Un libro, in tempi ordinari, è un bene culturale. In Lettonia, dal 1° settembre 2026, può diventare anche una questione di sicurezza. Con un provvedimento che unisce commercio, informazione e strategia geopolitica, Riga ha vietato l’importazione di libri, giornali e altri stampati da Russia e Bielorussia, estendendo il blocco a una serie di beni di consumo e inserendo così la guerra dell’influenza nel cuore della propria politica estera.
La novità non riguarda soltanto gli scaffali delle librerie. In Lettonia il blocco deciso contro prodotti provenienti da Russia e Bielorussia tocca l’informazione stampata, ma anche abiti, scarpe, giocattoli e articoli sportivi: una scelta che il governo presenta come misura di sicurezza nazionale, e che in realtà racconta una strategia molto più ampia. Riga prova a chiudere non solo un canale commerciale residuo con i due Paesi vicini, ma anche uno dei corridoi simbolici attraverso cui, secondo le autorità lettoni, continuano a passare influenza politica, propaganda e pressione ibrida.
Il provvedimento è entrato in vigore il 1° settembre 2026 dopo l’approvazione, il 25 agosto, dei regolamenti del Consiglio dei ministri proposti dal Ministero degli Esteri. Il perimetro è preciso: il divieto riguarda libri stampati, giornali e altri materiali tipografici, oltre a capi di abbigliamento, altri prodotti tessili finiti, calzature, copricapi, giocattoli, giochi e attrezzature sportive. La restrizione si applica non solo alle merci importate direttamente da Russia e Bielorussia, ma anche a quelle originarie di questi due Paesi e introdotte in Lettonia attraverso Paesi terzi.
Sul piano politico, il messaggio è ancora più netto del dispositivo tecnico. Il ministero spiega che l’obiettivo è proteggere gli interessi di sicurezza della Lettonia, ridurre la capacità di Russia e Bielorussia di ottenere entrate dall’export e limitare l’ingresso nel Paese di materiali di propaganda russa. Nella formulazione ufficiale, Mosca è indicata come l’autrice della guerra d’aggressione contro l’Ucraina, mentre Minsk viene descritta come co-sostenitrice di quello sforzo bellico.
Non solo libri: una misura commerciale con obiettivo politico
Ridurre la decisione a un “divieto sui libri russi” sarebbe però fuorviante. La cornice normativa approvata dal Parlamento lettone il 23 luglio 2026 nasce infatti come divieto nazionale all’importazione di determinate merci industriali provenienti dagli “Stati aggressori”. Nella presentazione della Saeima, il provvedimento viene collegato esplicitamente al sostegno all’Ucraina e alla volontà di ridurre in modo sistematico i legami economici con Mosca e Minsk. Fra i beni citati dal Parlamento compaiono anche videogiochi, oltre ai prodotti menzionati dal governo.
Il dettaglio non è secondario. La Lettonia sta cercando di trasformare una scelta di politica estera in una infrastruttura normativa interna: il testo approvato dal Parlamento prevede infatti che il governo valuti entro il 1° marzo e poi ogni anno l’impatto del divieto sulla sicurezza pubblica e sull’interesse pubblico, trasmettendo un rapporto alla Saeima. Le restrizioni, secondo la legge, resteranno in vigore fino al 1° luglio 2027.
C’è poi un elemento di chiarezza utile per il lettore: non si tratta, almeno formalmente, di un divieto generale di vendita o possesso di libri in lingua russa. L’autorità lettone per la tutela dei consumatori spiega che la misura è un divieto di importazione, non un bando universale sul commercio. Se una merce di origine russa o bielorussa è stata immessa legalmente in libera circolazione in un altro Stato membro dell’Unione europea, la sua presenza nei negozi lettoni “di per sé” non costituisce violazione. Inoltre il divieto non si applica al transito sul territorio lettone. È una distinzione tecnica, ma decisiva per evitare semplificazioni.
