«.. E quando la superficie cerebrale mi appare in tutta la sua magnificenza, chiedo al paziente di suonare, disegnare, raccontare, descrivere immagini. Mentre lui si esprime, io asporto la lesione. Il mio obiettivo è custodire la persona nella sua interezza: la sensibilità, il senso dell’umorismo, la capacità di amare, ricordare, essere».
Christian Brogna è tutto in questa frase. Neurochirurgo specializzato in tumori cerebrali, è tra gli specialisti più noti della awake surgery, la tecnica che permette di operare il cervello mentre il paziente è sveglio. «Una tecnica sicura che preserva le funzioni cognitive, emotive e relazionali che definiscono l’identità di ciascuno di noi».
Ma quella che vi stiamo per raccontare non è la spiegazione di una tecnica se pur straordinaria, ma la storia di uomo che ha visto il nostro cervello da vicino, lo ha studiato, lo ha esplorato nel profondo e ne ha scoperto la meraviglia. «È un’opera d’arte, è la struttura più complessa che esista in natura».
Brogna ha operato al cervello da sveglio un sassofonista, che altri sei neurochirurghi avevano dichiarato inoperabile, perché posizionato in un’area che se danneggiata avrebbe comportato gravi deficit. Invece mentre il dottor Brogna gli asportava quel tumore al cervello, lui era sveglio e suonava Love Story.
Il caso ha avuto un’eco straordinaria in tutto il mondo ed è diventato la storia da cui è nato Awake, il libro scritto con Claudia Zanella (Rizzoli, 2025) che tra divulgazione e tensione narrativa racconta tante storie, compresa quella dello stesso chirurgo.
Medico, ricercatore, filosofo: «La scienza e la medicina non possono essere separate dalla filosofia e dall’arte», Brogna ha pubblicato diversi articoli scientifici, ha vinto premi e riconoscimenti. Di Roma, classe 1980, è tornato in Italia dopo 12 anni all’estero. La passione per la medicina e la chirurgia nasce fin da bambino. «Da piccolo dicevo: “Vorrei fare un lavoro di responsabilità, che unisca umanità e tecnologia avanzatissima, in modo tale che tutte le mie azioni siano a vantaggio di qualcun altro”. E la chirurgia è questo: la puoi fare per mille motivi, passione, ambizione, ego, ma è sempre a vantaggio di qualcun altro».
Si laurea in medicina alla Sapienza di Roma, specializzazione in neurochirurgia. «Sono molto orgoglioso di aver studiato in Italia». Inizia presto a frequentare le sale operatorie, nota un problema e si fa una promessa. «Alcune volte vedevo pazienti entrare in sala operatoria neurologicamente integri ed uscirne lesi. Non riuscivo a tollerare queste menomazioni e mi sono ripromesso che un giorno avrei operato senza danneggiare».
E proprio durante il suo periodo di formazione specialistica scopre la tecnica. «Al terzo anno di specializzazione, sono stato invitato a moderare una sessione di neuro-oncologia a Firenze, durante un congresso internazionale. Si discuteva di avanzamenti tecnologici nel trattamento dei tumori primitivi. Ad un certo punto. ha preso la parola il professor Hugues Duffau di Montpellier. Raccontava di come aveva rivitalizzato una tecnica quasi dimenticata: la chirurgia cerebrale da sveglio. Sessant’anni prima, il neurologo Wilder Penfield aveva già utilizzato questa chirurgia per curare pazienti affetti da epilessia, ma col tempo era stata inspiegabilmente abbandonata».
Finita la relazione, Brogna lo avvicina, inizia a riempirlo di domande fino a che Duffau gli fa una proposta: «Mi disse che lo specializzando che lo affiancava in sala operatoria sarebbe tornato a breve nel suo Paese di origine e che, se avessi voluto, avrei potuto prendere il suo posto per quattro mesi».

