di
Greta Privitera
Gli Houthi colpiscono un aeroporto saudita. La portaerei Washington sostituisce la LincolnGli Houthi colpiscono un aeroporto saudita. La portaerei Washington sostituisce la Lincoln
DALLA NOSTRA INVIATA
GERUSALEMME – Scott Bessent ci crede davvero, o vuole farlo credere. Ieri, sicuro di avere la soluzione, il segretario al Tesoro Usa ha spiegato ai microfoni di
Cnbc
che «faremo collassare questo regime», quello iraniano, grazie alle sanzioni annunciate mercoledì da Trump contro chi commercia con l’Iran, pensate per isolarlo «su una scala senza precedenti» e tagliare i canali verso i suoi alleati, i proxy. «Avremo le sanzioni più dure della storia. Se applichiamo la massima pressione economica, è probabile che non si arrivi a una ripresa su larga scala delle azioni militari», ha aggiunto.
Bessent, va detto, dopo tanta sicurezza si è improvvisamente fatto cauto con quell’«è probabile». Da Teheran, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha respinto la narrazione americana con un post: «Insistere su politiche fallimentari porterà solo ulteriori sconfitte per gli Stati Uniti». Il suo ministero ha bollato le sanzioni «terrorismo economico» contro la popolazione.
A smentire l’ottimismo di Washington, però, non c’è solo Teheran. Difficile dire se Trump sia in buona fede o reciti una parte, ma sembra non aver ancora imparato una lezione vecchia quanto la Repubblica islamica: la pressione economica da sola non l’ha mai fatta capitolare, tanto meno oggi, con una leadership indurita da mesi di guerra e convinta che cedere segnerebbe la fine del regime. L’Iran resiste alle sanzioni Usa dal 1979, con l’unica tregua nel periodo successivo all’accordo del 2015, stracciato da Trump nel 2018. Lo storico Vali Nasr lo ha spiegato al New York Times: «Non c’è un accordo ragionevole sul tavolo per l’Iran, la scelta è fra la resa totale e continuare a combattere»: continueranno a combattere. È della stessa idea Danny Citrinowicz, analista israeliano: «L’economia della Repubblica islamica è nei guai, ma non collassa. È più probabile che il regime intensifichi la guerra, prima di capitolare».
I segnali vanno in quella direzione. Le Guardie rivoluzionarie minacciano «armi più distruttive» se il conflitto riprendesse: «Useremo armi diverse da quelle del passato». A questo scenario si aggiungono gli Houthi yemeniti che rivendicano due attacchi con droni contro l’aeroporto di Najran, nel sud dell’Arabia Saudita al confine con lo Yemen, e un vicino impianto Aramco, risposta alle incursioni saudite su Saada.
Da Teheran, intanto, sale il tono della controffensiva verbale. «Stiamo monitorando ogni vostra mossa. Qualsiasi altro errore o calcolo sbagliato avrà conseguenze molto più gravi di prima», ha scritto su X Ebrahim Azizi, presidente della commissione Sicurezza nazionale e Politica estera del Parlamento iraniano, rivolto direttamente a Washington. «Ponete fine alla vostra presenza nella regione, prima che sia troppo tardi, e accettate il nuovo ordine regionale dell’Iran», ha aggiunto.
Ancora più duro Ebrahim Rezaei, segretario generale del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale: la «risposta migliore» all’escalation economica di Trump sarebbe «ritirarsi dal Trattato di non proliferazione nucleare», di cui l’Iran fa parte dal 1970, aprendo così, di fatto, alla minaccia del nucleare militare.
In un quadro sempre più teso, mercoledì la portaerei USS George Washington è arrivata in Medio Oriente per il cambio con l’Abraham Lincoln, sfiancata da una missione che dura ormai da quasi nove mesi, due più del limite di sette raccomandato dalla Marina, tra morale a pezzi e tentativi di suicidio dell’equipaggio. Nelle scorse settimane, due marinai si sono gettati in mare e sono stati salvati dai loro compagni. La guerra ha impedito qualunque scalo nei porti «amici». Trump smentisce ogni allarme, dice che nove mesi in mare non sono poi così troppi, soprattutto se si deve combattere la sua battaglia.
20 agosto 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA
