Ovuli a partire da poche centinaia di euro. Donatrici reclutate tra le giovani studentesse. Cataloghi nei quali alcune caratteristiche fisiche possono rendere un donatore più costoso di un altro. E famiglie che, anni dopo la nascita dei figli, attraverso un test del DNA scoprono che qualcosa potrebbe non essere andato come era stato promesso.
È il lato meno conosciuto del turismo internazionale della fertilità raccontato dalla giornalista Alev Scott in un’inchiesta pubblicata dal Times.
Al centro c’è Cipro del Nord, territorio riconosciuto come Stato soltanto dalla Turchia e diventato negli anni una destinazione importante per chi cerca trattamenti di procreazione assistita all’estero.
La scoperta arrivata con un test del DNA
Il punto più delicato riguarda l’identità dei donatori.
Un’inchiesta della BBC ha raccolto i casi di famiglie che si erano rivolte a cliniche di Cipro del Nord convinte di avere utilizzato ovociti o spermatozoi provenienti dai donatori prospettati durante il trattamento.
Almeno 30 bambini potrebbero invece essere stati concepiti utilizzando gameti di persone differenti.
In 11 casi citati dall’inchiesta, test genetici avrebbero mostrato origini compatibili con la Turchia o con aree vicine, mentre alle famiglie erano stati prospettati donatori dell’Europa occidentale.
Si tratta di accuse e casi oggetto di approfondimento: non possono essere estesi automaticamente a tutte le cliniche dell’isola.
Ma la vicenda pone una domanda difficile da ignorare: quanto può essere sicura una scelta così delicata quando paziente, clinica e donatore si trovano all’interno di sistemi normativi differenti?
Donatori “VIP” e ovuli più costosi
Alev Scott ha visitato le strutture fingendosi prima una potenziale paziente e successivamente una possibile donatrice.
Come cliente, racconta di avere ricevuto profili e fotografie di donne russe, ucraine, kazake, uzbeke, kirghise e turche.
Non tutte avevano lo stesso prezzo.
Secondo quanto ricostruito dalla giornalista, alcune agenzie proponevano categorie di donatrici considerate “VIP”. Capelli biondi, occhi azzurri e un aspetto giudicato particolarmente attraente potevano contribuire ad aumentare il costo.
Gli ovociti delle donatrici locali, invece, potevano essere compresi nel pacchetto offerto dalla clinica.
Poi Scott ha provato a diventare una donatrice
È forse la parte più sorprendente dell’inchiesta.
Presentandosi in una struttura come aspirante donatrice, la giornalista racconta di essersi sentita spiegare un sistema di compensi collegato anche alla quantità di ovociti ottenuti.
La cifra indicata partiva da circa 400 euro per 8-12 ovociti e poteva arrivare a circa 1.400 euro per quantità molto superiori.
Scott riferisce inoltre che molte donatrici locali sono giovani universitarie.
Ed è qui che la questione commerciale diventa anche sanitaria.
Donare ovociti è pericoloso?
La donazione di ovociti è una procedura medica consolidata e non esistono prove che una donazione eseguita correttamente provochi infertilità futura.
Ma non è una procedura priva di rischi.
Per ottenere più ovociti la donna viene sottoposta a stimolazione ovarica e successivamente al prelievo.
Secondo l’American Society for Reproductive Medicine, la forma grave della sindrome da iperstimolazione ovarica è stata stimata intorno all’1-2% per ciclo di prelievo, anche se le tecniche moderne possono ridurne sensibilmente il rischio. Emorragie, infezioni pelviche o torsione ovarica sono invece complicanze rare, stimate complessivamente sotto lo 0,5%.
Proprio per i possibili rischi cumulativi, la società scientifica americana considera prudente non superare sei cicli di stimolazione e prelievo per una stessa donatrice.
Quando la fertilità attraversa le frontiere
Il problema sollevato dall’inchiesta non è la procreazione medicalmente assistita né la donazione di ovociti.
È ciò che può accadere quando un mercato internazionale cresce più velocemente della capacità di garantire regole, controlli e tracciabilità omogenei.
Nel Regno Unito, per esempio, la maggior parte delle persone concepite utilizzando donazioni effettuate dal 1° aprile 2005 può chiedere, una volta compiuti 18 anni, informazioni identificative sul proprio donatore.
Altrove le regole sono diverse.
E c’è un’altra rivoluzione che sta cambiando completamente lo scenario: i test genetici commerciali.
L’anonimato che per decenni sembrava garantito oggi può essere molto più fragile.
Basta un campione di saliva per mettere insieme legami genetici che attraversano Paesi e continenti.
Ed è proprio un test del DNA che, per alcune famiglie, avrebbe fatto emergere la domanda più difficile: chi era davvero il donatore?

Fonti:
The Times, Alev Scott, “The cost of cheap eggs: the fertility market’s dark side”, 24 agosto 2026.
BBC Investigation, casi relativi alle cliniche di fecondazione assistita di Cipro del Nord, ripresi da Euronews, 18 agosto 2026.
Human Fertilisation and Embryology Authority (HFEA), normativa e informazioni sull’identificabilità dei donatori nel Regno Unito.
American Society for Reproductive Medicine (ASRM), Repetitive oocyte donation: a committee opinion, Fertility and Sterility.
