Nei primi giorni di agosto, il comando delle forze statunitensi presenti in Africa – SOCAFRICA (U.S. Special Operations Command Africa) – ha sottoscritto con il governatorato del Puntland, uno dei sei stati federati della Somalia, un accordo che estende la collaborazione militare. L’accordo, a quanto riferiscono i media che hanno riportato la notizia, non avrebbe visto il coinvolgimento del governo federale. Si tratterebbe quindi di un ulteriore caso in cui gli Stati Uniti applicano alla Somalia la politica del doppio binario, mantenendo relazioni con lo stato federale ma non disdegnando accordi con i singoli stati che lo compongono, così accentuando le tensioni autonomiste quando non perfino centrifughe che caratterizzano la federazione.

    Particolare da tenere in considerazione è che il Puntland, affacciato sul Golfo di Aden, ricopre una rilevante posizione strategica sotto il profilo geografico, mentre è caratterizzato da una forte autonomia dal governo centrale e continua a contestare le modifiche apportate alla costituzione federale a partire dal 2024.

    Non essendo il Puntland uno stato sovrano ma parte di uno stato federale, l’accordo militare, che tipicamente è prerogativa degli stati federali, solleva dubbi sulla tenuta effettiva della federazione somala, anche se il governatorato locale, si è affrettato a sottolineare come la collaborazione con SOCAFRICA è nell’interesse della sicurezza e della stabilità non solo del Puntland, ma anche della Somalia.

    Dal lato degli Stati Uniti, l’allargamento della presenza risponde alla necessità di controllare una zona divenuta sempre più calda sia per i rischi terroristici legati a movimenti islamici sia a seguito del conflitto avviato dagli USA e Israele nei confronti dell’Iran. Su quest’ultimo aspetto e in particolare in relazione al contrasto nei confronti degli Houthi che si trovano sulla sponda opposta del Golfo di Aden, occorre ricordare che, sebbene gli statunitensi abbiano una base importante a Gibuti, questo stato non ha consentito agli Stati Uniti di utilizzare il proprio territorio per lanciare operazioni contro il gruppo yemenita.

    La mossa americana segue, temporalmente, quella dell’alleato israeliano che ha agito in modo diverso, non soltanto nella sostanza ma anche nella forma, con il Somaliland. Israele ha, infatti, riconosciuto il Somaliland quale stato sovrano, in contrasto con la posizione assunta dalle Nazioni Unite a tutela dell’integrità territoriale della Somalia, e ha instaurato relazioni diplomatiche stabili, attraverso la nomina reciproca di propri ambasciatori.

    Tale riconoscimento non è stato di certo gradito dalla Somalia, che reclama la sovranità su questa regione, e ha incontrato una diffusa opposizione all’interno del Consiglio di sicurezza dell’ONU, mentre gli Stati Uniti hanno assunto una posizione nettamente più cauta, non esprimendo condanna, ma senza tuttavia modificare formalmente la propria politica sullo status del Somaliland, del quale continuano a non riconoscere l’indipendenza.

    In questo contesto, la mossa statunitense si distingue però dall’iniziativa israeliana per le modalità di esecuzione: la collaborazione militare prescinde da un riconoscimento di stato sovrano, ma rafforza l’autonomia del Puntland, attribuendole, nei fatti, prerogative tipiche della sovranità.

    Si potrebbe quasi affermare che l’accordo ribalta il celebre paradigma dello stratega prussiano von Clausewitz: qui non è la guerra a proseguire la politica con altri mezzi, ma la cooperazione militare a produrre effetti politici, legittimando un’entità regionale autonoma e indebolendo, al contempo, la posizione del governo federale somalo.

    La Somalia, schiacciata tra la minaccia terroristica interna e le scelte geopolitiche che possono sembrare azzardate, rischia così una progressiva scomposizione.

    Il rischio è concreto e le conseguenze non sono facilmente prevedibili, salvo il fatto che gli Stati Uniti si stiano sempre più alienando le simpatie del governo centrale. Quanto poi le decisioni assunte siano frutto di un sano realismo, che di fatto considera la federazione somala in stato di disgregazione, o quanto invece le stesse decisioni siano motore di nuove tensioni non è facile dirlo. Il dato certo è che l’instabilità che caratterizza questo stato, ma anche la regione del Corno d’Africa in modo più ampio, sembra aumentare.

    In questo contesto, la tensione geopolitica in atto sta spingendo la Somalia a stringere un’alleanza vitale e sempre più profonda con la Turchia.

    La collaborazione tra i due paesi è ufficialmente entrata in una nuova fase strategica. Non si tratta più solo di supporto umanitario o di addestramento militare di base (a luglio scorso la Turchia ha esteso la propria presenza militare in territorio somalo fino al 2028).

    Oggi l’intesa si estende alla difesa costiera e all’esplorazione energetica degli idrocarburi offshore, trasformando di fatto la Turchia nel principale garante della sovranità e dello sviluppo economico somalo.

    Di fronte alla frammentazione in atto, in parte anche indotta dalle scelte tattiche statunitensi e dalle iniziative unilaterali israeliane, la Turchia consolida la propria posizione di garante esterno della sovranità somala.

    EÈproprio qui che però emerge un paradosso sostanziale: per proteggere la propria integrità territoriale, la Somalia sta accrescendo la propria dipendenza strategica dalla Turchia, a partire dalla difesa delle proprie coste fino allo sfruttamento degli idrocarburi, mentre i suoi interlocutori occidentali contribuiscono a metterne a rischio l’integrità territoriale.

    Resta allora da capire se la Turchia, impegnata su più fronti, dal Mediterraneo orientale alla Libia, avrà risorse e continuità politica sufficienti per svolgere un ruolo così ampio. Se così non fosse, la Somalia potrebbe ritrovarsi sempre più sola davanti alla propria fragilità.

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