La Slovenia ha sabotato la reazione Ue all’avvio di nuove colonie che tagliano in due la Cisgiordania occupata. Janša, eletto anche grazie alle interferenze israeliane, è la nuova talpa di Netanyahu in Europa. 

    Lo scorso 23 agosto, gli ambasciatori dei 27 paesi membri UE stavano preparando una forte reazione alla decisione del governo israeliano di avviare la costruzione di colonie illegali nell’area E1, a est di Gerusalemme.

    Ma la condanna dei 27, pensata come una dichiarazione “in nome dell’Unione Europea e dei suoi 27 Stati membri”, è stata presto declassata a una dichiarazione dell’Alta rappresentante UE per gli affari esteri, Kaja Kallas.

    Vi è stata inoltre appesa la presa d’atto “delle recenti accuse mosse dai procuratori israeliani contro alcuni responsabili di tali violenze [in Cisgiordania]”. Un declassamento di protocollo dovuto al veto della Slovenia, secondo fonti diplomatiche sentite da EUobserver, nonché della Repubblica Ceca, come riportato da Ynet.

    Il governo di Lubiana, nuova talpa di Nethanyahu al Consiglio UE

    Fino alla scorsa primavera, Netanyahu si affidava al premier ungherese Viktor Orbán per sabotare le reazioni UE alle azioni illegali del proprio governo, tanto a Gaza quanto in Cisgiordania. Ma le elezioni di aprile lo hanno disarcionato, privando il governo israeliano del suo principale alleato.

    Nel frattempo, le elezioni slovene di marzo mostravano un paese diviso. Pur rimontando nei consenso, Janez Janša non riusciva a dare la spallata al centrosinistra né ad arrivare come primo partito.

    Dietro il voto, intanto, si stagliava l’ombra di Black Cube, società privata britannica accusata di interferire nella politica interna slovena, in combutta con l’intelligence israeliana, pubblicando video  volti a screditare i politici della coalizione uscente.

    Con il sostegno dell’estrema destra, a maggio Janša è infine riuscito a tornare alla guida del governo, ribaltando la politica mediorientale della Slovenia.

    Come riferiva il giornalista sloveno Borut Mekina, «La Slovenia è stata in passato una grande critica del comportamento di Israele e quest’ultimo aveva interesse ad influenzare le elezioni a favore del leader dell’opposizione».

    E-1, la madre di tutte le colonie

    L’area E1 è un luogo chiave, la cui urbanizzazione permanente come colonia israeliana impedirebbe ogni continuità territoriale di un futuro stato palestinese, mettendo fine a ogni realistica possibilità di una soluzione a due stati.

    Tale insediamento è da sempre una linea rossa per l’UE – e un tempo anche per gli Stati Uniti, – tanto che anche i paesi europei più filo-israeliani (Austria, Germania, Grecia e Italia) si sono espressi con forza contro di essa ad agosto. Perfino lo stesso Janša, durante un vertice UE a giugno, aveva sottoscritto l’avvertimento UE contro le aziende israeliane che avessero osato costruire l’E1.

    “Il Consiglio europeo ribadisce che le imprese non dovrebbero partecipare alle gare d’appalto per i progetti di costruzione di insediamenti E1 o di altri insediamenti e sottolinea le conseguenze legali e reputazionali per le imprese che partecipano alla costruzione di insediamenti, compreso il rischio di gravi violazioni del diritto internazionale”, si legge nelle conclusioni del vertice UE sottoscritte anche da Janša lo scorso 19 giugno 2026.

    Janša riallinea la Slovenia su Israele

    Sin dal suo insediamento, il governo Janša ha preso misure simboliche e politiche per riallineare completamente la Slovenia ad Israele, in opposizione al precedente governo Golob-Fajon che nel 2024 aveva riconosciuto lo Stato di Palestina e – assieme a Spagna, Irlanda e Belgio – si era fatto promotore di sanzioni UE contro Israele.

    Il governo Janša ha ordinato di rimuovere la bandiera palestinese da tutti gli uffici pubblici, levato il divieto d’ingresso a Netanyahu nel paese, e rimosso ogni blocco all’export e al transito di armi verso Israele. Janša ha anche annunciato che avrebbe spostato l’ambasciata slovena da Tel Aviv a Gerusalemme – una misura in violazione della posizione UE che finora nessuno stato membro si è azzardato a compiere.

    Lo scorso 15 giugno Janša ha inoltre riservato un trattamento d’onore a Yossi Dagan, estremista israeliano del movimento dei coloni, durante il quale ha affermato: “Dio benedica gli abitanti della Giudea e della Samaria”. Dagan, a capo del’autoproclamato consiglio regionale della Samaria, si spende per l’annessione a Israele della Cisgiordania illegalmente occupata.

    Scontro tra le istituzioni

    L’incontro con Dagan e il veto di agosto hanno portato ad esporsi la Presidente della Repubblica slovena, Nataša Pirc Musar, che ha ricordato che “il diritto internazionale non è una questione di scelta politica” e va applicato a tutti. Pirc Musar ha chiesto al governo di appoggiare la posizione europea contro le colonie illegali in Cisgiordania, senza “doppi standard”.

    Janša ha reagito alla sua maniera, da populista, affermando che “la Jugoslavia non esiste più. Questa è la Slovenia. Siamo decisori, non schiavi”, e sostenendo che Lubiana non sia vincolata da precedenti posizioni di politica estera europea. Il suo governo, dice, seguirà una politica “pragmatica“, volta al benessere degli sloveni. Janša ha anche criticato l’uso della parola “genocidio” per definire i massacri degli ultimi anni a Gaza.

    Con l’estate, si è raffreddato l’impeto per un bando UE sulle importazioni dalle colonie illegali israeliane. Le uniche sanzioni UE che restano in vigore sin dall’inizio della guerra di Gaza nel 2023 sono il congelamento di 14 milioni di euro di sovvenzioni culturali UE per Israele, e il divieto di visti Schengen per 12 coloni estremisti e 9 entità.

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