Il viaggio intorno al mondo
Brogna coglie immediatamente questa opportunità. Comincia un viaggio lungo 12 anni che lo porterà a studiare dai migliori neurochirurghi. Quattro mesi a Montpellier, un anno a Istanbul, poi in Francia, a Marsiglia, in Sud America, a San Paolo in Brasile, a Vienna. Infine si ferma per sette anni al King’s College Hospital di Londra. E poi finalmente torna. «Sentivo di aver terminato il mio viaggio. C’è una poesia di Kostantinos Kavafis che mi rappresenta: si intitola Itaca». A questo punto Brogna apre il suo libro e legge: «Sempre devi avere in mente Itaca, raggiungerla sia il pensiero costante. Soprattutto non affrettare il viaggio…». Poi chiude il libro e aggiunge: «Noi siamo cervelli in viaggio. Non in fuga».
Lui è partito per cercare mentori. «Volevo degli esempi, capire tutto. È stata dura, durissima. A Istanbul, mi lasciavano seduto su una sedia in sala operatoria, in un angolo, 12 ore al giorno, fermo a guardare. Dovevo osservare in silenzio, senza fare domande. E le risposte provare a cercarmele da solo. Non capivo: perché mi mettete su una sedia? Sono già un neurochirurgo. Ma lì ho capito l’importanza di osservare, ero giovane e ho visto dettagli che, operando, non avrei mai notato». Il professor Yasargil, il chirurgo che ha inventato la microneurochirurgia moderna, turco di origine, dopo aver lavorato a Zurigo e in Arkansas, era tornato per trascorrere l’ultima parte della sua vita a Istanbul. Brogna gli si sedeva vicino e ascoltava ammaliato i commenti di Yasargil sugli interventi.
Storia nella storia. A un certo punto della sua vita, nel 2022, Brogna ha una meningite batterica. Viene ricoverato in ospedale. Entra in coma. «Ero imprigionato dentro di me, ma la mia mente continuava a vivere una vita intensa». Accanto al suo letto due colleghi parlano di un sassofonista con un tumore cerebrale localizzato in un’area particolarmente complessa. «Era la mia expertise, non so come, mentre ero in coma, mi è arrivata questa conversazione. Quando mi sono svegliato ho chiesto di conoscere questa persona, si chiama Giorgio, e di poterla operare…». E così è stato.

E quando lo incontra che cosa succede?
«Lui mi ha chiesto: mi promette che continuerò a suonare? Non sapevo cosa rispondere: il suo tumore era localizzato in un’area che gestiva il movimento di metà del corpo, il linguaggio, l’iniziazione motoria, il movimento coordinato di entrambe le mani, la matematica, la musica, tutto lì in due centimetri quadri. Potevo operare una persona rischiando di toglierle quello che la teneva in vita, la sua passione per la musica? Prima di farlo, devi conoscere il paziente, instaurare una relazione con lui, comprendere in che punto della sua vita si trova, cosa non è disposto a perdere, quali sono le sue passioni, quali sono i suoi valori. Le sue parole, ma anche il suo sguardo, guideranno le mie mani tanto quanto le immagini radiologiche…»
Perché lo sguardo?
«Lo dice la scienza: guardarsi negli occhi permette la sincronizzazione di alcune aree cerebrali, soprattutto quelle frontali, tra le più evolute del nostro cervello. Sono quelle che ci permettono la socialità. Conosci la theory of mind, la teoria della mente? È la capacità di provare a comprendere quello che l’altro sta pensando. Tutto passa dagli occhi. A volte durante un intervento il paziente si stanca, può essere affranto. Basta che io faccia il giro dall’altra parte, rimanendo sterile, lo guardi negli occhi, senza dire una parola. Se quella fiducia che abbiamo costruito prima è forte, immediatamente si tranquillizza e l’intervento può andare avanti».
Immagino che questo richieda una fatica doppia…?
«Tripla, quadrupla. Richiede che io sia molto centrato. In medicina nulla è automatico. La chirurgia, l’atto tecnico, è solo una parte: c’è tutto il resto, c’è un fattore H, un human factor, di una complessità che va oltre qualsiasi immagine…»
E poi arriva il momento di operare. Giorgio è sveglio…
«Ha suonato Love Story e l’Inno di Mameli in sala operatoria con il suo sassofono. Tutti eravamo a conoscenza dello spartito, la neuropsicologa presente era un’esperta di musica, affinché mentre Giorgio suonava, potessimo registrare qualsiasi errore, anche minimo, durante il mappaggio del suo cervello…»
E un errore poteva dirle molto?
