
La Svizzera si adopererà per coordinare gli sforzi internazionali volti ad aiutare i bambini ucraini espulsi, un approccio in linea con la diplomazia discreta e condotta a porte chiuse tipica della repubblica alpina. (Immagine simbolica).
Virginie Nguyen Hoang / AFP
Il Governo elvetico si è unito a una coalizione internazionale che mira a riportare alle loro famiglie bimbi e bimbe che dall’Ucraina sono stati trasferiti in Russia o nei territori ucraini occupati da Mosca.
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20 agosto 2026 – 08:54
Per due anni è rimasta ai margini dell’iniziativa. Ora la Svizzera è entrata a far parte di un gruppo di Nazioni che cerca di riportare a casa bimbe e bimbi trasferiti in Russia in seguito all’invasione dell’Ucraina nel 2022. Rimangono tuttavia numerosi interrogativi su cosa si possa ottenere e su come la Svizzera possa contribuire.
Secondo i dati riportati sul sito della Commissione europeaCollegamento esterno, dall’inizio della guerra oltre 20’000 creature sarebbero state trasferite illegalmente dall’Ucraina alla Russia o nei territori occupati dalla Russia. Solo poche migliaia sarebbero finora state rimpatriate. I dati provengono da fonti ucraine e sono contestati dalla Russia.

Il presidente russo Vladimir Putin interviene durante la cerimonia di chiusura del concorso nazionale “Bolshaya Peremena”, rivolto agli alunni delle classi dalla quinta alla settima, tenutasi a Krasnojarsk, in Russia, il 3 agosto 2026.
Evgeny Biyatov / Kremlin Pool / Keystone
La Corte penale internazionale dell’Aia ha emesso nel 2023 un mandato di arresto internazionale nei confronti del presidente russo Vladimir Putin, proprio per la vicenda dei bimbi scomparsi.
Che cosa fa la coalizione?
Fondata nel febbraio 2024, la Coalizione Internazionale per il Ritorno dei Bambini UcrainiCollegamento esterno comprende oggi quasi 50 Paesi. Gli sforzi di cittadini sul campo, Stati e organizzazioni umanitarie per riportarli a casa sono iniziati poco dopo l’avvio delle ostilità.
La Svizzera contribuirà a coordinare gli sforzi internazionali sul tema. Un approccio coerente con la tradizione elvetica di una diplomazia discreta, che si fonda su negoziati condotti lontano dai riflettori e che si astiene dal rilasciare dichiarazioni sensazionalistiche.
Nel corso di una riunione della Coalizione a Bruxelles, nel maggio scorso, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha affermato che le priorità del suo Paese sono individuare i bambini deportati, ricostruirne gli spostamenti, favorirne il ritorno in Ucraina e aiutarli a reintegrarsi una volta rientrati in patria.
Perché la Svizzera ne è diventata membro a pieno titolo?
La Svizzera è entrata nella Coalizione all’inizio del 2026, dopo che l’anno precedente entrambe le Camere del Parlamento avevano approvato mozioni che invitavano il Governo a aderirvi come membro effettivo.
Il Paese partecipava già alle riunioni in qualità di osservatore e l’amministrazione federale ha descritto la decisione come la naturale prosecuzione di un impegno già esistente, piuttosto che come un cambiamento significativo in politica estera.
Il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) ha dichiarato che il Governo continuerà a mettere a disposizione la propria esperienza diplomatica e i cosiddetti “buoni uffici”, ruolo attraverso il quale la Svizzera per tradizione agisce come intermediaria discreta e imparziale tra le parti in conflitto. La Confederazione, quindi, sosterrà gli sforzi internazionali per individuare e riportare in Ucraina i bambini. Tuttavia, sono stati forniti pochi dettagli su eventuali suoi nuovi contributi che derivino dal cambiamento di status all’interno della coalizione.
“L’obiettivo principale del progetto è coordinare le diverse iniziative su questo argomento”, ha dichiarato un portavoce del DFAE. Precisando che “ciò include anche la possibilità di mettere in campo nuove iniziative”.
La diplomazione discreta potrebbe essere una soluzione?
Gli sforzi che hanno consentito il ritorno a casa di alcuni bambini hanno coinvolto rappresentanti governativi, gruppi umanitari, organizzazioni locali e persino personalità particolarmente influenti, spesso attraverso contatti informali. Discussioni a livelli meno visibili e lontane dall’attenzione dei media possono inoltre contribuire a superare le rigidità tra le parti in guerra.

