C’è infatti un contrasto difficile da ignorare.
La Turchia che incontriamo abitualmente nell’informazione internazionale degli ultimi anni è soprattutto quella di Recep Tayyip Erdoğan, dell’AKP, del rapporto sempre più complesso tra Islam e laicità, delle discussioni sulle libertà, della religione tornata ad avere uno spazio importante nella vita pubblica.
Poi si accende una serie televisiva e sembra di essere arrivati in un altro Paese.
Istanbul è moderna, cosmopolita, spesso molto ricca. Le donne lavorano, dirigono aziende, vivono sole, si innamorano, si separano, divorziano. Nelle produzioni sentimentali e urbane il velo è spesso quasi inesistente. Si beve vino, si frequentano locali, le relazioni familiari e sentimentali potrebbero svolgersi a Roma, Madrid o Parigi.
Naturalmente anche questa è una rappresentazione. La Turchia delle serie non è tutta la Turchia, esattamente come non lo è quella raccontata quotidianamente dalla politica.
Ma è proprio qui che il fenomeno diventa interessante.
Gli studiosi che hanno analizzato il successo delle produzioni turche nel mondo arabo hanno utilizzato un’espressione particolarmente efficace: “modernità accessibile”.
Una modernità sufficientemente occidentale da essere desiderabile, ma sufficientemente vicina culturalmente da non apparire estranea.
Ed è probabilmente uno dei segreti dell’enorme successo delle serie turche nelle società arabe e musulmane.
Il messaggio implicito non è: per diventare moderni bisogna diventare occidentali. È qualcosa di molto più sottile: si può appartenere a una società musulmana ed essere contemporaneamente moderni, urbani, benestanti e cosmopoliti.
Un messaggio che nessuna campagna di comunicazione istituzionale riuscirebbe probabilmente a trasmettere con la stessa efficacia.
Quello che era cominciato come un successo regionale è diventato nel frattempo un’industria mondiale.
Le produzioni turche arrivano ormai in quasi 170 Paesi. Secondo le autorità di Ankara, raggiungono circa un miliardo di spettatori abituali e le esportazioni del settore hanno superato il miliardo di dollari.
Ma il valore economico racconta soltanto una parte della storia.
Perché insieme alle serie si esportano Istanbul e il Bosforo, il modo di vestire, il cibo, la musica, alcune parole della lingua, i paesaggi, gli alberghi, i ristoranti. Si esporta, soprattutto, un’immagine del Paese.
E quella immagine produce conseguenze reali. Diverse ricerche hanno rilevato una relazione tra il consumo delle serie turche, l’immagine positiva del Paese e il desiderio di visitarlo. Ci sono spettatori che arrivano a Istanbul cercando i luoghi nei quali sono state girate le storie che hanno seguito per mesi. Lo spettatore diventa turista.
