Inutile nasconderci dietro un dito: sull’errore in battuta di Paola Egonu, che ha chiuso il tie-break della finale degli Europei femminili 2026 di pallavolo, qualsiasi tifoso dell’Italia ha sperimentato dentro di sé un incredibile vortice di emozioni. Un mix tutt’altro che atteso, eppure comunque capace di lasciarci spiazzati, stupiti. A sprazzi quasi inermi e impotenti di fronte al trionfo turco. Una Turchia che, sotto la sagace guida di Daniele Santarelli, è riuscita a bissare il già storico oro ottenuto nell’edizione 2023 e a completare un’altra doppietta di ori (Europei+VNL). Onore alle avversarie delle Azzurre, trascinate dalla potenza di Melissa Teresa Vargas e dall’estro di Elif Sahin, palleggiatrice decisiva anche e soprattutto in battuta tra 4° e 5° set, peraltro dopo un 3° da incubo a livello personale. Onore però soprattutto all’Italvolley, sempre a medaglia da quando Julio Velasco ne è diventato il CT e, per oltre due set e mezzo, letteralmente ingiocabile sul taraflex della Sinan Erdem Sports Hall di Istanbul. Impianto che ricorderemo anche per l’atteggiamento dei tifosi turchi: noi abbiamo ancora nelle orecchie l’eco dei loro assordanti e incessanti fischi, non osiamo immaginare come stiano i timpani delle ragazze terribili.Che restano tali anche quando non dominano e non vincono, sia chiaro fin da subito. Il ciclo sportivo della Nazionale non è affatto concluso, anzi. Ecco perché questo argento europeo ha un peso – e un valore – tutt’altro che relativo, mentre non hanno alcun diritto di cittadinanza critiche insensate a giocatrici e staff. Dal maggio 2024 a oggi, l’Italia ci ha abituati talmente bene che, quando manca l’appuntamento con l’oro, genera in noi un’indebita e inopportuna amarezza. Ci siamo assuefatti al sapore dolce, dolcissimo della vittoria, perdendo una consapevolezza decisiva, nella vita prima ancora che nello sport: vincere non rappresenta mai la normalità, quanto semmai una splendida eccezionalità. E di eccezionale, questo gruppo azzurro, ha davvero tanto. Ecco perché, se ci è concesso, siamo in profondo disaccordo con chi non trova capacità e tempi per apprezzare questa medaglia d’argento. Impreziosita da un lavoro di squadra nato sull’obbligo di fare necessità virtù dopo l’infortunio di Loveth Omoruyi. Se si opta tuttavia per esaltare, sempre e comunque, tutto ciò che riguarda le Nazionali italiane, si finisce per divinizzare anche chi divinità non vuole proprio esserlo e per nascondere aspetti importanti.
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Ecco perché scegliamo di titolare questo articolo con un interrogativo volutamente provocatorio, senza tuttavia voler generare alcuna reazione aggressiva o polemica nel lettore: bisogna sempre vedere il bicchiere mezzo pieno. Nel caso in esame, pieno per 4/5 e forse anche più, considerando la finale disputata dalle Azzurre. Non si può però tacere su ciò che fatica, almeno nelle nostre menti, a trovare risposte logiche. Del resto, uno dei mantra di Julio Velasco ci viene in aiuto: “Chi vince festeggia, chi perde spiega”. Una frase che in tantissimi stanno piegando alla loro visione delle cose, travisandone il significato datole invece dall’iconico allenatore. Se chi perde “spiega”, finisce per cercare alibi e scusanti utili a giustificare il suo risultato, bruciando così energie e risorse che dovrebbe invece destinare al miglioramento complessivo di sé. Non ci attendiamo perciò alcuna spiegazione – che nemmeno ci è dovuta, per carità – di ciò che è successo dopo un clamoroso 3° set, dominato 25-12 dalle Azzurre. Su quel parziale, sfidiamo però chiunque ad ammettere di aver pensato che la Turchia potesse ribaltare non solo l’inerzia del match, ma anche l’intero risultato. Ecco perché ha senso, eccome, un’analisi nel merito.