«Sì. Quando posizionavo il mio probe elettrico, che emette un’elettricità subliminale sul cervello, e in quel momento esatto lui sbagliava una nota, significava che quella microarea cerebrale era necessaria alla funzione del suonare e non avrei potuto lederla. Sapevo dove non potevo andare e così dovevo cambiare strategia».
Nel libro, lei racconta che prima dell’intervento fa bere ai pazienti una sostanza…
«Serve a localizzare meglio l’estensione del tumore, perché le cellule tumorali, che assumono quella sostanza fluorescente, si illuminano di un rosa intenso, sotto la luce ultravioletta. Durante l’intervento di Giorgio c’erano delle microaree del cervello dove non potevo agire perché funzionali al suonare, cosa che non mi avrebbe permesso di rimuovere tutto il tumore. Quindi dirigevo il mio microscopio in aree limitrofe. Fu straordinario che tornando dopo un’ora di intervento di rimozione della lesione sulle aree che all’inizio erano “inoperabili”, le trovai modificate, le funzioni erano migrate, altri network neuronali le avevano accolte. Come se il cervello, modificandosi, avesse fatto spazio per rimuovere il tumore. Come se sapesse che in quel modo mi avrebbe aiutato. Lo dico sempre: il cervello sa molto più di me e lo sa anche molto prima».
Perché lei ha scelto di essere un chirurgo del cervello?
«Perché ho bisogno di stimoli complessi, e in medicina ciò che mi poteva dare uno stimolo complesso, filosofico, scientifico, procedurale, manuale, tecnologico e umano, era operare ciò che di più sacro abbiamo: il nostro cervello. Che poi è anche il luogo dove le nostre conoscenze hanno ancora dei grandissimi limiti. E c’è quella sensazione di voler scoprire che ti porta avanti e che ti dà meraviglia…»
Qual è la cosa più bella che ha scoperto …?
«Il nostro cervello ha un’architettura meravigliosa. È una vera opera d’arte in tutti i sensi. Solo per imparare la sua anatomia ci vogliono anni e anni di studio. Non sappiamo ancora come un organo costituito da materia, che pesa circa un chilo e mezzo, in realtà produca pensieri, parole, emozioni. E ciò che è ancora più interessante è che ognuno di noi abbia coscienza di tutto questo. Dovremmo riflettere sul fatto che qualcosa di tangibile possa produrre ciò che non è tangibile, come la capacità di guardarsi dentro, di avere metacognizione, di osservare i propri pensieri, di sapere quando ti svegli che sei proprio tu e non un’altra persona…».
Quando apre il cervello cosa vede?
«Ricordo la prima volta da studente quando sono entrato in una sala operatoria. Il neurochirurgo faceva una craniotomia: aprì la meninge, espose il cervello e io rimasi un po’ deluso. Sapevo che non avrei visto i pensieri, le memorie, i sogni di una persona, però un po’ quasi ci speravo. Naturalmente non si vedono. Ma potendo mappare il cervello in sala operatoria, siamo in grado di localizzare i vari gruppi di neuroni e le loro connessioni, che sottendono alle diverse funzioni, come quelle motorie, del linguaggio, della vista, dell’udito, della memoria, dell’attenzione. Questa mappatura è unica per ogni individuo».

Ogni cervello è diverso da un altro?
«Sì. Il nostro cervello è unico. Da fuori un pochino assomiglia agli altri, ma ognuno ha una conformazione di reti neurali unica che non è mai esistita in tutta la storia dell’umanità. E ciò che è ancora più interessante è che il nostro cervello di ieri è diverso da quello di oggi e da quello di domani. In questa neuroplasticità, cioè nella capacità dei neuroni di stabilire nuove connessioni, risiede la nostra libertà. Siamo liberi di essere ciò che desideriamo, perché i neuroni rispondono agli stimoli esterni cui ci esponiamo e anche ai nostri pensieri».
Quindi ognuno di noi può modificare il proprio cervello?
