La guerra fra Iran e Usa è in fase di stallo. Nicola Pedde (foto), direttore dell’Institute for Global Studies, spiega il ruolo di Ankara.
Direttore Pedde, la Turchia può essere il Paese che beneficia di più della guerra? “Sì, entro una certa misura. Ankara esce rafforzata, ma non credo possa ancora diventare il punto di riferimento dell’area. Alcuni Paesi del Golfo guardano alla Turchia con interesse anche per le sue posizioni sulla sicurezza. La cosiddetta “Nato sunnita” nasce dalla percezione di un indebolimento dell’ombrello americano e dal possibile ruolo turco di garante rispetto alla minaccia iraniana. Questo potrebbe però creare nuove frizioni con Teheran”.
La Turchia potrebbe arrivare a uno scontro con l’Iran? “Dipenderà dagli accordi. Se nascerà un meccanismo vincolante di difesa, Ankara potrebbe trovarsi a dover intervenire contro l’Iran. Non credo però che oggi questo sia nelle corde di Erdogan, anche perché cresce un’altra priorità: la contrapposizione con Israele”.
Ankara rischia quindi di diventare protagonista dello scontro con Israele? “Assolutamente sì. Non vedo probabile uno scontro militare diretto, quanto l’emergere di crisi regionali. La Siria è già stata un terreno di contrapposizione, ma lo scenario più delicato potrebbe essere Cipro, centrale per gli interessi militari ed energetici turchi. Una crisi lì sarebbe difficilissima da gestire per Nato e Unione europea”.
Dopo sei mesi di guerra, chi sta vincendo? “Al momento parlerei di stallo. Nella prima fase l’Iran ha probabilmente avuto un vantaggio, trasformando il confronto in un conflitto asimmetrico e spostandone il peso sul piano economico. La resilienza iraniana, le capacità missilistiche e i droni hanno prodotto un grave danno d’immagine agli Stati Uniti. Ora Washington punta sulla pressione economica. Bisognerà capire chi riuscirà a sostenere più a lungo lo stallo”.
Qual è lo scenario più probabile? “Purtroppo, una ripresa delle ostilità. Un nuovo accordo appare difficile perché le posizioni sono ormai massimaliste e anche lo status quo danneggia Teheran. Una parte delle istituzioni iraniane, preoccupata per la crisi economica, vorrebbe arrivare rapidamente a un’intesa. Gli ultraconservatori sostenuti dai pasdaran non accetterebbero invece un accordo senza benefici economici immediati. Per loro la ripresa del conflitto potrebbe risultare preferibile allo status quo”.
Marta Ottaviani
