Nel marzo 2022 (con la guerra Russia-Ucraina appena iniziata) la Transnistria appariva come una delle ulteriori micce del conflitto: una piccola striscia di territorio incastrata tra Moldavia e Ucraina, non riconosciuta internazionalmente, ma sostenuta politicamente, economicamente e militarmente dalla Russia (https://www.laredazione.net/transnistria-la-regione-cuscinetto-nel-cuore-del-conflitto/).
Quattro anni dopo, la situazione è ancora sospesa. Ma qualcosa è cambiato. La Transnistria continua a essere uno dei punti più delicati dello scacchiere dell’Europa orientale. Nel 2022 il timore principale era che Mosca potesse utilizzare il territorio come base per aprire un nuovo fronte contro l’Ucraina, in particolare verso Odessa. La regione ospitava già un contingente russo e la sua posizione geografica la rendeva strategicamente importante. Oggi quel rischio non è scomparso, ma il problema ha assunto una dimensione più ampia.
Da territorio-cuscinetto a possibile leva russa
La Transnistria rimane uno Stato soltanto sulla carta: si è autoproclamata indipendente, ma la comunità internazionale continua a considerarla parte della Moldavia. Il territorio è lungo circa 200 chilometri e stretto tra il fiume Dnestr e il confine ucraino. Qui Mosca mantiene circa 1.500 militari, formalmente peacekeeper, presenti fin dagli anni Novanta dopo la guerra che sancì la separazione di fatto della regione dalla Moldavia. Nel 2022 quei soldati rappresentavano soprattutto una possibile riserva militare in caso di escalation. Nel 2026 diventano anche uno strumento di pressione politica. Il segnale più significativo arriva da Mosca. Sergej Shoigu ha dichiarato che gli interessi e la sicurezza dei cittadini russi presenti in Transnistria sarebbero minacciati da Kiev e Chişinău e che la Russia sta valutando tutti gli scenari per proteggerli. È un linguaggio che ricorda quello utilizzato dal Cremlino per ‘giustificare’ altri interventi nello spazio post-sovietico.
L’annessione: da ipotesi a possibilità esplicitamente evocata
Già nel 2022 esisteva il timore che la Transnistria potesse diventare un nuovo fronte della guerra. Nel frattempo, però, si è affacciata una possibilità ancora più radicale: l’annessione alla Russia. Le autorità locali hanno più volte invocato un referendum sul modello di quelli organizzati nei territori occupati dall’Ucraina. Il reportage del Corriere della Sera evidenzia come questa richiesta non sia episodica e come Mosca, oggi, non la chiuda più con la stessa nettezza di un tempo. Questo non significa che l’annessione sia imminente. Significa però che la questione è entrata nel campo degli scenari che il Cremlino dichiara di voler prendere in considerazione.
La vera novità: il gas
È questo il cambiamento più importante rispetto al quadro del 2022. Allora la Russia garantiva alla Transnistria gas a condizioni estremamente favorevoli, contribuendo a mantenere in piedi un’economia fortemente dipendente da Mosca. Oggi quella dipendenza si è trasformata in una debolezza. Dal gennaio 2025 il gas russo non arriva più attraverso l’Ucraina come avveniva in precedenza. La Transnistria è stata costretta a confrontarsi con il mercato dell’energia e con costi molto più elevati, contando sempre più sull’aiuto finanziario di Mosca. Il paradosso è evidente: mentre la Russia continua a essere il principale protettore politico e militare della regione, la sua capacità di mantenerne indefinitamente l’economia appare meno scontata. La guerra in Ucraina consuma risorse russe e rende più difficile sostenere all’infinito una piccola enclave separata dal resto del Paese.

Un’economia molto meno sovietica di quanto sembri
La Transnistria continua a presentarsi come una sorta di museo dell’Unione Sovietica: bandiere rosse, falce e martello, statue di Lenin, scuola in cirillico e una forte retorica della nostalgia sovietica. Ma dietro questa immagine c’è un’economia privata dominata da grandi interessi, soprattutto dal gruppo Sheriff dell’oligarca Viktor Guşan, presente in settori che vanno dalla grande distribuzione ai carburanti, dalle telecomunicazioni all’edilizia e allo sport. È dunque una realtà molto diversa dalla rappresentazione di una semplice enclave comunista: la nostalgia sovietica è soprattutto identità politica e culturale, mentre il sistema economico funziona secondo logiche decisamente capitalistiche.

E la Moldavia?
Nel 2022 Chişinău appariva ancora lontana dal poter recuperare il controllo della regione. Nel 2026, secondo un recente del Corriere della Sera, sono in corso contatti e negoziati sottotraccia per una graduale reintegrazione. La prospettiva europea della Moldavia rende questa partita ancora più importante. Più il Paese si avvicina all’Unione europea, più la Transnistria diventa una questione strategica per Mosca: perdere la regione significherebbe perdere una delle principali leve con cui il Cremlino può condizionare il futuro moldavo.
Dal “nuovo fronte” al “piccolo Donbass”
Nel 2022 la domanda era: la Transnistria entrerà nella guerra? Nel 2026 la domanda è diventata più complessa: quanto a lungo può sopravvivere il modello transnistriano e quale sarà il suo rapporto con la Russia, l’Ucraina e una Moldavia sempre più orientata verso l’Europa? La regione rimane una possibile piattaforma militare russa, ma allo stesso tempo è diventata economicamente fragile. Mosca continua a disporre di una leva militare e politica, mentre Chişinău può contare sulla crescente integrazione europea e sulla progressiva dipendenza della Transnistria dai collegamenti con la Moldavia. È questo il paradosso del 2026: la Transnistria è forse più vulnerabile di prima, ma proprio per questo potrebbe essere più importante per Mosca. Nel 2022 era soprattutto una regione-cuscinetto, sospesa tra Ucraina, Moldavia e Russia. Oggi è anche una pedina della competizione più ampia tra Russia ed Europa. Il “piccolo Donbass”, insomma, non è ancora diventato un nuovo campo di battaglia. Ma non è più soltanto un conflitto congelato: è un problema strategico che può essere riattivato attraverso la pressione militare, l’energia, l’economia e la politica.
