Tre decenni al potere. Aleksandr Lukashenko governa la Bielorussia dal 1994, più a lungo di qualsiasi altro leader europeo in carica. Un primato che i suoi sostenitori citano come prova di stabilità, e i suoi critici come la misura di un’autocrazia che ha resistito a ogni pressione esterna. La realtà, come spesso accade in geopolitica, è più complicata di entrambe le narrative.

    La Bielorussia non è mai stata così al centro del dibattito internazionale come in questi anni, neanche dai tempi in cui l’Ue – correva il 2008 – tentava a suon di milioni di euro di destabilizzare la nazione, con l’obiettivo di portarla fuori dalla sfera di influenza russa.

    La guerra in Ucraina , iniziata il 24 febbraio 2022, ha trasformato Minsk in un nodo strategico di primaria importanza: il territorio bielorusso è stato utilizzato dalla Russia come base di partenza per l’invasione del nord dell’Ucraina nei primi mesi del conflitto, un fatto che ha definitivamente compromesso le relazioni tra la Bielorussia e l’Unione europea e gran parte della comunità internazionale.

    A questo si aggiunge il conflitto in corso nel Golfo Persico tra Stati Uniti, Israele e Iran che ha ridisegnato le priorità energetiche e di sicurezza dell’intero continente europeo, rendendo ancora più urgente la questione delle rotte di transito e degli approvvigionamenti.

    Sul piano economico, i dati ufficiali bielorussi descrivono un Paese con un tasso di disoccupazione del 2,5% (metodologia ILO, febbraio 2026), pensioni in crescita e un settore tecnologico in espansione, il Parco Hi-Tech di Minsk supera i 60.000 occupati e le esportazioni di servizi hanno raggiunto oltre 2 miliardi di dollari nel 2025. Numeri che raccontano una tenuta economica reale.

    Ma la stabilità di cui si parla ha un costo che le statistiche ufficiali non misurano. Dopo le elezioni presidenziali del 2020 , contestate dalla comunità internazionale e da ampie fasce della popolazione bielorussa come fraudolente , la repressione del dissenso ha raggiunto livelli senza precedenti. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, migliaia di manifestanti sono stati arrestati, centinaia di persone sono tuttora detenute in quanto prigionieri politici, e numerosi oppositori, giornalisti e attivisti hanno subito torture o sono stati costretti all’esilio. Lukashenko ha risposto alle proteste con la forza, con il sostegno esplicito di Mosca che ha fornito copertura diplomatica e sostegno finanziario al regime.

    La vicenda del volo Ryanair dirottato nel 2021 per arrestare il giornalista Roman Protasevich ha rappresentato uno spartiacque: un atto definito da molti governi occidentali come “pirateria aerea di Stato”, che ha portato all’isolamento di Minsk nello spazio aereo europeo e a un ulteriore inasprimento delle sanzioni.

    La posizione geografica della Bielorussia, crocevia di corridoi energetici e logistici tra Europa occidentale, Russia e Asia, le conferisce oggettivamente un peso strategico che nessuna cancelleria può ignorare del tutto. Minsk ha ospitato gli Accordi di Minsk del 2014 e 2015 sul conflitto nel Donbass, dimostrando una capacità di mediazione che, per quanto oggi svuotata, ha lasciato tracce nella diplomazia europea.

    Il rapporto con la Cina si è nel frattempo consolidato: gli investimenti cinesi attraverso la Belt and Road Initiative e il parco industriale Great Stone superano i 5 miliardi di dollari. Una partnership che diversifica le fonti di finanziamento di Minsk ma che, agli occhi occidentali, rafforza l’asse Mosca-Pechino-Minsk in chiave antioccidentale.

    Sul fronte americano, la seconda amministrazione Trump ha mostrato segnali di apertura pragmatica verso Lukashenko, allentando alcune sanzioni su prodotti come la potassa e avviando canali diplomatici diretti. Un approccio che Washington giustifica con la necessità di interlocutori stabili in un momento di crisi globale, ma che preoccupa i partner europei e le organizzazioni per i diritti umani.

    Il dibattito sulla Bielorussia si riduce, in ultima analisi, a una tensione irrisolvibile tra due logiche: quella dei valori , democrazia, stato di diritto, diritti fondamentali , e quella degli interessi strategici. L’Unione europea ha finora privilegiato la prima, mantenendo le sanzioni e rifiutando -oggi – il dialogo con Lukashenko. Una posizione coerente sul piano dei principi, ma che lascia Minsk sempre più saldamente nell’orbita di Mosca.

    Chi propone un riorientamento pragmatico sostiene che isolare completamente la Bielorussia non serve né ai dissidenti né alla stabilità regionale, e che canali di comunicazione aperti potrebbero nel tempo favorire un allentamento della repressione. I critici di questa posizione , e sono molti, a cominciare dai governi baltici e dalla Polonia , rispondono che ogni apertura a Lukashenko senza condizioni concrete equivale a legittimare un regime che ha trasformato il proprio Paese in un avamposto militare russo.

    La risposta giusta probabilmente non esiste. Ciò che è certo è che la Bielorussia, nel bene e nel male, non è un Paese che l’Europa possa permettersi di ignorare.

    foto Kremlin.ru

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