nuovo governo rischierà di conservare il principio fondamentale del sistema che intende superare: l’idea che una forte legittimazione elettorale autorizzi la maggioranza a rimodellare le istituzioni senza sufficienti contrappesi. Le critiche non provengono soltanto dall’opposizione. A luglio alcune migliaia di persone hanno partecipato a Budapest alla manifestazione sostenuta da Fidesz contro la rimozione di Sulyok, mentre le organizzazioni per i diritti umani hanno sollevato obiezioni procedurali indipendenti da quelle dell’ex partito di governo. La Commissione di Venezia è stata coinvolta nel confronto sulle modifiche costituzionali e la sua presidente Marta Cartabia si è recata a Budapest all’inizio di luglio su invito di Magyar.
Rimane la democrazia dopo l’illiberalismo?
L’elezione di Baka rappresenta un segno di rottura con l’era Orbán. La vittoria di Tisza ha dimostrato che l’alternanza al potere era ancora possibile nonostante sedici anni di progressiva concentrazione istituzionale. Non dimostra però che quell’eredità sia scomparsa. Al contrario, la rapidità con cui la nuova maggioranza sta modificando l’assetto costruito da Fidesz rivela quanto profondamente la competizione politica ungherese sia ormai intrecciata al controllo delle istituzioni.
Il vero test per Magyar sarà perciò meno semplice della sostituzione degli uomini dell’era Orbán. Dovrà dimostrare di essere disposto a limitare anche il proprio potere. La differenza tra una de-orbanizzazione democratica e una semplice inversione dei rapporti di forza dipenderà dalla capacità del nuovo governo di ricostruire istituzioni sufficientemente autonome da poter, un giorno, opporsi anche alla maggioranza che oggi le riforma. In questo senso la scelta di Baka assume un significato che supera le limitate prerogative della presidenza ungherese. Il paradosso della nuova Ungheria è racchiuso proprio nel ritorno di un magistrato allontanato dal vecchio sistema: la fine dell’era Orbán non sarà misurata dal numero dei suoi uomini rimossi, ma dalla capacità di costruire regole che non debbano essere riscritte ogni volta che cambia la maggioranza.
