Lo stabilimento industriale abbandonato Kitrenosis si trova lungo la strada statale che collega le città di Retimo e Candia, sulla costa Nord di Creta. I capannoni, in disuso da anni, si affacciano su una scogliera a picco sul mare. In vari punti del piazzale esterno sono visibili cumuli di oggetti che lasciano intuire una presenza umana di passaggio: abiti scoloriti, caricabatterie rotti, pacchetti di sigarette accartocciati.

    Un cumulo di oggetti delle persone in transito all’esterno dello stabilimento industriale abbandonato Kitrenosis, a Creta © Camilla Donzelli

    Creta non dispone di un sistema di accoglienza dedicato, e Kitrenosis è una delle soluzioni di ripiego a cui le autorità hanno fatto ricorso per far fronte agli arrivi sulle coste meridionali dell’isola. Stando alle notizie riportate dai media locali, l’ultima volta che lo stabilimento è stato utilizzato risale al dicembre 2025, quando ha ospitato oltre 500 persone. Da allora è rimasto vuoto, ma in uno dei capannoni sono ancora visibili le tracce di una sistemazione di fortuna. Lo spazio è privo di finestre, illuminato soltanto da un fascio di luce che penetra attraverso il portone sfondato. Il pavimento è disseminato da avanzi di cibo preconfezionato, bottiglie d’acqua lasciate a metà, materassini da palestra e scatole di cartone appiattite.

    L’interno di Kitrenosis © Camilla Donzelli

    Un report pubblicato a novembre 2025 da Operazione Colomba confermava le condizioni degradanti di Kitrenosis e delle altre strutture temporanee nelle due città principali dell’isola: l’ex polo fieristico Agya, a circa 20 minuti dal centro di La Canea, e la vecchia cella frigorifera all’interno del porto di Candia. In tutti e tre i casi veniva rilevata l’assenza di infrastrutture e beni essenziali quali letti, docce, servizi igienici e abiti puliti, nonché un frequente sovraffollamento e promiscuità forzata.

    A luglio 2026 tutte e tre le strutture sono vuote a causa di un rallentamento degli sbarchi attribuito a condizioni meteo avverse. Ma gli ultimi dati pubblicati dall’organizzazione indipendente Refugee Support Aegean parlano di circa 8.500 persone arrivate a Creta nella prima metà dell’anno: un numero che conferma come la rotta dalla Libia verso l’isola sia ormai consolidata, indipendentemente dalle oscillazioni stagionali.

    La vecchia cella frigorifera all’interno del porto di Candia © Camilla Donzelli

    “Creta è un luogo di arrivo da diverso tempo, non è una novità dell’ultimo anno. Ciò che è cambiato è stata la narrazione politica”, spiega Maria, attivista del collettivo Steki Metanaston di La Canea, che ha chiesto di essere menzionata senza il cognome. Già nel 2023, Refugee Support Aegean osservava infatti un aumento degli arrivi a Creta, denunciando la totale assenza di infrastrutture e procedure di accoglienza adeguate. Nel 2024, la stessa organizzazione riportava un ulteriore incremento degli sbarchi, con oltre 5mila persone approdate sull’isola.

    È nel 2025, tuttavia, che si è registrato un picco in termini di valori assoluti: secondo i dati diffusi da Refugee Support Aegean, le persone sbarcate sulle coste di Creta sono state più di 20mila. È un numero significativo, che ha reso l’isola il punto d’ingresso principale in Grecia, ma che deve essere contestualizzato.

    L’ultimo report pubblicato dall’Asylum information database (Aida), dal Greek council for refugees e dallo European council on refugees and exiles (Ecre) conferma il consolidamento della rotta, ma evidenzia anche una riduzione complessiva degli arrivi: dal 2024 al 2025 si è registrato un calo del 21% su scala nazionale.

    Questo dato è stato completamente ignorato all’interno del discorso politico e mediatico. Al contrario, il numero assoluto di arrivi che sta interessando le coste cretesi è stato utilizzato come leva per la propaganda del governo conservatore di Nuova Democrazia, eletto nel 2019 e oggi al suo secondo mandato.

    “I numeri parlano chiaro: c’è una tendenza alla riduzione negli arrivi. Quello che sta cambiando sono le rotte”, commenta Michalis Markodimitrakis, ricercatore presso la Hellenic Mediterranean University e membro del collettivo Thalassa of Solidarity, attivo a Candia. “Le autorità greche lo sanno, perché questa redistribuzione si sta verificando da oltre due anni, ma hanno deliberatamente deciso di non fare nulla. Perché se non si fa nulla, si può presentare la situazione come una crisi, e in tempi di crisi le misure estreme sono giustificate e incontrano poca opposizione”.

    Nel luglio del 2025, il Parlamento greco ha approvato una misura che sospende per tre mesi l’accettazione delle richieste di asilo avanzate da chi arriva dalle coste nordafricane. La decisione, criticata da molte organizzazioni indipendenti, viene presentata come una risposta diretta all’incremento di sbarchi a Creta, definito dal primo ministro Kyriakos Mitsotakis come “un’emergenza”.

