In questi ultimi giorni di caldo di questo agosto 2026, due notizie, in parte passate inosservate fra gli ombrelloni e le gite in montagna, scuotono la già fragile Europa. La prima è la morte del generale serbo-bosniaco Ratko Mladić, deceduto in carcere all’Aja dove scontava l’ergastolo per crimini contro l’umanità e genocidio commessi durante le guerre balcaniche, di cui abbiamo parlato spesso su queste pagine. Il cosiddetto “macellaio di Srebrenica” è stato tra i principali responsabili dell’immane genocidio di oltre 8.000 musulmani bosniaci nel luglio 1995. Di per sé la sua scomparsa poteva sembrare una pagina chiusa, ma in realtà ha riacceso gli animi nazionalisti in Serbia: dagli spalti dello Stadio di Belgrado ai gli elogi sui social, fino ad arrivare alle dichiarazioni di esponenti governativi serbi che hanno espresso aperto omaggio alla figura del generale (in queste ora si parla di probabile funerale di Stato). Il sogno della Grande Serbia non si è mai del tutto sopito, nonostante il Paese stia percorrendo da anni il complesso iter di adesione all’Unione Europea. I continui tentennamenti di Belgrado, divisi tra le ambizioni europee e una storica vicinanza politica e strategica con la Russia di Putin, dimostrano come i Balcani Occidentali rimangano una polveriera geopolitica a rischio destabilizzazione. Questi sentimenti non rappresentano certo un buon viatico per l’integrazione europea.

    Passando dal centro al nord Europa, ieri, 29 agosto 2026, si è tenuto il consultato referendario in Islanda per stabilire se riprendere i negoziati di adesione all’UE, congelati nel 2013. I risultati per chi crede nel progetto europeo sono deludenti: il 52% ha votato contro la riapertura delle trattative, mentre i sì si sono fermati al 48%. Il governo aveva deciso di anticipare la consultazione anche alla luce delle recenti pressioni geopolitiche nell’Artico da parte del presidente americano Trump. L’esito conferma un Paese fortemente spaccato: da un lato i giovani e gli abitanti dell’area metropolitana di Reykjavík (favorevoli al blocco comunitario), dall’altro le comunità rurali e costiere. Fino a qualche tempo fa i sondaggi davano in vantaggio il Sì, soprattutto quando Trump parlava della vicina Groenlandia. L’interesse del presidente americano si è però spostato verso l’Iran e i sostenitori del No hanno avuto gioco facile nel recuperare terreno. La paura più forte era quella di vedere imbrigliata la pesca dalle strette regole UE: almeno questo è il messaggio che è stato fatto passare. Un’occasione persa per tutta l’Europa? Probabilmente sì; di certo questo risultato deve far riflettere su come il messaggio di un’Unione forte possa essere la chiave in questo momento storico. La prevalenza di nazionalismo e euroscetticismo, che si stanno esasperando in tanti Paesi occidentali, non sarà certo una buona ricetta per affrontare colossi come Cina, India, Russia e USA, che hanno tutto l’interesse a vedere un’Europa debole.

    Dunque due notizie non buone per una Europa che si trova in una forte crisi di identità e che non ha coraggio di trovare unitarietà per affrontare con autorevolezza le importanti sfide geopolitiche che il futuro riserverà.

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