I polacchi crescono giocando alla guerra. Letteralmente. Come testimonia Marek Kita, il fotografo che firma il reportage sul numero di settembre di Esquire Italia, è considerato normale – anzi, formativo – mandare i propri figli a un campo estivo a tema militare. Dove bambini e adolescenti imparano a familiarizzare con le armi, ad affrontare la paura, persino a fingersi morti. È una tradizione, sin dagli anni 20 del Novecento. E oggi un’attività scelta volentieri dalle famiglie e remunerativa per chi la organizza: si parte per dieci giorni, due settimane, e si torna con l’esperienza, piuttosto verosimile, di un soldato.
    Kita, che ha studiato Relazioni Internazionali, cinematografia e fotografia presso la Scuola di Cinema Krzysztof Kieślowski di Katowice e che oggi vive a Varsavia, sviluppa progetti a lungo termine e collabora spesso con Ong. “FUNFUN/GUN” è il titolo che ha dato alla sua permanenza in uno di questo campi, lavoro selezionato dal PhEST – Festival internazionale di fotografia e arte in corso a Monopoli, in Puglia, fino al 1° novembre. «I temi militari sono profondamente radicati nella cultura popolare polacca, tanto da creare un’immagine attraente, persino “cool”, delle armi e della guerra», racconta. «Eroi, buoni e cattivi vengono rappresentati in modo accattivante: così, a mio parere, ci si abitua maggiormente alla violenza. Si modificare il modo in cui la percepiamo, diventa parte dell’intrattenimento, dello svago».

    kita ha trascorso alcune settimane nei campi di addestramento militare per bambini: per molte famiglie è infatti tradizione, in polonia, mandare i propri figli a “imparare” la guerra. due le fasce d’età, dai 6 ai 10 e dai 10 ai 16 anni, molto simile il training. con fucili ad aria compressa ci si esercita a strisciare e a correre sotto il fuoco nemico. l’intervista a marek kita è su esquire.com/it.pinterestFoto di Marek Kita ​

    Kita ha trascorso alcune settimane nei campi di addestramento militare per bambini: per molte famiglie è infatti tradizione, in Polonia, mandare i propri figli a “imparare” la guerra. Due le fasce d’età, dai 6 ai 10 e dai 10 ai 16 anni, molto simile il training. Con fucili ad aria compressa ci si esercita a strisciare e a correre sotto il fuoco nemico

    ESQ Che cosa succede davvero durante queste “vacanze”?

    MK: I bambini partecipano a molte attività, sempre supervisionate dagli istruttori. Alcune si concentrano sullo sviluppo di abilità pratiche, come diventare più indipendenti e imparare a lavorare in squadra, aspetti che possono avere certamente un impatto positivo sulla crescita di un individuo. Tuttavia, nel campo che ho osservato io per il mio reportage, non c’era mai una chiara distinzione tra il mondo creato con le simulazioni e la vera natura delle esperienze militari. Una forma di educazione che secondo me richiede un forte senso di responsabilità.

    ESQ I bambini imparano anche a usare armi da fuoco?

    MK: Le loro repliche. In entrambe le fasce d’età – dai 6 ai 10 anni e dai 10 ai 16 anni – i partecipanti maneggiavano fucili ad aria compressa per sparare a bersagli che avevano preparato loro stessi, su cui avevano anche disegnato immagini semplici, come i personaggi dei Pokémon. I più piccoli hanno poi riempito dei palloncini con l’acqua del lago vicino e si sono addestrati a lanciarli come granate. I più grandi usavano dei fucili AK-47 in gomma: sono armi progettate per esercitarsi a strisciare, a correre sotto il fuoco nemico ed eseguire altre manovre dinamiche. C’erano anche delle repliche ASG, le armi usate nel Softair quando si simulano azioni militari, sia a canna corta che a canna lunga, con caratteristiche e livelli di potenza diversi.

    marek kita è un fotografo e regista polacco. il reportage che illustra queste pagine fa parte di funfun/gun, progetto presentato al phest festival internazionale di fotografia e arte in corso a monopoli, in puglia, fino al 1° novembre.pinterest

    Foto di Marek Kita ​

    ESQ Sono tutti materiali forniti dal campo?

    MK: Volendo. Ma molti arrivano anche con la propria attrezzatura e in completa uniforme in stile militare. Il che mette in luce un altro aspetto interessante del campo: esiste una forma di competizione nell’apparire al meglio, con alcuni bambini che cercano di assomigliare a soldati professionisti. Altri invece prendono parte alle attività indossando semplici tute e scarpe da ginnastica.


    ESQ Considerando il costo significativo per le famiglie, quale tipo di genitore sceglie di mandare il proprio figlio a un campo militare, e perché?

    MK: Non ho avuto conversazioni approfondite con i genitori, quindi arrivo a delle conclusioni attraverso quello che mi hanno detto i ragazzi. Sono motivazioni molto diverse. Alcuni genitori desiderano che i propri figli acquisiscano maggiore sicurezza e siano preparati ad affrontare nuove sfide. Per altri l’obiettivo è semplicemente offrire un’estate ricca di emozioni, attività e nuove esperienze. Ci sono poi casi in cui l’esperienza militare fa parte di una tradizione di famiglia. Molti sperano che il campo tenga i propri figli lontani dal cellulare, ma i ragazzini passano comunque molto tempo con i videogiochi o TikTok.

    ESQ Già all’inizio del Novecento i campi per boy-scout avevano un indirizzo paramilitare in Polonia, le cosiddette Schiere Grigie.