La guerra dell’informazione come minaccia di sicurezza
Per capire perché Riga abbia scelto di inserire libri e stampa nello stesso pacchetto di merci industriali bisogna guardare al lessico di sicurezza usato dalle istituzioni lettoni da tempo. Nei documenti ufficiali dello Stato, le minacce ibride comprendono campagne di disinformazione e propaganda, cyberattacchi, pressione economica e tentativi di influenzare l’opinione pubblica e il processo decisionale del Paese. Il Ministero degli Esteri e gli apparati di sicurezza collocano da anni la pressione russa proprio in questa categoria.
Nel suo rapporto annuale pubblicato il 9 febbraio 2026, il Servizio di sicurezza dello Stato lettone (VDD) ha ribadito che Russia e i suoi apparati di intelligence continuano a rappresentare la principale minaccia alla sicurezza nazionale del Paese. Fra le attività citate figurano operazioni ostili contro infrastrutture statali, azioni psicologiche volte a influenzare l’opinione pubblica e il proseguimento di propaganda e disinformazione online.
Anche il Bureau per la protezione della Costituzione (SAB), un’altra agenzia centrale dell’architettura di sicurezza lettone, ha sostenuto nel rapporto annuale 2025 che Mosca continua a utilizzare e sviluppare strumenti ibridi per influenzare la Lettonia. Tra questi, il SAB include campagne di informazione ostile e perfino il ricorso a meccanismi giuridici internazionali per screditare il Paese e fare pressione sulle sue politiche verso la popolazione russofona.
In questo quadro, il materiale stampato non viene trattato dalle autorità come un semplice bene culturale. Viene considerato anche come un supporto potenziale di messaggi politici, narrazioni di guerra e influenza statale. È questo il passaggio che spiega la scelta di colpire proprio libri, giornali e altri stampati: per il governo lettone, l’infrastruttura della propaganda non è fatta soltanto di televisioni satellitari, social network o piattaforme online, ma anche di flussi commerciali fisici.
Lettonia, il confine passa anche dai libri: perché Riga ha chiuso l’import da Russia e Bielorussia
Il contesto baltico: frontiera geografica e frontiera politica
La sensibilità lettone sul tema non nasce nel vuoto. La Lettonia è membro di UE e NATO, confina sia con la Russia sia con la Bielorussia, ed è uno dei Paesi europei che dall’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio 2022 hanno adottato la linea più rigida verso il Cremlino. Nella lettura strategica di Riga, il confine orientale non è soltanto una linea territoriale: è una soglia su cui si intrecciano sicurezza militare, pressione migratoria, cyberspazio, propaganda e coesione interna.
A pesare è anche la struttura demografica del Paese. Le statistiche ufficiali lettoni continuano a registrare una presenza significativa di cittadini e residenti di origine russa: la quota degli etnici russi resta intorno a un quarto della popolazione, un dato che spiega perché il terreno dell’informazione e della lingua abbia in Lettonia un peso politico particolare.
Proprio per questo le misure adottate da Riga negli ultimi anni hanno riguardato non solo il commercio, ma anche la sfera linguistica e scolastica. Dal 1° gennaio 2026 la Lettonia ha modificato il regime IVA sui libri e sulle pubblicazioni, mantenendo l’aliquota ridotta del 5% soltanto per le opere pubblicate in lettone, in lettone latgalo, in livone e nelle lingue ufficiali degli Stati membri UE/SEE, della Svizzera, dei Paesi candidati all’UE o dei Paesi OCSE. In pratica, molte pubblicazioni in lingua russa non beneficiano più del trattamento agevolato.
Sul fronte dell’istruzione, le autorità hanno completato la transizione verso l’insegnamento generale in lettone e hanno stabilito che dal 1° settembre 2026 nella scuola secondaria non sarà più possibile iniziare lo studio del russo come seconda lingua straniera, che dovrà essere sostituito da una lingua ufficiale dell’UE, dello SEE o da una lingua prevista da accordi intergovernativi. Anche qui la logica ufficiale è quella di rafforzare integrazione, spazio civico comune e resilienza nazionale.