    Questo provvedimento e la sua giustificazione in toni allarmistici arrivano in un momento di snodo politico importante. Il controverso Patto europeo per la migrazione e l’asilo è entrato in vigore il 12 giugno 2026. Come osservato da Human Rights Watch, il Patto introduce meccanismi che inaspriscono la gestione dei flussi migratori e compromettono l’accesso all’asilo: da procedure accelerate di esame delle domande in frontiera, all’estensione della detenzione amministrativa, passando per il ricorso alla cooperazione con Paesi esterni all’Unione per contenere gli arrivi e gestire le deportazioni.

    In questo contesto, già a partire dal 2025 Creta sembra anticipare quelle prassi restrittive e criminalizzanti che il Patto istituzionalizza.

    “Una volta arrivate ad Agya, alle persone venivano subito confiscati i telefoni cellulari”, spiega Maria, che insieme ad altre attiviste ha operato per diverso tempo all’interno della struttura come primo punto di contatto per assistenza legale e interpretariato. “Cominciava poi la cosiddetta ‘indagine preliminare’ da parte della polizia, che nella maggior parte dei casi si svolgeva senza interpreti, utilizzando forme di comunicazione approssimative e senza alcun quadro procedurale garantito. In quel contesto venivano individuate, spesso in modo del tutto arbitrario, le persone accusate di essere trafficanti, che venivano immediatamente separate dal resto del gruppo”.

    Un dettaglio della cancellata di Agya © Camilla Donzelli

    La stessa prassi è stata osservata anche nella vecchia cella frigorifera del porto di Candia. “Le persone qui non hanno il diritto di chiedere asilo, perché le autorità lo impediscono”, spiega Eleftheria Iatraki, parte del collettivo Thalassa of Solidarity. “Vengono solo categorizzate e smistate sulla base di accuse arbitrarie di traffico di esseri umani. Non viene garantito loro nessun tipo di diritto. Non possono nemmeno uscire dalla struttura, sono di fatto detenute”.

    Secondo le informazioni raccolte dai collettivi, le persone che non vengono incriminate sono poi trasferite nei centri di accoglienza sparsi per il resto della Grecia sulla base dei posti disponibili. Ma stando a quanto riferito dalla vicesindaca di La Canea Eleni Zervoudaki, il criterio impiegato segue già da tempo l’approccio arbitrario e restrittivo del Patto, che prevede procedure differenziate per chi proviene da Paesi considerati a basso rischio.

    A Creta, la Guardia costiera si limiterebbe a identificare le persone, rimandando la registrazione della domanda di asilo. Chi proviene da Paesi in guerra, come il Sudan, viene trasferito nelle strutture sulla terraferma per procedere con la registrazione; chi invece proviene da Paesi come il Bangladesh o l’Egitto viene trasferito in centri chiusi sulle isole dell’Egeo.

    Nell’estate del 2025, subito dopo l’entrata in vigore della citata sospensione dell’esame delle domande di asilo, le autorità proibiscono definitivamente a collettivi, avvocati e altre organizzazioni indipendenti di accedere alle strutture temporanee. “Secondo noi c’è una relazione molto chiara con il nuovo Patto”, commenta Maria. “Il governo greco ha celebrato apertamente il nuovo quadro normativo europeo, sostenendo che finalmente l’Unione sta adottando le misure restrittive che la Grecia chiedeva da tempo. Non ci sorprende affatto che, parallelamente all’implementazione di queste politiche, si sia ristretto anche l’accesso indipendente ai luoghi di trattenimento”.

    Le condizioni degradanti di Kitrenosis © Camilla Donzelli

    Il 9 giugno 2026, pochi giorni prima dell’entrata in vigore del Patto, il Parlamento greco ha approvato un pacchetto legislativo che recepisce le nuove misure, ponendo grande enfasi sulla sicurezza delle frontiere attraverso meccanismi di procedure accelerate e deportazioni. “La Grecia ha spinto l’implementazione del Patto verso il peggiore degli scenari”, aggiunge Lefteris Papagiannakis, direttore del Greek Council for Refugees. “È stata creata una realtà soffocante per chi intende chiedere asilo, che nella maggior parte dei casi finisce in detenzione”.

    Papagiannakis spiega che a partire dal fatidico 12 giugno la registrazione delle domande di asilo è ferma. Come confermato anche da Steki Metanaston e Thalassa of Solidarity, il ministero della Migrazione e dell’asilo ha bloccato l’accesso all’apposita piattaforma per via della mancanza di linee guida chiare e di personale dedicato per l’implementazione delle nuove norme. “A Creta il cortocircuito è evidente”, continua il direttore del Greek Council for Refugees. “Le persone vengono arrestate al loro arrivo senza essere registrate come richiedenti asilo, dopodiché vengono trasferite in qualche altra struttura e detenute ancora, perché il sistema è congelato”.

    Nel frattempo, la Commissione europea ha espresso parere positivo su quanto fatto fino ad ora dalla Grecia per implementare il Patto, sottolineando in particolare la prontezza operativa delle autorità nella gestione degli sbarchi a Creta. Una valutazione che sembra misurare il successo di un sistema in base alla velocità con cui blocca le persone, non alla qualità della protezione che offre loro. “È ancora presto per fare una valutazione complessiva degli effetti del Patto -conclude Michalis Markodimitrakis- ma è facile intuire che produrrà più sofferenza e un numero sempre maggiore di persone intrappolate in un limbo”.

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