Medio Oriente e Nord Africa
Israele e Turchia ai ferri corti
Il fragile equilibrio siriano
Il conflitto carsico in corso tra Stati Uniti e Repubblica Islamica dell’Iran sembra non essere più l’unico fattore di destabilizzazione in Medio Oriente. La sempre più crescente inimicizia tra Repubblica di Turchia e Israele (entrambe potenze regionali concorrenti sia in ambito geopolitico che geoeconomico) rischia infatti di alimentare un nuovo possibile focolaio di guerra nella regione.
Questo pericolo non è una novità, come rivelato dai contenuti del cosiddetto Rapporto Nagel, stilato da esperti israeliani nel 2024 per conto del governo del governo dello Stato ebraico. Inizialmente classificato, in seguito declassificato, il documento israeliano indicava la Turchia come uno Stato che ambisce a ottenere una posizione preminente in Medio Oriente.
FOTO – Copertina Rapporto Nagel
L’avvicinamento tra Ankara e il novo regime di Damasco veniva inoltre visto come una minaccia inedita per Israele, soprattutto per quanto concerne la ricostruzione delle capacità militari delle forze armate siriane ad opera delle forze armate turche.
Il Rapporto prevedeva infine la possibilità di cambiamenti drammatici nei rapporti tra Israele e Turchia, anche in virtù della competizione nel settore dell’export di armi. I contenuti del Rapporto Nagel sembrano così confermare quanto paventato dal Presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, nella sua intervista a The Economist del 2019, quando aveva messo in guardia la NATO circa il rischio di uno scontro tra la Turchia e uno Stato mediorientale (in quel caso la Siria di Bashar al-Assad), con il possibile ricorso all’art. 5 dell’Alleanza Atlantica.
I cambiamenti della post Assad
Oggi, il principale nodo del contendere tra la Turchia e lo Stato ebraico è la questione siriana. Ankara ha cospicui interessi nella Siria post Assad che confliggono però con la volontà di proiezione israeliana in quello Stato arabo. A ciò si aggiunga che la Siria rappresenta per la Turchia un territorio fondamentale per il suo retaggio storico-identitario.
Fino al 1973, nel governatorato di Aleppo era infatti ubicata l’exclave turca di Qalʿat Jaʿbar (in turco Caber Kalesi), luogo che secondo la tradizione ospita(va) la Tomba di Süleyman Şah, il fondatore della dinastia turco-ottomana. Il sito archeologico negli anni ha subito due rimozioni e dal 2015 è collocato nella zona di Kobanê, lungo il confine turco-siriano, dopo che il governo di Ankara aveva provveduto, motu proprio, all’evacuazione (come misura temporanea) delle spoglie di Süleyman Şhah, per motivi di sicurezza legati agli eventi della guerra civile siriana, all’epoca ancora in corso di svolgimento.
Lo status di questo importante sito per l’identità nazionale turca è regolato dall’articolo 9 del Trattato di Ankara, firmato tra Francia e Impero Ottomano nel 1921, il cui testo stabilisce che la Tomba
rimarrà, con le sue spettanze, proprietà della Turchia, che potrà nominarne guardiani e potrà impiegare lì la sua bandiera.
La posizione ufficiale della Turchia sembra essere quella secondo cui (anche) la terra attorno alla Tomba debba intendersi come territorio sovrano turco, sebbene la comunità internazionale, compresa la Siria, non abbia, sino ad ora, accolto questa rivendicazione. Anzi, la posizione siriana è quella secondo cui il riposizionamento della Tomba nel 2015 abbia rappresentato una violazione del suddetto Trattato di Ankara.
L’attacco alla base siriana di Abu al-Duhur
Dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, sembrava che turchi e israeliani avessero trovato un modus vivendi, attraverso il rispetto di una ideale linea di demarcazione delle rispettive aree di interesse/influenza in Siria. Questo status quo è venuto meno martedì 19 agosto scorso, quando un raid aereo israeliano (che è stato condannato dall’Inviato Speciale del Presidente Trump per la Siria, Thomas Barrack) ha colpito la base siriana di Abu al-Duhur, ubicata a una settantina circa di chilometri dal confine turco, determinando la formale protesta del governo di Damasco alle Nazioni Unite.
Dal punto di vista israeliano si è trattato di un puro attacco preventivo: l’obiettivo sarebbe stato infatti quello di impedire il dispiegamento di forze militari turche in quella base, circostanza che, secondo il governo del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, avrebbe finito per determinare un’alterazione dell’equilibrio geopolitico nella regione, a discapito degli interessi e della sicurezza dello Stato ebraico.
In questo duello turco-israeliano i contendenti non disdegnano il ricorso a ciò che in gergo si usa definire lawfare: venerdì 21 agosto, infatti, Ankara ha annunciato di avere spiccato un mandato di arresto internazionale per il Primo Ministro israeliano, Netanyahu, in relazione ai fatti della Global Sumud Flotilla, intercettata nel maggio 2026 dalle forze israeliane al largo di Gaza.
La NATO Islamico-Sunnita
Tutto ciò si inserisce in un quadro diplomatico mediorientale in rapida evoluzione, come sembra dimostrare l’accordo trilaterale di mutua cooperazione e difesa tra Riad, Ankara e Islamabad noto come Mecca Joint Defence Agreement, firmato il 7 agosto 2026. Sebbene il testo dell’accordo non sia stato reso pubblico dai rispettivi governi, pur tuttavia, le tre potenze regionali hanno rilasciato una dichiarazione congiunta ufficiale e note ministeriali in cui vengono indicate clausole e meccanismi fondamentali dell’intesa.