Nonostante le minacce, l’ex caporedattore de L’Eco di Mosca, Alexei Venediktov, continua a lavorare come giornalista in Russia.
Thomas Kern / SWI swissinfo.ch
“È molto semplice”, ha detto a Swissinfo Alexei Venediktov, un giornalista coinvolto nelle iniziative per il ritorno dei bambini, quando gli è stato chiesto come valutare il lavoro della coalizione. “Quanti bambini sono riusciti a ricongiungere alle loro famiglie? Quante famiglie hanno identificato? Quanti casi hanno contribuito a risolvere? Questa è la misura del successo. Non le dichiarazioni. Non le conferenze. Non le relazioni scritte”.

Nel 2023, secondo quanto riportato dai media, Roman Abramovich avrebbe contribuito a facilitare il rimpatrio di bambini ucraini attraverso la Turchia e l’Arabia Saudita.
Sergey Bobylev / Kremlin Pool / Keystone
Nel 2023, alcuni articoliCollegamento esterno hanno collegato l’imprenditore russo Roman Abramovich al ritorno di alcuni bambini con operazioni che hanno coinvolto la Turchia e l’Arabia Saudita. Anche il Qatar ha avuto un ruolo nel facilitare alcuni rimpatri.
Piuttosto che affidarsi a un unico canale diplomatico, ogni singolo caso richiede spesso una combinazione di negoziati, contatti umanitari e procedure legali.

Il 30 luglio, la Casa Bianca ha comunicato che altri bambini ucraini e russi sono tornati a casa.
Mark Schiefelbein / Keystone
L’anno scorso, dopo un incontro tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin in Alaska, la First Lady Melania Trump ha dichiarato che otto fra bimbi ucraini e russiCollegamento esterno erano stati ricongiunti alle loro famiglie dopo che lei stessa aveva chiesto al marito di affrontare la questione.
Il 30 luglio, la Casa Bianca ha annunciato con un comunicato stampaCollegamento esterno che altri cinque bambini – fra ucraini e russi – erano tornati a casa. “Quando è stato emesso il mandato di arresto contro Putin, pensavo che tutto si sarebbe fermato”, dice Venediktov, ex direttore della stazione radiofonica Echo of Moscow (L’eco di Mosca), a Swissinfo. “Invece il lavoro è proseguito. Questo mi ha sorpreso positivamente”.
Che cosa hanno fatto finora organizzazioni con sede in Svizzera?
La Svizzera è già coinvolta in diverse iniziative a sostegno dell’infanzia ucraina. Secondo il DFAE, il Paese sostiene da tempo tali sforzi attraverso il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) con sede a Ginevra, mediante assistenza alle autorità ucraine e partecipando al Gruppo di Amici per i Bambini e i Conflitti Armati in Ucraina.
La Svizzera è uno dei sette finanziatori del Partnership Fund for a Resilient Ukraine e il suo programma di riqualificazione delle scuole ha consentito a oltre 17’000 bimbi e bimbe di tornare a frequentare le lezioni.
“La Svizzera […] continuerà a impegnarsi, adattando i suoi sforzi alle esigenze dell’Ucraina e in cooperazione con i partner internazionali”, ha detto il DFAE a Swissinfo.
Perché c’è incertezza sul numero di bambini coinvolti?
Determinare quanti bimbi e bimbe siano coinvolti è complicato a causa del conflitto in corso e le stime variano notevolmente. In parte ciò è dovuto alla “nebbia della guerra”, in parte alle divergenze tra le due parti sul fatto che alcuni minori siano effettivamente scomparsi, vivano con altri parenti dall’altra parte della linea del fronte oppure siano stati trasferiti in Russia contro la loro volontà.
La campagna ucraina Bring Kids Back elenca oltre 20’000 casi di possibile trasferimento forzato, cifra ripresa dalla Commissione europea e da altre istituzioni.
I ricercatori dello Humanitarian Research Lab (HRL) dell’Università di Yale hanno elaborato una stima ancora più elevata, pari ad almeno 35’000 bambini. Anche questo dato, pure contestato dalla Russia, è stato citato dal direttore esecutivo dell’HRL, Nathaniel Raymond, durante un’audizione al Senato degli Stati Uniti.
Il quotidiano ucraino in lingua inglese Kyiv Post ha riportato che Raymond ha definito la cifra una “stima interna” che il laboratorio stava ancora verificando. Ha aggiunto che l’istituto adotta criteri prudenti nella diffusione dei propri dati.
All’estremo opposto, la Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite ha potuto confermare solo 1’205 casi. La Commissione sottolinea che analizza campioni rappresentativi e non ogni singolo caso segnalato, verificandoli sulla base di prove confermate da tre fonti indipendenti. Secondo le Nazioni Unite, chi indaga deve ottenere “evidenze sufficienti e convincenti”, un criterio che potrebbe almeno in parte spiegare la stima decisamente più modesta.
A cura di Tony Barrett/ac
Traduzione di Serena Tinari
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