    MK: Esatto. E oggi questi campi estivi vengono pubblicizzati in modo molto allettante — come luoghi ricchi di avventura, attività e stimoli costanti, dove i bambini hanno sempre qualcosa da fare e raramente hanno il tempo di annoiarsi. In un mondo ideale, posso comprendere l’idea alla base di tali luoghi. Tuttavia, confrontandomi con la realtà di ciò che ho osservato, ho riscontrato che presentavano molte contraddizioni, alcune delle quali potrebbero non avere un’influenza positiva sulle menti ancora in formazione.

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    Foto di Marek Kita ​

    ESQ C’è stato un episodio in cui hai capito che questo scontro tra la spensieratezza infantile e la simulazione della violenza doveva diventare il fulcro di “FUNFUN/GUN”?

    MK: «Non ho una risposta univoca. Dopo le ricerche svolte un anno prima mi era già chiara la gamma di emozioni e situazioni che avrei incontrato, e che tipo di esperienze avrebbero dovuto affrontare i bambini. C’è sempre una buona dose di verità in quelle simulazioni: basta semplicemente osservare da vicino, prestare attenzione».

    ESQ In questi contesti i bambini vengono addestrati ad assumere ruoli specifici – da soldati e terroristi a vere e proprie vittime. Lei pensa che siano in grado di distinguere tra la cruda realtà della guerra, il gioco di ruolo e l’immaginario popolare dei videogiochi?

    MK: Spero che la guerra rimanga per loro solo una simulazione. Spero che la realtà brutale dei conflitti non li raggiunga mai e che non siano né costretti né disposti a prenderne parte solo perché è così che la ricordano dai campi.

    ESQ Nel mentre, subiscono la pressione delle aspettative degli istruttori?

    MK: Anche qui, dipende. Ci sono ragazzini che eseguono gli esercizi con tale efficienza da far pensare che abbiano alle spalle una vera esperienza di combattimento. Poi ci sono quelli che abbandonano perché non reggono la stanchezza fisica, o semplicemente perdono interesse. Il tema è che la forza viene prima di tutto: chi cerca di staccarsi dal gruppo è destinato all’esclusione.

    ESQ Confrontarsi con la possibilità di diventare vittime di un conflitto avrà un impatto notevole sulla mente di un bambino…

    MK: Sicuramente, ma non saprei dire con quali contorni. In questi campi nulla è mai bianco o nero; né le ragioni alla base degli stessi addestramenti, né le conseguenze. Ho assistito a un gran mischione di idee, realtà, pratica, esperienze personali ed errori educativi. I bambini hanno sperimentato la paura vera? Sì. Esporre dei bambini così piccoli a emozioni così intense è la cosa giusta da fare? Io credo di no. Non so chi di loro farà buon uso delle lezioni apprese e chi invece resterà vittima dei modi distorti di percepire la violenza.

    ESQ Dove finisce la cosiddetta preparazione alla sopravvivenza e dove inizia il potenziale danno?

    MK: Penso che il problema inizi esattamente dove termina la professionalità degli istruttori, dove vengono superati i limiti fisici o psicologici. Chi gestisce questi campi, spesso persone appena entrate nell’età adulta, intreccia routine militare professionale e improvvisazione amatoriale. Con risultati non sempre ottimali».

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    Foto di Marek Kita ​

    ESQ C’è una forma di manipolazione politica o ideologica, o si tratta di un’attività strettamente commerciale e ricreativa?

    MK: Non ho mai avuto la sensazione di trovarmi all’interno di una sorta di bolla creata appositamente per indottrinare i giovani secondo un programma specifico. Alcuni membri dello staff sono professionisti davvero specializzati: condividono le loro conoscenze in un modo che si adatta il più possibile all’argomento trattato e all’età dei partecipanti. Ciononostante, il mio istinto mi suggeriva altro. I partecipanti vengono sottoposti ogni giorno a un’altalena emotiva e fisica senza alcuna imbracatura di sicurezza: forse non nel tentativo consapevole di plasmare la loro visione del mondo, quanto piuttosto per una mancanza di altri metodi -, un modo profondamente errato di educare i giovani. Direi che era qualcosa di più simile alla negligenza. Una ripetizione inconsapevole di schemi dannosi che potrebbero, in futuro, influenzare le decisioni politiche che verranno prese dai futuri elettori.

    ESQ Con la guerra che sfiora direttamente i confini della Polonia e dell’Europa, FUNFUN/GUN tocca un punto inquietante: la graduale normalizzazione del conflitto nella nostra cultura. Che questi campi siano la cupa preparazione a un futuro di guerra diffusa?

    MK: Ha presente quella citazione famosa, che somiglia a una maledizione, che augura “Che tu possa vivere in tempi interessanti”? Spero che la situazione geopolitica che si sta delineando nella nostra regione venga risolta in modo pacifico ed efficace, e che per i bambini che frequentano questi campi ciò che ne rimarrà sia semplicemente il divertimento del titolo del reportage. Questa è la mia prospettiva. Posso aggiungere una cosa?

    ESQ Dica.

    MK: C’è un film documentario in preparazione, in uscita nel 2027. Sarà l’occasione per approfondire alcuni aspetti della vicenda. Io, ad esempio, ho vissuto anche molti momenti bellissimi in quei luoghi. Ho assistito a tanta gioia, alla nascita di amicizie, all’empatia, ai primi amori e a un senso di fratellanza. Ho visto nascere comunità e la forza che ne scaturiva. Spero che queste siano le fondamenta principali che i giovani porteranno con sé quando si lasceranno alle spalle queste esperienze.

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