I ragazzi ucraini tornano a scuola, ma non è un ritorno normale: quest’anno, per gli studenti delle superiori, entra in aula la materia “Difesa dell’Ucraina”. Si imparano droni, primo soccorso, gestione delle emergenze, sopravvivenza. La guerra entra nei programmi scolastici.

    11 settembre 2001. Il trauma che cambiò tutto

    Il pensiero corre a un altro settembre. A un altro mattino in cui il mondo si fermò. L’11 settembre 2001 non fu solo un attacco terroristico. Fu il momento in cui l’Occidente scoprì di essere vulnerabile in un modo che non aveva mai immaginato. Il nemico non era uno Stato con confini e bandiere, ma una rete invisibile, capace di colpire nel cuore della superpotenza globale. E la risposta non fu solo militare. Quel giorno cambiò tutto. Le politiche di sicurezza furono riscritte.

    L’intelligence fu riorganizzata. La sorveglianza di massa divenne prassi. I controlli negli aeroporti si trasformarono in un rituale ossessivo. La parola “terrorismo” entrò nel lessico quotidiano come una minaccia permanente, invisibile, onnipresente. Non più un evento, ma una condizione. Non più un’emergenza, ma uno stato d’eccezione destinato a diventare regola.

    Ma l’11 settembre cambiò anche qualcosa di più profondo. Cambiò il modo in cui una generazione fu educata al mondo. La narrazione della guerra al terrore, il racconto semplificato di un bene contro un male, l’ossessione per la sicurezza a tutti i costi: tutto questo entrò nelle scuole, nei discorsi pubblici, nell’immaginario collettivo. I ragazzi che crescevano in quegli anni impararono presto che il mondo era un luogo pericoloso, che esistevano nemici invisibili, che la libertà andava bilanciata con il controllo.

    Oggi, a distanza di venticinque anni, viene spontaneo chiedersi: quella minaccia, che abbiamo combattuto con leggi speciali e lezioni preventive, ha finito per cambiare qualcosa di più profondo delle nostre politiche di sicurezza? Ha finito per modificare il modo in cui abbiamo educato i nostri figli? Li abbiamo preparati al mondo che verrà, o li abbiamo abituati a difendersi da un mondo che abbiamo smesso di immaginare diverso?

    La domanda che attraversa l’Europa

    Oggi, in Ucraina, la guerra non è un ricordo ma il presente. I ragazzi imparano a pilotare droni perché i droni sono realtà. Imparano il primo soccorso perché le bombe cadono. Imparano a difendersi perché sono sotto attacco. È la necessità, è la sopravvivenza. Ma il confine tra preparazione e adattamento alla guerra è sottile. Insegnare ai giovani a sopravvivere non è la stessa cosa che insegnare loro a vivere. Quanto può una società trasformarsi per difendersi da una minaccia senza rischiare che quella stessa minaccia finisca per modificare il modo in cui educa le nuove generazioni? Fino a che punto la preparazione alla guerra può restare separata dalla formazione alla pace? Dove finisce la necessità di proteggersi e dove comincia il rischio di normalizzare l’eccezione, di abituare i ragazzi a pensare che il conflitto sia l’orizzonte naturale della loro vita?

    E in Europa, oggi, questa domanda si fa più urgente che mai
    Il Parlamento europeo ha approvato il piano ReArm Europe, che punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro per rafforzare l’industria della difesa e le capacità militari dell’Unione. Ursula von der Leyen ha parlato di “ripristinare la deterrenza contro coloro che cercano di farci del male”.

    In Italia, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha proposto una leva volontaria, un “servizio a vantaggio dello Stato” che potrebbe dare ai giovani “una seconda chance”. L’ex presidente del Consiglio Mario Draghi ha chiesto all’Europa di “agire come uno Stato solo”, con un comando unico per la difesa. Il dibattito è aperto, le posizioni si confrontano, e il paradigma della sicurezza sta cambiando sotto i nostri occhi.

    Mentre l’Europa discute di come difendersi, forse dovrebbe chiedersi anche come continuare a educare alla pace

    Ma c’è una questione più sottile, che riguarda la formazione delle prossime generazioni. In Europa, la minaccia ibrida, la disinformazione, la guerra psicologica stanno già entrando nelle aule, nei programmi, nei discorsi degli insegnanti. E il rischio è che, senza proiettili, senza droni, senza allarmi antiaereo, anche noi finiamo per educare i nostri figli alla paura. Perché se la storia insegna qualcosa, è che le guerre non si vincono solo al fronte. Si vincono anche nelle scuole. E si perdono, forse, quando la paura diventa più importante della libertà di immaginare un futuro diverso.

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