Chiunque di voi possegga un telefonino si sarà imbattuto nell’immagine dell’androide che in un negozio di elettronica replica alla spintarella di un cliente cercando di colpirlo al volto con un calcio, neanche si trovasse su un ring di arti marziali o nel cortile della Rai di via Teulada quando la redazione di Report incrocia quella del programma di Salvo Sottile. Qualche analista di politica estera, saputo che l’androide era russo, ha avanzato l’ipotesi che si stesse preparando ai negoziati di pace con Ursula von der Leyen. Invece una persona che se ne intende di queste cose mi ha spiegato che il robot non ha reagito di testa sua (non ancora, almeno), ma dopo che qualcuno lo aveva impostato per insegnargli a difendersi in caso di aggressione improvvisa.
Dovrei sentirmi rassicurato: l’androide in versione Karate Kid non ha preso autonomamente l’iniziativa, è stato un programmatore a guidarlo. Invece è proprio questo il particolare che più mi preoccupa. Delle macchine in quanto tali mi fido abbastanza. Sono gli umani che le governano a destarmi perplessità. E se il programmatore assomiglia a uno di quei pazzi isterici che — complici il caldo e lo spirito del tempo, ben incarnato da certi leader rivendicativi — danno in escandescenze appena osi chiedergli di abbassare la suoneria del telefono o di spostare l’auto parcheggiata in terza fila? D’ora in avanti, prima di intrattenermi con un robot, pretenderò di conoscere i suoi genitori.
4 settembre 2026
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