«Si possono scegliere gli stimoli a cui esporsi, perché questi modificheranno il nostro cervello. Si può osservare la propria mente e instradarla verso pensieri che possano essere utili ad esprimerci al massimo. L’OMS definisce la salute cerebrale non come l’assenza di malattia, ma come la capacità di ognuno di essere nelle condizioni di esprimersi al massimo delle proprie potenzialità. È una definizione rivoluzionaria».
Cosa rende invece vulnerabile il nostro cervello?
«Da un punto di vista anatomico è molto delicato, anche se la natura ci ha pensato a proteggerlo bene: ci sono vari strati di protezione. C’è lo strato esterno della calotta cranica, ci sono le meningi, che sono tre, c’è il liquido cerebrospinale che fa una sorta di cuscinetto: ma malgrado questo, il cervello rimane una delle strutture più vulnerabili di tutto l’universo. E questa delicatezza purtroppo può avere delle conseguenze importanti in alcune situazioni, come nei traumi, nelle malformazioni vascolari che danno emorragia, negli ictus ischemici, nei tumori cerebrali. Ma dobbiamo porre anche molta attenzione a preservare il nostro cervello da un punto di vista funzionale, esponendolo ad ambienti positivi. Se lo nutriamo bene avremo una riserva cognitiva che ci accompagnerà per tutta la vita e che potremo sfruttare anche in età avanzata».
E come possiamo nutrirlo bene?
«Sottoponendoci a stimoli positivi, in linea con noi stessi: studiare, leggere, socializzare – è importantissimo-, scambiare idee, nutrirsi in modo appropriato, fare movimento, camminare. Solo camminare, per esempio, aumenta la neuroplasticità e la neurogenesi, cioè la capacità di produrre nuovi neuroni. Ciò di cui nutriamo il nostro cervello sarà ciò che siamo. Non è facile selezionare con cura gli stimoli a cui sottoporsi, tutti abbiamo delle défaillance di qualche tipo, è umano, è anche la bellezza della vita. Però bisogna riflettere sull’ importanza di questa scelta consapevole, ricentrandosi continuamente. E soprattutto scegliendo di vivere sempre più esperienze in presenza. Le esperienze digitali non hanno lo stesso valore per il cervello».
Perché?
«Quando comunichiamo con una persona al telefono o via WhatsApp, usiamo uno o due sensi al massimo, ma manca tutta quella miriade di colori esperienziale che si ha nel rapporto tra persone in presenza. Perché poi la vita cos’è? È un insieme di esperienze spesso caotiche e meravigliose proprio nel loro caos, che cerchiamo di organizzare in una narrazione coerente».
E questo vale ancora di più per i giovani?
«Comunicare in presenza è particolarmente importante nei giovani. La corteccia prefrontale è quella più evoluta, quella che ci permette di pianificare, di ragionare, di guardarci dentro, di cercare di capire cosa gli altri pensano. Ecco questa parte del cervello non è matura fino ai 24-26 anni di età. Significa che fino a quell’età si è più vulnerabili. E l’attenzione, la capacità di introspezione e lo spirito critico diminuiscono con l’uso eccessivo dei social».
Dovremmo buttare via il telefono o vietarne l’uso ai più piccoli?
«Vietarlo è impossibile. Con mia figlia provo qualche esperimento: non le dico “non usare il telefono” ma le spiego quanto è potente il suo cervello e cosa può farne. Perché se i ragazzi hanno consapevolezza della propria potenza, cominciano a starci attenti, a preservarlo. E a dirsi tra loro: ma noi siamo amici, che ci facciamo tutti sui cellulari? Togliamoli!».».

Nel cervello c’è anche la nostra anima?
«Non lo escludo. Il cervello è l’interfaccia dell’ anima».
Cosa c’è nel suo futuro?
«Essere in grado di direzionare la mia mente, ogni giorno, verso pensieri, parole, emozioni ed azioni che mi rendano orgoglioso».
C’è un messaggio che vorrebbe lasciare a chi ci legge?
«Siamo unici, ve lo posso dire con certezza… Coltivate la vostra unicità».
27 agosto 2026 ( modifica il 27 agosto 2026 | 12:13)
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