Santarelli ha rivoltato il 6+1 turco cambiando schiacciatrici e palleggiatrice. Trovando in Derya Cebecioglu la banda in grado di incrinare le certezze, fino a quel momento granitiche, del muro italiano. Permettendo alla già citata E. Sahin di rifiatare, riordinare le idee, e poi tornare sul taraflex per calarsi nelle vesti di game-changer inattesa. Il tecnico folignate è stato lucido nel cambiare, spinto però da quanto stava effettivamente succedendo in campo: se non l’avesse fatto, l’Italia avrebbe chiuso sul 3-1 e con a referto 20-25 muri-punto in 4 set, considerando il modo in cui la coppia Danesi-Fahr (e pure Myriam Sylla) stava sportivamente maramaldeggiando nel fondamentale a rete. Nessuno può toglierci dalla testa un’idea simile, sebbene del tutto soggettiva. Dall’altra parte della rete, l’Italia ha invece continuato a esplorare le sue certezze. Incrollabili per tutto il torneo. A cominciare da quella del doppio cambio di diagonale principale alzatrice-opposta. Chiave tattica con cui aprire le serrature di Olimpiadi e Mondiali. Quando però la vice-Egonu era Kate Antropova, già una delle signore di posto 2 più decisive del mondo. A scanso di equivoci, nessuno ha intenzione di gettare la croce su Meme Adigwe.

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A 20 anni non è mai semplice approcciare un torneo così importante. Non lo è stato nemmeno per tante stelle assolute, salvo rare e diamantine eccezioni (Tijana Boskovic, Paola Egonu). Lei ha risposto sempre presente, perfino nella finale: 3 punti col 50% di efficienza offensiva, dovendo peraltro attaccare palloni non comodissimi e affrontare un muro turco a tratti molto rivitalizzato. Innegabili sia l’impegno che il talento della giovane stella che sta crescendo sotto l’ala di Isabelle Haak in quel di Conegliano. Sul 19-17 del 2° set, con la Turchia in un evidente momento positivo di risalita ed Egonu unica Azzurra in grado di bucare le avversarie in attacco, la scelta del doppio cambio ha tuttavia tolto anche quelle minime ma fondamentali certezze. Rimaste a un’Italia che aveva comunque dominato fino al 12-6 della frazione, peraltro dopo un 1° set stravinto 25-16. Considerando che Egonu era reduce da un doppio ace consecutivo nel suo precedente turno in battuta, la decisione di toglierla dalla mattonella del servizio (al suo posto Cambi) ha generato a posteriori un po’ di dubbi. Anche questo fa parte del percorso di crescita che la Nazionale ha comunque intrapreso verso i Giochi Olimpici di Los Angeles 2028.
Così come ne fa parte lo spostamento di Ekaterina Antropova dal ruolo di opposta a quello di schiacciatrice. Il già citato infortunio occorso a Omoruyi – alla quale auguriamo di tornare al più presto possibile e al 100% – ha scombinato i piani della Nazionale. Obbligando la coppia Fersino-Sylla a sobbarcarsi di ulteriori responsabilità in seconda linea: basta riguardare on-demand la finale per capire quanta porzione di taraflex hanno dovuto “coprire” sia la libero, autrice di un torneo fenomenale, che la schiacciatrice, quest’ultima sempre leonina nonché anima del gruppo. In tal senso, con Santarelli scaltrissimo nel richiedere alle sue giocatrici di cecchinare dal servizio il piano di rimbalzo del bagher di Sylla, nel momento in cui la tenuta in ricezione dell’Azzurra è giocoforza calata, ci saremmo aspettati qualche soluzione in uscita dalla panchina. Sostituzione che sarebbe stata tutt’altro che azzardata perfino nel caso in cui, a fare spazio alla compagna, fosse stata la stessa Antropova. Ecco perché la dicitura “N.E.” – non entrata – che si legge sul tabellino personale di Stella Nervini quantomeno ci sorprende. Valutando anzitutto la grande stima che Velasco ha da tempo riposto nella classe 2003.
Passata dal disputare un Mondiale da titolare, all’essere la quinta opzione in banda nell’Europeo appena concluso. Sì, quinta, perché c’è da considerare anche Ilaria Spirito, ottimale quando chiamata a subentrare – prendendo più volte il posto di Anna Danesi nel momento in cui la centrale era pronta al servizio – per ridare smalto e vivacità alla seconda linea italiana. Tralasciando l’ipotesi di problemi fisici patiti dalla schiacciatrice di Chieri – problemi che a noi non risultano – non si commette alcun reato di lesa maestà nel domandarsi come mai Nervini sia rimasta a guardare le compagne in tutta, ma davvero tutta, la fase a eliminazione, senza mai mettere piedi sul taraflex di Brno o su quello di Istanbul. Qualcuno potrebbe sostenere che si stia finendo nel classico gioco, tutto italiano, del fare le pulci a Velasco o alle Azzurre. Vi assicuriamo che la nostra volontà non è affatto questa. Semmai è quella di voler provare a capire insieme quei minimi dettagli che intercorrono tra due set e mezzo di costante, totale show e un set e mezzo fatto di cali di tensione, disattenzioni generalizzate e mancanza di lucidità. Arrivando poi a concludere il nostro ragionamento con un avvertimento e due (rosee) previsioni.

