Il Movimento europeo di azione nonviolenta – Mean, una rete di 35 associazioni della società civile, aderisce alla nuova iniziativa di mobilitazione civile europea “Adesso, Odesa” nel cuore dell’Ucraina colpita dall’invasione russa, in programma dal 25 al 28 agosto 2026 a Odessa. Sarà anche un nuovo passo nella proposta che il Mean porta avanti da anni per l’istituzione dei Corpi civili di pace europei – Ccpe, riprendendo l’intuizione lanciata dall’ex parlamentare europeo e attivista Alexander Langer e trasformandola in uno strumento concreto della politica europea di pace.
«L’Europa ha bisogno, accanto alla diplomazia e agli strumenti di difesa e sicurezza, di una capacità civile permanente di intervento nelle aree di crisi: donne e uomini adeguatamente formati per lavorare sul terreno nella prevenzione dei conflitti, nella mediazione, nella tutela dei diritti umani, nella riconciliazione tra comunità e nella ricostruzione del tessuto civile e democratico», si legge in una nota del Mean. «Andiamo a Odessa per sostenere il processo di integrazione nell’Ue dell’Ucraina. I Ccpe possono diventare una vera infrastruttura europea della pace, uno strumento operativo per costruire le condizioni della pace prima, durante e soprattutto dopo i conflitti. Perché costruirla richiede decisioni che oggi nessuno ha ancora preso. Chiediamo che i Corpi civili di pace europei abbiano una linea di bilancio dedicata nel prossimo Quadro finanziario pluriennale, una collocazione istituzionale definita presso il Servizio europeo per l’azione esterna, un percorso di formazione riconosciuto e uno statuto giuridico per chi opera sul terreno. E chiediamo che si parta subito con un nucleo pilota, reclutato insieme alle organizzazioni della società civile europea e operativo entro questa legislatura. Un corpo civile di pace si costruisce come si costruisce qualunque capacità: formando le persone anni prima di averne bisogno. Perché, anche quando le armi tacciono, la pace non nasce automaticamente. Restano città distrutte, comunità divise, traumi, famiglie separate, territori contaminati, istituzioni da ricostruire e fiducia da rigenerare. È esattamente in questo spazio che l’Europa deve imparare a essere presente, accanto agli strumenti di difesa, con una propria forza civile, professionale e non armata. Odessa può diventare uno dei luoghi nei quali iniziare a sperimentare concretamente questa Europa».
Andare a Odessa significa rifiutare due rassegnazioni: quella di chi considera la guerra l’unico linguaggio possibile e quella di chi pensa che basti invocare genericamente la pace “da remoto” senza assumersi la responsabilità di costruirla
Movimento europeo di azione nonviolenta – Mean
Il Mean torna così in Ucraina scegliendo ancora una volta la presenza fisica nei luoghi del conflitto come strumento di solidarietà e azione politica nonviolenta. «Andare a Odessa significa rifiutare due rassegnazioni: quella di chi considera la guerra l’unico linguaggio possibile e quella di chi pensa che basti invocare genericamente la pace “da remoto” senza assumersi la responsabilità di costruirla», si legge ancora nella nota del Movimento. «La nonviolenza non va confusa con la neutralità di fronte all’ingiustizia e neanche con il rifiuto del diritto alla resistenza. È azione, relazione, protezione delle persone, costruzione di legami e ricerca ostinata di vie politiche e diplomatiche capaci di interrompere la spirale della guerra. È stare accanto a chi resiste all’invasione e, nello stesso tempo, lavorare perché le armi possano finalmente tacere. Odesa, città europea affacciata sul Mar Nero e continuamente esposta alla guerra, diventa così il luogo da cui lanciare un messaggio più ampio: l’Europa non può limitarsi a osservare il conflitto da lontano. Deve assumersi la responsabilità di essere una potenza di pace, facendo vivere accanto all’azione delle istituzioni anche la forza della propria società civile».
Credit: la foto d’apertura mostra un gruppo di volontari del Mean, il Movimento europeo di azione nonviolenta nella precedente missione a Kharkiv
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