L’aspetto maggiormente caratterizzante il testo concerne l’imitazione del principio espresso dall’Articolo 5 della NATO ovvero il rafforzamento della deterrenza collettiva dei tre firmatari, stabilendo che qualsiasi aggressione armata contro uno dei tre Stati firmatari sarà considerato alla stregua di un attacco contro tutte le parti contraenti.
Il Ministero della Difesa turco ha successivamente delineato i tre pilastri operativi regolanti il patto: coordinamento ad alto livello; consultazioni periodiche che coinvolgeranno i ministri degli Esteri e della Difesa delle tre nazioni; esercitazioni militari congiunte anche su larga scala per una maggiore integrazione delle tre forze armate (altro aspetto simile ai meccanismi NATO); infine cooperazione nell’industria della difesa attraverso lo sviluppo e la produzione congiunta di tecnologie militari (con particolare riguardo ai droni turchi e ai sistemi di difesa aerea). Inoltre, la firma alla Mecca, città santa dell’Islam, riviste l’accordo di un’aura fortemente simbolica, tanto che alcuni commentatori hanno subito ribattezzato l’accordo con l’espressione “NATO islamica”.
Una struttura di sicurezza in Medio Oriente
Il Patto della Mecca può – secondo tale lettura – essere interpretato come la risposta alla necessità di creare una struttura di sicurezza in Medio Oriente in grado di agire autonomamente, in una fase geopolitica e geoeconomica in cui gli Stati Uniti risultano fortemente condizionati e distratti dalle crescenti tensioni legate al conflitto con la Repubblica Islamica dell’Iran e dalle minacce che incombono sulle rotte commerciali ed energetiche globali passanti per i due choke-point strategici di Bab el-Mandeb (Mar Rosso) e di Hormuz (Golfo Persico).
In questo senso, l’accordo accresce anche il ruolo dell’Arabia Saudita come player diplomatico nella regione: il regno saudita ospita infatti, a Jeddah, la sede dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, nonché del Gulf Cooperation Council (nella capitale Riad).
Il precedente storico e il significato strategico attuale
Il Patto Meccano trova un precedente storico nel Trattato di Sa‛dābād (noto anche come Intesa orientale o asiatica), che fu un accordo di non aggressione e cooperazione firmato l’8 luglio 1937 nell’omonimo palazzo residenza estiva imperiale a Teheran, da quattro Stati: Turchia, Iran, Iraq e Afghanistan. Anche in quel caso l’obiettivo era quello di contribuire alla stabilità della sicurezza regionale, attraverso la formazione di una alleanza militare o blocco di difesa comune.
Quello di Sa‛dābād fu il primo patto di cooperazione nato fra Stati del Medio Oriente senza l’aiuto di potenze esterne, così come oggi quello della Mecca, che sembra ambire (seppure parzialmente) a glissare il patronaggio diplomatico e militare statunitense sulla regione, che, come dimostrato dal conflitto iraniano, sembra apportare più costi che benefici.
Come quello di Sa‛dābād (che non sopravvisse ai mutamenti del secondo dopoguerra ovvero al passaggio egemonico in Medio Oriente tra Impero Britannico e Impero Americano), tuttavia, anche quello della Mecca, ad una analisi approfondita, sembra presentare, fragilità strutturali. Il Patto Meccano, nella sostanza, mira ad ammonire le 3I: Israele (avversario di Ankara), Iran (avversario di Riad) e India (avversario di Islamabad).
La massima garanzia di deterrenza
L’ombrello nucleare pakistano rappresenta la massima garanzia in fatto di deterrenza, almeno sulla carta. Ciò nonostante, il Pakistan non dispone di una triade nucleare completa, ma unicamente della componente terrestre e aerea. Inoltre il vettore missilistico a medio raggio pakistano Shaheen-III non sarebbe propriamente in grado di raggiungere il territorio israeliano, limitando così la capacità di deterrenza strategica dell’accordo.
Accanto a questi fattori di natura tecnica, esiste inoltre la questione di natura prettamente politica (la quale peraltro sussiste per tutte le alleanze di difesa collettiva, NATO compresa) riguardante la domanda se il Pakistan accetterebbe di subire una rappresaglia nucleare nel caso in cui una delle parti contraenti alleate venisse trascinata in un conflitto con una potenza nucleare, come ad esempio, potrebbe essere il caso di uno scontro diretto tra Turchia e Israele.
Tralasciati gli scenari atomici, il vero test d’efficacia dell’intesa trilaterale potrebbe essere rappresentato, più ancora che dalle frizioni turco-israeliane, dagli attacchi condotti dagli Houthi in territorio saudita dallo Yemen. Non si può dunque escludere che la tenuta del Patto Meccano possa a breve trovare già il suo banco di prova diplomatico.

Si è formato all’Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Milano) conseguendo la laurea magistrale in Storia con indirizzo specialistico storico-religioso. In qualità di studioso di storia delle relazioni internazionali e geopolitica, si è dedicato soprattutto al Medio Oriente pubblicando due studi brevi per i paper digitali curati dalla Fondazione De Gasperi dedicati all’area mediterraneo-mediorientale: Libia: radici storiche di un caso geopolitico (agosto 2016) e Un Califfato improbabile. Genesi e dinamiche storico- contemporanee di Daesh (febbraio 2017). Nel 2017 ha pubblicato il saggio Medio Oriente conteso. Turchi, arabi e sionisti in un conflitto lungo un secolo, con prefazione dell’ambasciatore Bernardino Osio.
