Per l’Estonia il problema non è soltanto che la Russia conduca in Europa campagne ibride – o, nel lessico sovietico e russo, «misure attive». È che queste operazioni stanno diventando più aggressive, più fisiche e sempre più difficili da liquidare come semplici «minacce ibride».

    È la posizione che Tallinn sostiene da anni e che il caso di Lipsia ha riportato al centro del dibattito. Il tentativo di colpire con un drone un’area dell’aeroporto utilizzata per il traffico cargo ucraino è stato attribuito da Berlino alla Russia e inserito dal governo tedesco in una campagna ibrida contro l’Europa schierata al fianco dell’Ucraina dopo l’invasione su larga scala del 24 febbraio 2022. Per gli estoni, però, il punto è anche un altro: quando dietro sabotaggi, incendi e attentati ci sono apparati dello Stato russo, parlare soltanto di «ibrido» rischia di diluire la natura della minaccia. Per Tallinn, in prima linea contro la pressione russa, è terrorismo di Stato.

    Lo ha detto con particolare nettezza Kaupo Rosin, capo dell’intelligence estera estone, in un’intervista pubblicata nei giorni scorsi dal Baltic Sentinel, prima dell’attribuzione tedesca. Se un ordigno esplosivo arriva all’aeroporto di Lipsia o qualcuno prova a incendiare un’azienda della difesa, è ancora corretto parlare di «attacco ibrido»? La risposta di Rosin è stata netta: «Io lo chiamerei terrorismo sponsorizzato dallo Stato». Il problema, secondo lui, è proprio la parola «ibrido»: dà un’impressione troppo morbida e rischia di portarci fuori strada, facendo sembrare meno gravi attività che richiedono invece la massima attenzione.

    Non è una posizione nuova. I Paesi baltici denunciano da anni l’uso da parte di Mosca di cyberattacchi, operazioni di influenza, sabotaggi, incendi, intimidazioni e reti di agenti reclutati localmente. Negli ultimi mesi, però, il baricentro si è spostato sempre più sulla componente fisica di queste operazioni. Manipolare un’informazione o penetrare una rete informatica è una cosa. Mettere un ordigno, incendiare un’infrastruttura o far volare un drone carico di esplosivo è un’altra.

    Il passaggio è rilevante perché aumenta il rischio di vittime e rende meno sostenibile l’idea che si possa rispondere a ogni episodio come se fosse soltanto un problema di sicurezza interna. Nel ragionamento estone, l’espressione «sotto soglia» non deve diventare una categoria rassicurante. Un’azione può non essere un attacco militare aperto e, allo stesso tempo, essere abbastanza grave da richiedere una risposta. Continuare a spostare in avanti quella soglia senza reagire significa, dal punto di vista di Tallinn, insegnare a Mosca che esiste uno spazio sempre più ampio in cui può agire senza pagare un prezzo.

    È su questo punto che il caso Lipsia diventa più di un episodio investigativo. La vicenda mostra come una campagna definita ibrida possa tradursi in un rischio fisico concreto, con ordigni, droni e infrastrutture civili coinvolte. Per questo, nella lettura estone, il lessico non è secondario: serve a stabilire quale livello di risposta politica, giudiziaria e di sicurezza sia proporzionato alla minaccia.

    Lipsia è il caso più evidente di questo cambio di scala. Il 4 agosto un drone carico di esplosivo è stato trovato vicino a un aereo cargo ucraino all’aeroporto di Lipsia/Halle. Berlino ha attribuito l’operazione alla Russia. Secondo NDR, WDR e Süddeutsche Zeitung, gli inquirenti avrebbero identificato più sospetti con legami russi e trovato tracce di DNA su un drone, dentro una lattina esplosiva e su un’antenna fissata a un albero vicino allo scalo. I riscontri sarebbero arrivati anche da banche dati europee, mentre gli investigatori valutano se i droni impiegati siano stati più dei tre finora individuati. L’attribuzione politica e il quadro investigativo hanno spinto la Germania a irrigidire la risposta verso Mosca: chiusura del consolato russo di Bonn, controlli più severi sugli ingressi e nuove sanzioni europee.

