Roma, 21 agosto 2026 – Occuparsi degli altri, ma solo per espandere la propria influenza. L’utilizzo delle minoranze da parte della Russia è ormai entrato nei manuali di guerra ibrida. L’ultimo caso, solo in ordine temporale, è quello serbo. La poco diplomatica portavoce del ministero degli Esteri, ha dichiarato che la situazione dei serbi in Kosovo “è diventata catastrofica”, chiedendo a “tutti gli organismi internazionali di adottare misure globali per prevenire l’imminente catastrofe umanitaria”. E fin qui, nulla da dire. Se non per qualche piccolo particolare.

La portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova (Ansa)
La strumentalizzazione dei serbi in Kosovo
Partiamo dal dato numerico. I serbi in Kosovo sono il 3,3% della popolazione. Viene da chiedersi perché la Russia attribuisca così tanto peso a numeri che, oggettivamente, non lo meriterebbero. Il motivo è presto detto. Presentandosi come principale protettrice degli interessi serbi e rifiutando di riconoscere l’indipendenza di Pristina, Mosca rafforza il proprio legame con Belgrado e mantiene una leva strategica nei Balcani occidentali. Il tema è particolarmente sentito a che a Bruxelles. L’ultra minoranza serba funge dunque come leva per ritardare o quanto meno complicare il cammino del Paese verso l’Unione Europea, rea, nella visione di Mosca, di integrare una nazione a maggioranza musulmana, senza comprendere i bisogni di una minoranza cristiana. La Russia, dunque, è quella che veramente prende le difese del più deboli, a differenza dell’Occidente. Dal punto di vista della narrazione, è un’arma potentissima.

Il primo ministro del Kosovo Albin Kurti (ImagoE)
Il laboratorio Transnistria in Moldava
È un canovaccio che Mosca applica sapientemente a diverse situazioni. La strategia è sempre la stessa: prendere apparentemente le parti dei più deboli per imporre la propria influenza, diretta o indiretta su un determinato territorio.
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Sotto questo aspetto, la Moldova rappresenta uno dei laboratori più interessanti e importanti, vista la sua posizione geografica. Il caso più evidente è la Transnistria, regione a forte presenza russofona che, durante la dissoluzione dell’Urss, si oppose al governo di Chisinau. Diverso è il caso della Gagauzia, regione autonoma abitata da una popolazione turcofona e cristiano-ortodossa tradizionalmente vicina alla Russia. Qui Mosca non ha alimentato un conflitto armato, ma ha sfruttato le tensioni con Chisinau attraverso propaganda, influenza politica e sostegno alle forze filorusse, soprattutto per contrastare il percorso di integrazione europea della Moldova.
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L’influenza su Ucraina e Georgia, i fastidi in Estonia e Lettonia
Ci sono poi i Paesi dell’ex blocco sovietico, che Mosca considera ancora come territori dove è lecito utilizzare la propria influenza, anche quando questi hanno da tempo avviamo un processo di autodeterminazione. Il caso più drammatico è l’Ucraina. Nel 2014 la difesa dei russofoni fu utilizzata per legittimare l’occupazione e l’annessione, entrambi illegali, della Crimea e per sostenere il separatismo nel Donbas. Negli anni successivi Mosca distribuì passaporti russi agli abitanti delle aree separatiste di Donetsk e Luhansk, fino a utilizzare la loro “protezione” dei russofoni tra le argomentazioni dell’invasione del 2022.
In Georgia, Mosca ha sfruttato i conflitti dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, sostenendo le entità separatiste e distribuendo passaporti russi ai loro abitanti. Nel 2008 la protezione dei propri ‘cittadini’ divenne una delle giustificazioni dell’intervento militare russo. Infine, ci sono le repubbliche baltiche. In Estonia e Lettonia le consistenti comunità russofone sono state soprattutto oggetto di propaganda e operazioni di influenza incentrate su lingua, cittadinanza e memoria storica. Non producono movimenti separatisti, ma infastidiscono la politica locale e questo per Mosca è già molto importante. L’obiettivo finale è riuscire a infastidire anche la politica europea.