Un tassello nella strategia di sganciamento economico
Il governo lettone insiste sul fatto che la misura ha anche un senso economico e non solo simbolico. Secondo il Ministero degli Esteri, il valore delle importazioni dalla Russia e dalla Bielorussia è crollato del 91% dal 2022, passando da 2,129 miliardi di euro a 193 milioni di euro nel 2025. Il nuovo divieto, sostiene Riga, completa le restrizioni già esistenti su risorse energetiche, prodotti agricoli, prodotti ittici e derrate alimentari.
Non è un punto secondario, perché dice molto sull’approccio lettone: invece di attendere esclusivamente nuove sanzioni comunitarie, Riga usa gli spazi normativi nazionali per anticipare o rafforzare la pressione economica su Mosca e Minsk. La stessa Saeima aveva già esteso nel 2024 e poi consolidato nel 2026 il bando sull’import di determinati prodotti agricoli e mangimi provenienti da Russia e Bielorussia.
I beni industriali ora colpiti dal provvedimento valevano 12,5 milioni di euro di importazioni nel 2025, pari al 6,5% delle restanti importazioni lettoni da Russia e Bielorussia e allo 0,05% del totale delle importazioni nazionali. Numeri modesti in termini macroeconomici, ma politicamente rilevanti perché riguardano alcune delle categorie ancora visibili al consumo.
Il precedente europeo e le possibili conseguenze
La portata della decisione supera dunque il caso lettone. Euronews l’ha definita il primo divieto di questo tipo applicato in Europa ai beni di consumo russi, e non è difficile capire perché il dossier venga osservato con attenzione anche altrove: mette insieme sanzioni, commercio, sicurezza informativa e politiche identitarie in un unico dispositivo.
Resta però aperta una domanda politica di fondo. Dove finisce la legittima autodifesa di uno Stato contro la propaganda di guerra e dove comincia il rischio di una restrizione che, pur colpendo formalmente l’importazione e non la lingua russa in quanto tale, finisce per incidere sul pluralismo culturale di una parte dei residenti? Il governo lettone risponde implicitamente sostenendo che esistono alternative sufficienti su altri mercati e che la priorità, in questa fase storica, è interrompere ogni area residua di dipendenza economica e vulnerabilità informativa.
Per ora, il dato politico più solido è un altro: nel Paese baltico la guerra lanciata dalla Russia contro l’Ucraina continua a produrre effetti ben oltre il campo militare. Ridisegna il commercio, la scuola, la fiscalità culturale e persino la circolazione dei libri. In Lettonia, il confine con Mosca non passa più soltanto per dogane e basi NATO. Passa anche per le pagine stampate che un governo decide di non voler più vedere entrare nel proprio spazio nazionale.
Fonti:
Ministero degli Esteri della Lettonia
Fonte istituzionale per il provvedimento entrato in vigore il 1° settembre 2026 e per le motivazioni legate alla sicurezza nazionale.
Saeima – Parlamento della Lettonia
Documentazione parlamentare sulla legge che introduce il divieto di importazione di determinate merci provenienti da Russia e Bielorussia.
VDD – State Security Service of Latvia
Rapporto annuale sulla sicurezza nazionale e sulle minacce attribuite alla Russia, comprese propaganda, disinformazione e attività ibride.
SAB – Constitution Protection Bureau of Latvia
Rapporto sulla sicurezza nazionale e sulle attività di influenza e interferenza attribuite alla Russia.
European Union
Informazioni istituzionali sul quadro europeo delle sanzioni e delle relazioni con Russia e Bielorussia.
NATO – Paesi membri
Informazioni sul ruolo della Lettonia nell’Alleanza Atlantica e sul contesto di sicurezza regionale.
Lettonia – approfondimento geografico
Informazioni generali sul Paese e sulla sua posizione geografica.
Normativa lettone sull’importazione di merci da Russia e Bielorussia
Riferimento al provvedimento nazionale che include libri, giornali, prodotti tessili, calzature, giocattoli, giochi e articoli sportivi.

