di
Monica Ricci Sargentini
Ankara ha emesso un mandato di arresto internazionale nei confronti del premier israeliano per il caso della Flotilla per Gaza
La Turchia torna a usare l’arma giudiziaria contro Israele e lo fa su un terreno che ad Ankara evoca una delle crisi più profonde nella lunga e tormentata relazione tra i due Paesi: le flottiglie dirette a Gaza. Il ministero della Giustizia turco ha chiesto l’emissione di «red notice» internazionali nei confronti del premier israeliano Benjamin Netanyahu e di Afek Moskovitch, cittadino israeliano coinvolto nell’inchiesta sull’abbordaggio della Global Sumud Flotilla, intercettata dall’Idf la scorsa primavera mentre tentava di raggiungere la Striscia.
La misura è stata annunciata oggi dal ministro della Giustizia Akin Gurlek e fa seguito ai mandati di arresto emessi il 14 luglio dalla magistratura turca nei confronti dei due israeliani, accusati di «genocidio», crimini contro l’umanità, privazione aggravata della libertà, lesioni volontarie, tortura, distruzione e saccheggio di beni e dirottamento di mezzi di trasporto.
Gurlek ha accompagnato l’annuncio con un duro attacco al governo israeliano: «Non accettiamo in alcun modo l’idea che il governo Netanyahu sia intoccabile e impunibile». Ankara, ha aggiunto, utilizzerà «tutte le possibilità offerte dal diritto nazionale e internazionale» perché i responsabili dei presunti crimini commessi a Gaza siano chiamati a risponderne.
Immediata la replica di Netanyahu, che ha definito Erdogan «un dittatore antisemita». «Ha massacrato i curdi, dà ospitalità a terroristi di Hamas, occupa metà di Cipro e imprigiona numeri record di giornalisti e politici che lo contrastano», si legge in una dichiarazione del suo gabinetto. Il premier israeliano ha poi collegato direttamente lo scontro sulla Flotilla alla crescente rivalità tra i due Paesi in Siria: «Ora cerca di estendere la sua aggressione contro Israele in Siria. Israele non lo tollererà». E ha liquidato come «patetico» il tentativo di Erdogan di «intimidire i leader e i soldati di Israele».
La Global Sumud Flotilla, partita inizialmente da Barcellona ad aprile e ripartita il 14 maggio da Marmaris, nel sud della Turchia, con 54 imbarcazioni e oltre 400 attivisti, puntava a rompere il blocco navale israeliano e richiamare l’attenzione sulla situazione umanitaria nella Striscia. Circa 430 persone furono fermate nel Mediterraneo, a ovest di Cipro, trasferite in Israele e detenute nel carcere di Ktziot prima di essere espulsi.
In Italia, Maria Elena Delia, portavoce della Global Sumud Flotilla, ha accolto con favore l’iniziativa turca, sostenendo che possa contribuire a «rompere un’impunità che dura da troppo tempo». «Quello che abbiamo subito — ha aggiunto — attacchi, intercettazioni illegali in acque internazionali, sequestri delle imbarcazioni, arresti e violenze, è grave e deve avere conseguenze sul piano della giustizia internazionale».
L’arresto degli attivisti aveva provocato polemiche anche in Israele. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir aveva pubblicato un video che mostrava alcuni partecipanti alla flottiglia inginocchiati e con le mani legate, suscitando critiche anche all’interno del governo israeliano.
Per Ankara, però, la vicenda ha soprattutto il sapore di un ritorno al passato.
Il precedente inevitabile è quello della Mavi Marmara, la nave turca che il 31 maggio 2010 guidava una flottiglia diretta verso Gaza per tentare di forzare il blocco israeliano. I commando israeliani abbordarono la nave in acque internazionali: nove attivisti turchi morirono negli scontri e un decimo, rimasto gravemente ferito, morì quattro anni più tardi. L’episodio provocò una frattura profonda tra due Paesi che fino ad allora erano stati importanti partner strategici nella regione.
Recep Tayyip Erdogan, allora primo ministro, accusò Israele di «terrorismo di Stato». Ankara richiamò il proprio ambasciatore e ridusse al minimo le relazioni diplomatiche. Per ricucire lo strappo furono necessari sei anni, le scuse di Netanyahu nel 2013 e un accordo che prevedeva il pagamento da parte israeliana di 20 milioni di dollari alle famiglie delle vittime. Le relazioni diplomatiche furono ristabilite nel 2016, per deteriorarsi nuovamente due anni più tardi.
Nel 2022 sembrò aprirsi un’altra stagione: il presidente israeliano Isaac Herzog visitò Ankara e nell’agosto di quell’anno i due governi annunciarono il ritorno degli ambasciatori. Il 7 ottobre 2023 e la guerra di Gaza hanno fatto saltare ancora una volta quel fragile equilibrio. Erdogan ha ripetutamente accusato Israele di genocidio e ha difeso Hamas, mentre la Turchia è intervenuta a sostegno della causa promossa dal Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia.
Alla rottura politica si è aggiunta quella commerciale. Nel maggio 2024 Ankara ha annunciato la sospensione totale delle importazioni e delle esportazioni con Israele, un interscambio che prima della guerra valeva circa sette miliardi di dollari l’anno. Il governo turco sostiene che da allora il commercio diretto sia stato azzerato. Ma la Banca d’Israele ha rilevato che le importazioni di prodotti turchi sono crollate senza scomparire: una parte delle merci ha continuato a raggiungere il mercato israeliano indirettamente, attraverso Paesi terzi e società registrate presso l’Autorità palestinese. Ankara contesta però che questi flussi possano essere considerati commercio con Israele.
È una delle contraddizioni che accompagnano da anni il rapporto tra Erdogan e Israele: durissimo sul piano politico e ideologico, più pragmatico quando entrano in gioco gli interessi economici e strategici.
E oggi il confronto non riguarda più soltanto Gaza. Turchia e Israele si trovano su fronti contrapposti anche in Siria, dove Ankara ha rafforzato la propria influenza e i rapporti con il nuovo governo di Damasco. Proprio questa settimana Israele ha colpito la base aerea siriana di Abu al-Duhur, vicino ad Aleppo, sostenendo che Damasco si preparava a consentirvi un dispiegamento militare turco. Ankara ha respinto l’accusa, mentre Washington cerca di evitare che le tensioni possano trasformarsi in uno scontro diretto.
Nello stesso tempo la Turchia continua a svolgere un ruolo diplomatico nella crisi di Gaza insieme a Egitto e Qatar. Ancora ieri i tre mediatori hanno accusato Israele di mettere a rischio gli sforzi per consolidare il cessate il fuoco e portare avanti il piano di pace americano.
È dentro questo intreccio di rivalità, interessi economici e necessità diplomatiche che arriva la richiesta turca di ricercare Netanyahu a livello internazionale. Sedici anni dopo la Mavi Marmara, un’altra flottiglia per Gaza torna a trasformarsi in un caso giudiziario e diplomatico tra Ankara e Gerusalemme. Con una differenza non da poco: questa volta sul banco degli accusati della magistratura turca c’è direttamente il primo ministro israeliano.
21 agosto 2026 ( modifica il 21 agosto 2026 | 16:54)
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