Settanta milioni di euro, munizioni destinate all’Ucraina, una società con sede in Italia e controllata da un gruppo indiano, consegne finite al centro di pesanti contestazioni e, alla fine, le dimissioni di un ministro. È diventato un caso politico internazionale quello esploso in Estonia intorno agli acquisti di proiettili d’artiglieria destinati a sostenere Kiev nella guerra contro la Russia.
Al centro della vicenda c’è Datasel Srl, società con sede alla Spezia e controllata dall’indiana Neco Defense Munition. Tutto comincia nel 2024, nel pieno della corsa europea per trovare munizioni da inviare all’Ucraina. Kiev ha bisogno di enormi quantità di proiettili e i Paesi europei cercano fornitori capaci di consegnarli rapidamente.
In questo contesto entra in gioco la Rkik, l’agenzia estone che gestisce gli investimenti nel settore della Difesa. Nell’agosto 2024 viene firmato un primo accordo con Datasel, accompagnato da un pagamento di circa 15 milioni di euro. Due mesi dopo arriva un secondo contratto, da altri 10 milioni.
Le prime munizioni sarebbero dovute arrivare in Ucraina già nel novembre dello stesso anno. Ma, secondo le ricostruzioni emerse sulla stampa estone, le consegne iniziano presto ad accumulare ritardi e difficoltà. Nonostante questo, alla fine del 2024 vengono firmati altri accordi e il valore complessivo della commessa arriva a circa 70 milioni di euro.
È uno dei punti che oggi alimenta maggiormente le polemiche. Perché continuare ad aumentare il valore degli ordini mentre le prime consegne stavano già incontrando problemi? La domanda è diventata centrale nel dibattito politico estone e ha aperto un confronto non solo sull’azienda fornitrice, ma anche sui sistemi di controllo all’interno dell’apparato della Difesa.
Una parte delle munizioni sarebbe stata effettivamente consegnata. Il problema, però, riguarda la loro qualità. Secondo le contestazioni avanzate a Tallinn, il materiale ricevuto sarebbe risultato di qualità insufficiente e, in alcuni casi, non utilizzabile secondo quanto previsto dagli accordi.
Sul punto, però, le versioni sono molto diverse. Datasel respinge le accuse più pesanti e sostiene di essere, al contrario, una delle parti danneggiate dalla vicenda. L’azienda afferma di aver consegnato materiale per decine di milioni di euro e contesta la ricostruzione secondo cui le forniture sarebbero state sostanzialmente inutilizzabili.
La società sostiene inoltre che una parte dei ritardi sarebbe dipesa dalla complessità delle autorizzazioni necessarie per il commercio internazionale di materiale militare. In operazioni di questo tipo non basta infatti produrre o acquistare le munizioni: servono licenze, permessi per l’esportazione, autorizzazioni governative e controlli che possono coinvolgere più Paesi contemporaneamente.
L’Estonia, dal canto suo, ha deciso di interrompere i contratti e di chiedere la restituzione delle somme che ritiene dovute. Datasel si è opposta e ha presentato le proprie richieste economiche. La controversia è così arrivata davanti alla Corte europea di arbitrato di Strasburgo, trasformandosi in un contenzioso internazionale.
In ballo ci sarebbero decine di milioni di euro. Datasel avrebbe emesso fatture per circa 59 milioni, mentre l’Estonia contesta almeno una parte delle forniture e chiede di recuperare il denaro già versato. Sarà ora la procedura arbitrale a stabilire quali obblighi siano stati rispettati e quali no.

Il caso ha acceso i riflettori anche sulla struttura societaria di Datasel. L’azienda ha sede alla Spezia, ma dal 2024 risulta controllata dall’indiana Neco Defense Munition. Il fondatore italiano, un ex manager dell’industria della Difesa, ha spiegato di aver ceduto la proprietà mantenendo comunque un ruolo di collaboratore.
Secondo la sua ricostruzione, sarebbero stati i nuovi proprietari indiani a gestire direttamente l’operazione con l’Estonia. Il suo coinvolgimento sarebbe rimasto legato soprattutto alle licenze di esportazione, ancora formalmente intestate a lui in quella fase.
