di
Silvia M. C. Senette
Tutto inizia con il Trattato di Saint Germain e l’assegnazione all’Italia del territorio a sud del Brennero, popolato in larga parte da abitanti di lingua tedesca. Il percorso dell’intesa nata 80 anni fa
«Sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me». Quando Alcide De Gasperi prende la parola alla Conferenza di Pace di Parigi, il 10 agosto 1946, parla a nome di un Paese sconfitto che tenta con fatica di rialzare la testa tra le rovine del fascismo e della seconda guerra mondiale. Pochi giorni dopo, il 5 settembre, proprio da quel clima di isolamento, diffidenza e fortissima pressione politica nasce un capolavoro della diplomazia europea del Novecento: l’Accordo De Gasperi-Gruber, destinato a cambiare per sempre il destino delle terre alpine. Oggi quell’intesa, siglata dallo statista trentino e dall’allora ministro degli Esteri austriaco Karl Gruber a margine dei lavori parigini, compie ottant’anni. Un anniversario che coincide con gli 80 anni della Repubblica italiana e che sarà celebrato il 5 settembre alla presenza del Capo dello Stato.
Il Fascismo e l’italianizzazione forzata
Un traguardo istituzionale che invita a ripercorrere la genesi, le debolezze iniziali e i successivi sviluppi di un’Autonomia diventata, con il tempo, un modello mondiale di pacificazione e convivenza. Per comprendere la portata di quell’atto occorre fare un passo indietro di oltre un secolo. Alla fine della Prima guerra mondiale, con il Trattato di Saint-Germain, il crollo dell’impero austro-ungarico porta all’assegnazione all’Italia del territorio a sud del Brennero, popolato in larga prevalenza da abitanti di lingua tedesca. Il ventennio fascista cala poi come una scure su questa realtà: il regime persegue un’aggressiva politica di italianizzazione forzata, cancella la toponomastica locale, vieta l’uso e l’insegnamento del tedesco persino nelle scuole primarie e impone la modifica d’ufficio dei cognomi delle famiglie. A ciò si affiancano una massiccia industrializzazione e l’edificazione di sbarramenti militari come il Vallo alpino.
L’occupazione nazista
Il punto di rottura definitiva si consuma nel 1939 con il drammatico accordo sulle «Opzioni» tra Mussolini e Hitler: i cittadini germanofoni vengono posti di fronte alla tragica scelta tra rimanere in Italia accettando la totale assimilazione o abbandonare la terra natia per trasferirsi nel Terzo Reich. L’occupazione nazista dopo l’8 settembre 1943 e la creazione della Zona d’operazioni delle Prealpi lasceranno ferite sanguinanti, violenze come quelle del lager di Bolzano e profonde spaccature etniche. Nel 1945, a conflitto concluso, l’Austria chiede con forza la restituzione dell’Alto Adige, mentre la popolazione locale invoca l’autodeterminazione. L’Italia democratica, dal canto suo, considera il confine del Brennero un baluardo geografico e politico inamovibile.
Il negoziato di De Gasperi e la tutela delle minoranze
È in questo scenario complesso che si rivela la genialità politica e negoziale di De Gasperi: convincere le potenze vincitrici che la nuova Repubblica è in grado di tutelare integralmente la minoranza senza ritoccare i confini. Non si sposta la linea di demarcazione tra gli Stati, ma si riscrive il rapporto giuridico e politico tra Roma e il territorio. L’Accordo di Parigi, redatto in inglese e accluso come allegato IV al Trattato di Pace del 1947, fissa pilastri chiarissimi: completa eguaglianza di diritti tra i cittadini, ripristino dei cognomi originari, insegnamento primario e secondario nella lingua madre, bilinguismo perfetto nelle pubbliche amministrazioni e nei documenti ufficiali e una proporzionale negli impieghi pubblici per riequilibrare gli uffici. L’Italia si impegna inoltre a rivedere in uno spirito di equità il regime delle Opzioni, consentendo il rientro e il riacquisto della cittadinanza a chi aveva scelto la Germania, e a siglare intese per il libero transito di merci e persone e il reciproco riconoscimento dei titoli di studio con l’Austria.
Il primo Statuto di Autonomia
L’intesa contiene però anche il germe di un lungo e travagliato confronto istituzionale. L’articolo 2 garantisce un potere legislativo ed esecutivo autonomo, formulato tuttavia su base regionale. De Gasperi, uomo di frontiera che era stato deputato al parlamento austriaco prima di guidare l’Italia, immagina una cornice comune che leghi la tutela dei sudtirolesi alle storiche aspirazioni autonomistiche del suo Trentino, espresse in quegli anni da movimenti trasversali come l’Asar. Nel 1948 nasce così il Primo Statuto di Autonomia, che istituisce la Regione Trentino-Alto Adige con capoluogo a Trento. Questa soluzione crea un forte paradosso: l’autonomia regionale sancita nel 1948 racchiude una maggioranza italiana complessiva, facendo sentire la popolazione di lingua tedesca dell’Alto Adige subalterna e priva di un vero autogoverno diretto sul proprio territorio.
Le tensioni e il ricorso all’Onu
Le tensioni accumulate negli anni Cinquanta sfociano nel 1957 nella celebre adunata di Castel Firmiano dove Silvius Magnago, alla guida della Südtiroler Volkspartei, lancia lo slogan «Los von Trient» (via da Trento) per chiedere il passaggio delle competenze dalla Regione alla Provincia di Bolzano. La vertenza si inasprisce negli anni Sessanta con la stagione degli attentati dinamitardi. A quel punto l’Austria, forte del ruolo di potenza tutrice riconosciuto dall’Accordo di Parigi, porta la questione altoatesina davanti all’Assemblea Generale dell’Onu nel 1960. Le risoluzioni delle Nazioni Unite spingono Italia e Austria a un lungo negoziato bilaterale che sfocia nel «Pacchetto» del 1969: un insieme di 137 misure volte a ridefinire le garanzie per la popolazione germanofona.
Le Province protagoniste
Il passaggio fondamentale si concretizza nel 1972 con l’entrata in vigore del Secondo Statuto di Autonomia. La riforma ribalta la prospettiva originaria: la Regione viene spogliata gran parte dei suoi poteri, mentre il cuore dell’autogoverno, assieme a ingenti risorse e competenze legislative e amministrative, si sposta direttamente alle due Province autonome di Trento e di Bolzano. Questo raffinato sistema di tutela e sovranità condivisa troverà il suo definitivo suggello internazionale nel giugno del 1992, quando l’Austria rilascerà alla diplomazia italiana la formale «quietanza liberatoria», dichiarando conclusa la controversia aperta trent’anni prima all’Onu. A distanza di otto decenni, l’Accordo De Gasperi-Gruber ha dimostrato la sua carica profetica e lungimirante, trasformando i confini rigidi della Storia in un laboratorio permanente di autogoverno e convivenza pacifica. Un percorso che ha saputo convertire lo scontro etnico in opportunità straordinaria di sviluppo, democrazia e tutela culturale.
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27 agosto 2026
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