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In merito al primo, quanto segue. Saremo eternamente grati a Julio Velasco per aver preso per mano la pallavolo italiana e averla trascinata in una dimensione d’élite mai conosciuta prima del suo arrivo. Il merito è anche dei tanti allenatori che l’hanno preceduto e di quelli che con lui hanno lavorato o lo stanno facendo ancora (Massimo Barbolini, ad esempio). Innegabile che la sua visione dello sport e della vita abbia trasformato due diverse generazioni – prima quella maschile, poi quella femminile – di grandissimi talenti in veri e propri fenomeni. Escludendo qualsiasi alibi, ribaltando ogni certezza. Divinizzare però il Maestro non ha molto senso. Anzitutto è lui stesso a non volerlo, come più volte ribadito. In secondo luogo, negare che – per sua stessa e umana natura – anche uno degli allenatori più vincenti nella storia dello sport possa sbagliare è controproducente. Se ciò non implica comunque, di riflesso, l’autorizzazione a fargli le pulci, ci sia concessa la possibilità di appuntarci le rarissime occasioni in cui potrebbe non aver fatto la scelta migliore. Se non altro per comprendere ancor più quanto di clamoroso e vincente abbia fatto in tutte le altre volte…
In merito alle previsioni, proviamo a spingerci già verso Los Angeles. Con due anni di anticipo. Questo argento rappresenterà lo stimolo ulteriore per ribaltare gli attuali rapporti di forza con la Turchia – almeno in ambito europeo – e vivere un’estate 2027 nuovamente da protagoniste. Nonostante il ritorno della Russia. Nonostante l’eterno Brasile. Nonostante il ricambio generazionale della Serbia o una Turchia che, come già nel 2023, adesso sogna il Mondo e poi pure l’Olimpo. Il 2° posto di questi Europei deve poi risolvere quello che è diventato un dilemma: il ruolo di Antropova. Sulle sue potenzialità in posto 4 chi vi scrive non ha mai, davvero mai avuto dubbi. Per svariati motivi, a cominciare dalla cultura del lavoro e dallo spirito di sacrificio della giocatrice. Che però ora volerà in Turchia, a giocare nell’Eczacibasi di Giulio Cesare Bregoli: club di cui sarà la stella ma anche la titolarissima opposta. Anche perché in banda, perfino volendolo, per Kate non c’è spazio libero considerando le contemporanee presenze di Mayu Ishikawa, Ebrar Karakurt e Aleksandra Uzelac. Affinché Antropova diventi una schiacciatrice di primo livello mondiale, le serve tempo. Tanto tempo.
Un tempo da spendere anche e soprattutto negli 8 mesi da giocatrice di club. Cosa che non accadrà, non quest’anno per lo meno. Ecco perché la coperta ritorna improvvisamente corta in posto 4. Complici pure diversi infortuni che potrebbero non permettere all’Italia di poter contare su due talenti del ruolo (la già citata Omoruyi, ma anche Giorgia Amoruso). Qui Velasco dovrà compiere un altro capolavoro, l’ennesimo della sua mirabolante carriera nelle Nazionali italiane. Perché altrimenti, riadattando nuovamente Antropova per due o tre settimane di un torneo, così come per tutta un’estate, il rischio è di mettere eccessivamente sotto pressione un sistema che vive su un equilibrio chiaro. Chiarissimo perfino nella finale appena persa al tie-break contro la Turchia: quello della sua magistrale correlazione muro-difesa. Con buona pace di certi allenatori che non ritengono ci sia nulla di straordinario nelle centrali italiane. Consigliamo di riguardare il lavoro fatto dalla coppia Danesi-Fahr nei due set letteralmente dominati dalle Azzurre. Perché questa ci sembra una bellissima base da cui ripartire. Senza dimenticare – mai – che il ciclo vincente di questa Nazionale è tuttora apertissimo. Altro che se lo è…

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