Le ricostruzioni dei media estoni hanno però sollevato dubbi sull’esperienza precedente delle società coinvolte nella vendita di grandi quantità di munizioni d’artiglieria. I cataloghi aziendali riportano prodotti militari e munizionamento, ma il punto contestato riguarda la capacità concreta di gestire una commessa di queste dimensioni e con tempi così stretti.
Ed è qui che la vicenda smette di essere soltanto commerciale e diventa politica. In Estonia la Difesa rappresenta uno dei settori più delicati in assoluto. Il Paese confina direttamente con la Russia e, dopo l’invasione dell’Ucraina, ha aumentato fortemente gli investimenti militari e il sostegno a Kiev.
Quando uno Stato spende cifre elevate in poco tempo, però, aumenta anche il rischio di errori, controlli insufficienti o procedure accelerate. Proprio per questo il caso Datasel ha alimentato un dibattito molto più ampio sulla gestione degli acquisti militari e sull’efficacia dei meccanismi di verifica.
La pressione politica è ricaduta infine sul ministro della Difesa Hanno Pevkur. Pevkur ha precisato di non aver seguito direttamente la negoziazione dei singoli contratti e di non essere personalmente coinvolto nella scelta del fornitore.
Ha però riconosciuto che la responsabilità politica per quello che accade nel settore della Difesa ricade comunque sul ministro. In un’intervista alla televisione pubblica estone ERR ha usato una frase destinata a restare legata alla vicenda: «Il ministro non si occupa di contare calzini e munizioni».
Il concetto era semplice: un ministro stabilisce la linea politica, mentre sono gli uffici competenti a gestire operativamente gli acquisti. Pevkur ha tuttavia deciso di dimettersi, definendosi di fatto un “parafulmine” necessario per proteggere la credibilità delle istituzioni e assumersi la responsabilità politica dell’intero settore.
Le sue dimissioni non chiudono però il caso. Restano aperte le questioni relative ai contratti, alle consegne, alla qualità delle munizioni e alla gestione delle somme versate. E resta soprattutto il problema dei soldi europei.
Almeno una parte delle risorse utilizzate per la commessa proverrebbe infatti dall’European Peace Facility, il Fondo europeo per la pace attraverso il quale l’Unione europea finanzia anche il sostegno militare all’Ucraina.
Per Bruxelles la questione è delicata. Se parte del denaro europeo è stato utilizzato per acquistare materiale che non avrebbe rispettato pienamente le condizioni previste, bisognerà capire se quelle somme potranno essere recuperate e, soprattutto, chi dovrà eventualmente restituirle.
È questo uno degli aspetti che rende il caso molto più grave di un semplice contratto andato male. In gioco c’è la credibilità degli aiuti militari europei, ma anche il sistema con cui vengono controllati gli acquisti effettuati in un momento di emergenza.
La guerra in Ucraina ha infatti costretto molti governi europei a trovare fornitori in tempi rapidissimi. La pressione sulle scorte di munizioni è diventata enorme e l’industria europea non è sempre stata in grado di rispondere immediatamente alla domanda.
Questo ha portato diversi Paesi a cercare fornitori anche fuori dai tradizionali circuiti industriali europei. Una scelta comprensibile dal punto di vista dell’urgenza, ma che rende ancora più importante verificare esperienza, capacità produttiva, affidabilità e qualità del materiale.
Il caso estone mostra quanto sia difficile trovare un equilibrio tra queste due esigenze: consegnare rapidamente munizioni all’Ucraina e garantire allo stesso tempo controlli rigorosi sull’utilizzo di decine di milioni di euro pubblici.
Per Tallinn il danno è già evidente. Il governo voleva acquistare munizioni per sostenere Kiev e rafforzare la sicurezza europea. Si ritrova invece con contratti contestati, una controversia internazionale, milioni di euro ancora al centro di una battaglia legale e un ministro della Difesa costretto a lasciare il proprio incarico.
Resta ora da capire che cosa stabiliranno gli arbitri e se le indagini interne faranno emergere ulteriori responsabilità. Ma una cosa è già chiara: in un Paese che considera la sicurezza nazionale una questione vitale, 70 milioni di euro di munizioni trasformati in un caso politico e giudiziario sono molto più di un semplice incidente amministrativo.



