Zelbio (Como), 22 agosto 2026 –  Sarà pure piccino. Con quelle duecento anime (o poco più) che lo rendono il paesino più piccolo della zona. E di sicuro non lo si trova sulle grandi rotte festivaliere. Lì com’è placido nel cuore del Triangolo Lariano, qualche chilometro di curve dalla vita. Eppure fa una certa impressione scorrere gli ospiti di questi primi vent’anni: da qui sono passati tutti. A conferma della natura piuttosto speciale di Zelbio Cult, rassegna di incontri, concerti, pillole drammaturgiche. Dove non si abbassa mai l’attenzione sulla qualità. Anzi. Lo si è visto anche in questa ventesima edizione. Il teatro del paese strapieno ad ogni appuntamento, da Massimo Zamboni dei Cccp/Csi, all’Elsa Morante di Arianna Scommegna. E stasera alle 21 si chiude con Yaryna Grusha, scrittrice e traduttrice ucraina, professoressa in Statale. Sul palco per chiacchierare de “L’album blu“, bel successo Bompiani. Quattro storie, quattro scelte. Fra ricordi di famiglia e l’orizzonte mutevole di un Paese finalmente libero. Appena prima dell’invasione russa.

    Yaryna, come possiamo sintetizzare “L’album blu“?

    “È la ricerca di una casa. Che sia quella di famiglia o i nuovi paesaggi di chi si trasferisce all’estero. Ma è anche la storia di una generazione cresciuta in un’Ucraina libera, uomini e donne i cui percorsi sono comunque stati nel tempo segnati dalle decisioni prese a Mosca: dalle purghe staliniane a Chernobyl, dalle guerre di indipendenza iniziate nel 1991, all’invasione del 24 febbraio 2022. Date che segnano le esistenze dei miei personaggi!.

    Riferimenti?

    “Natalia Ginzburg, in particolare “Lessico famigliare“. E poi Chimamanda Ngozi Adichie, con quel suo modo meraviglioso di raccontare l’Africa; la scrittrice turco-inglese Elif Shafak; la mia amica Victoria Amelina, uccisa nel 2023 in un raid sui civili”.

    Quanto c’è di autobiografico?

    “La protagonista ha i miei tratti e la sua storia è quella della mia famiglia. Gli altri personaggi invece sono inventati. Gli eventi di cui scrivo però sono sempre frutto di una mia testimonianza diretta”.

    Anche lei è parte di quella generazione a cui accennava.

    “È così. Abbiamo fatto in tempo a osservare cosa fosse l’Unione Sovietica, prima del suo dissolversi in quindici Stati indipendenti. Siamo scesi in piazza. E ora la nostra sensibilità è sicuramente molto più vicina all’Europa che alla Russia».

    È stato difficile condividere la propria storia?

    “Ho fatto fatica con il finale, che combacia con l’inizio dell’invasione russa su vasta scala. Tornare indietro di quattro anni ha significato rivivere certe emozioni, ritrovandomi in una ferita ancora aperta. Non a caso l’ho riscritto tre volte, respirando sempre grande cura da parte di Bompiani, la mia casa editrice. Non è stato facile nemmeno concentrarmi su alcune morti, perdi le persone una seconda volta. Ma per altri versi devo dirti che ho vissuto qualcosa di liberatorio. Forse una sensazione che hanno provato anche alcuni lettori, specie quando indago l’immigrazione o temi più universali come l’amicizia e i cuori infranti”.

    L’orizzonte ucraino col tempo può diventare un limite come scrittrice?

    “Mi sento un’autrice italo-ucraina, tanto che scrivo in italiano. Per l’edizione ucraina sto lavorando sul libro come se fosse una vera e propria traduzione. Credo che l’essere a cavallo di due culture sia una forza. Quel trattino in mezzo alle parole lo considero un ponte: per me e per tutto il continente”.

    Come avvicinano la lingua e la letteratura ucraina i suoi ragazzi in Statale?

    “Con grande curiosità. Scoprono un nuovo punto di vista, mettono in discussione le narrazioni ufficiali dei libri russi. Approfondendo storia e cultura, credo che vogliano andare un pizzico più in là dei racconti cronachistici sui giornali”.

    Cosa attendersi nei prossimi mesi?

    “Dopo cinque anni è difficile immaginare con chiarezza cosa sarà domani. Vincerà il bene. Ma la strada è lunga e tortuosa. Mentre ogni giorno sento di amici che si arruolano e non so se li rivedrò mai più”.

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