Di solito le foto di gruppo si fanno ai compleanni o ai matrimoni, difficilmente ai funerali. Eppure, in Serbia, il funerale di Ratko Mladić a Belgrado è divenuto un enorme ritratto di famiglia della società serba e delle sue contraddizioni storiche e politiche mai superate.

    Formalmente non è stato un funerale di Stato, ma la salma dell’ex comandante dell’esercito serbo-bosniaco è rientrata nel Paese a bordo di un aereo di Stato, accolta da un picchetto militare, avvolta nella bandiera nazionale e accompagnata dalla presenza di cinque ministri del Governo. Una sequenza che viene tributata certamente non ai criminali di guerra, ma ai padri della Patria.

    Il fantasma di Mladić interroga quindi in modo centrale su quale rapporto intenda avere la Serbia con il proprio passato e con il proprio futuro europeo. Solo che l’Unione Europea non è il lettino dello psicologo degli aspiranti Paesi membri e quindi la risposta di Bruxelles è stata netta.

    Ursula von der Leyen e António Costa hanno definito «scioccanti» le immagini del funerale, mentre la Commissione europea ha ribadito che la glorificazione dei criminali di guerra, la negazione del genocidio e il revisionismo sono incompatibili con i valori dell’Unione e con il percorso di adesione della Serbia. La Commissaria all’Allargamento Marta Kos ha cancellato la visita programmata a Belgrado.

    Il premier Vucic ha annunciato che oggi scioglierà il parlamento, confermando le elezioni anticipate il 25 ottobre

    Insomma, nessuna cortesia all’entrata, perché a trent’anni da Srebrenica la guerra è finita, ma la sua elaborazione politica non è mai stata completata. L’ex Primo Ministro svedese Carl Bildt, in un’intervista al Corriere della Sera qualche giorno fa, ha ricordato come la comunità internazionale non sia riuscita né a impedire il genocidio né a costruire, dopo la guerra, una riconciliazione sufficientemente solida; le divisioni prodotte dal conflitto sono rimaste disponibili alla politica, trasformando la memoria in uno strumento attraverso il quale continuare a definire identità e contrapposizioni.

    Ed è evidente come Mladić sia diventato, per una parte della società serba, il simbolo di una comunità che si rappresenta come vittima dell’Occidente e come la sua celebrazione restituisca legittimità a una narrazione nella quale l’Europa continua a essere rappresentata come avversario. In tutto questo, la presenza dell’ambasciatore russo rende evidente la dimensione del conflitto che si gioca a Belgrado, che continua a perseguire l’adesione all’Unione, ma conserva un rapporto privilegiato con Mosca e non si allinea pienamente alla politica europea sulla Russia.

    Le difficoltà del negoziato erano già evidenti prima del funerale, con l’apertura del Cluster 3 frenata dalle riserve di diversi Stati membri sullo Stato di diritto e sul mancato allineamento di Belgrado alle sanzioni contro Mosca.

    La domanda, insomma, non è soltanto se la Serbia entrerà nell’Unione, ma quale Serbia potrà entrarvi. Si possono modificare leggi e istituzioni; molto più difficile è riconoscere l’Europa come il luogo nel quale le guerre del passato vengono definitivamente superate. Si può essere parte di una comunità senza essere davvero partecipi dei destini comuni.

    Per questo il funerale di Mladić rischia di essere molto più di una pagina di cronaca. Potrebbe diventare il funerale delle aspirazioni europee della Serbia, anche con un sospiro di sollievo da parte di molti dentro le stanze di Bruxelles che vorrebbero evitare di portare nei 27 un nuovo Paese più in asse col Cremlino che con il Berlaymont.

    Nei prossimi giorni è prevista in Commissione una riunione ristretta e informale tra i funzionari per comprendere come affrontare i prossimi passi, senza trasformare la Serbia nella vittima di un pensiero europeo sempre meno attrattivo.

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