    Oggi è arrivata anche una conferma politica significativa. Kaja Kallas, Alta rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha detto che l’attacco di Lipsia presenta tutti i tratti del terrorismo sponsorizzato dallo Stato e ha chiesto agli europei di coordinare la risposta all’escalation delle azioni russe.

    La presa di posizione di Kallas riporta al centro il problema della definizione di «ibrido». Una campagna può combinare intelligence, criminalità, cyber, disinformazione, sabotaggio e operazioni fisiche. Ma questa categoria descrive il metodo, non esaurisce la natura dei singoli atti che la compongono. Un incendio resta un incendio, un sabotaggio resta un sabotaggio. E se l’obiettivo è intimidire una popolazione o colpire infrastrutture civili per produrre paura e pressione politica, la qualificazione politica dell’atto non scompare solo perché l’operazione si inserisce in una strategia più ampia.

    In questo senso le due categorie non si escludono: una descrive il metodo con cui Mosca combina strumenti diversi, l’altra mette a fuoco la natura politica e intimidatoria di alcuni degli atti che compongono quella campagna.

    Per i Baltici la questione non è soltanto semantica. È una questione di deterrenza. Se ogni operazione russa viene descritta come «ibrida», e quindi come qualcosa che resta sotto la soglia di una vera aggressione, Mosca può essere spinta a verificare quanto lontano riesca ad arrivare. L’obiettivo è anche questo: intimidire, dividere le società europee, ridurre il sostegno all’Ucraina e testare la risposta dei singoli Paesi.

    Da qui nasce la richiesta di una risposta più strutturata. Attribuzione pubblica, intelligence, cooperazione tra forze di sicurezza, protezione delle infrastrutture critiche, resilienza cyber e sanzioni devono procedere insieme. Per Tallinn, dire pubblicamente chi è responsabile serve anche a rendere più difficile il lavoro dei servizi russi, perché riduce lo spazio dell’ambiguità su cui queste operazioni spesso si reggono.

    In questa logica rientra anche la libertà di movimento nello spazio Schengen. Estonia, Lettonia e Lituania chiedono da tempo una stretta europea sui visti per i cittadini russi. Per i Baltici, il problema non è l’ingresso legale in sé, ma la possibilità che visti regolari e libertà di movimento nell’area Schengen vengano sfruttati da reti clandestine russe. Il caso Lipsia rafforza questa preoccupazione: secondo NDR, WDR e Süddeutsche Zeitung, uno dei sospetti, che aveva precedenti penali nei Baltici, sarebbe entrato nell’area Schengen con un visto turistico italiano rilasciato a Minsk alla fine di aprile. Tallinn ha già adottato alcune delle misure più severe dell’Unione europea e chiede che questa linea diventi europea.

    La stessa domanda riemerge anche nel dibattito statunitense: se un Paese utilizza sistematicamente sabotaggi, attentati e operazioni clandestine come strumenti della propria politica estera, quanto è ancora utile definirli soltanto minacce ibride? E soprattutto, quale risposta si deve dare a uno Stato che usa il terrorismo come strumento di pressione? È una discussione che torna al problema della deterrenza: chiamare le cose con il loro nome significa anche chiedersi quali conseguenze debbano seguirne.

    Il punto, allora, non è scegliere un’etichetta definitiva per Lipsia. È evitare che una formula ampia, utile a descrivere il metodo russo, finisca per rendere meno visibile la gravità del singolo atto.

    Per gli estoni la vera questione è evitare che la prima definizione assorba la seconda. «Ibrido» può descrivere un metodo. Non deve diventare un eufemismo per minimizzare un’aggressione.

    Mentre l’Europa discute ancora quale sia la parola giusta, i droni arrivano agli aeroporti, gli incendi colpiscono le aziende della difesa e gli ordigni minacciano le infrastrutture. La soglia non è più soltanto una linea teorica tra pace e guerra. È lo spazio in cui Mosca misura fin dove può spingersi prima di incontrare una risposta europea.

    Share.
    Leave A Reply