Il ‘mito del Kosovo’, che – stando alle dichiarazioni di Slobodan Milošević nel 1987 – ha “scaldato il cuore di generazioni di serbi”, permette di comprendere come l’attaccamento della Serbia a un territorio relativamente piccolo – con un’estensione pari appena a quella dell’Abruzzo – affondi le sue ragioni in profonde radici storiche. Tale mito è stato manipolato, di volta in volta, dalle forze al governo per consolidare la propria posizione e giustificare la propria agenda politica.

    Il ‘mito del Kosovo’

    Il 28 giugno del 1989, in occasione del seicentesimo anniversario della battaglia di Kosovo Polje (o Campo dei Merli), Slobodan Milošević tenne un celebre discorso di fronte a un milione di serbi riuniti presso il monumento del Gazimestan. Le parole del leader serbo ripercorrevano il ‘diabolico destino’ della nazione nel tentativo di conciliare il passato mitico alle circostanze del presente.

    Secondo la storica Stanislava Judinyová, l’uomo è naturalmente ‘creatore di miti’. In Occidente, il fascino del mito non ha risentito né del progresso tecnologico né della diminuzione del sentimento religioso, questo grazie alla sua capacità di rendere intellegibili degli eventi storici complessi all’interno di una comunità, pur facendo leva su una spiccata componente irrazionale.

    Il ‘mito del Kosovo’, conservato e tramandato dalla Chiesa Ortodossa Serba e dalla tradizione popolare della poesia in decasillabi, ha assunto forme diverse in risposta al mutare dei contesti storici. Lo storico Ivo Lederer ne aveva sottolineato il carattere adattivo, ossia la capacità di offrire una copertura ideologica a specifiche ‘necessità pratiche’ (Veljko Vujačić, Nationalism, Myth, and the State in Russia and Serbia, Cambridge University Press, New York, 2015, p. 129).

    Le radici del ‘mito del Kosovo’ risalgono al 1389, quando la coalizione serba, ungherese e albanese guidata da Lazar Hrebeljanovic – a cui la tradizione popolare attribuirà il titolo di tsar crollò di fronte l’implacabile avanzata delle truppe ottomane del sultano Murad I. Qualche anno dopo la battaglia, il patriarca Danilo III aveva già provveduto a fornire un’interpretazione mitico-religiosa della vicenda. La sua opera, Slovo o knezu Lazaru (1391-1392), accentuava il carattere martirologico della figura di Lazar, il quale avrebbe scelto la gloria eterna nel Regno dei Cieli rispetto al dominio sulla Terra. In questo senso, la sconfitta dell’esercito cristiano non era attribuita a una debolezza militare ma a un atto di redenzione.

    Nell’Ottocento, neanche una generazione dopo lo scoppio della Prima Rivolta Serba (1804-1813), il metropolita del Montenegro, Petar Petrović Njegoš, compose un poema epico intitolato Il Serto della Montagna (1847), che riprendeva i motivi del ‘mito del Kosovo’ con l’obiettivo di offrire una giustificazione ideologica all’ascesa della dinastia Karadjordjević. L’opera rappresenta il primo tentativo di fondere coscienza religiosa e idea laica di nazione. Pur essendo mantenuto il tema del martirio, la centralità della figura di Lazar lascia spazio a un nuovo eroe: Miloš Obilić, a cui Djordje Petrović – capo della rivolta e fondatore della nuova dinastia – viene ripetutamente paragonato. Secondo la tradizione, Miloš Obilić era il nome del signore feudale che uccise il sultano Murad.

    Contestualmente, i canti popolari contenuti all’interno della raccolta ottocentesca dell’antropologo Vuk Stefanović Karadžić introducevano il motivo del tradimento attraverso la figura di Vuk Branković, un vassallo accusato di aver cambiato casacca proprio nel momento cruciale della battaglia. Branković assurge, dunque, a simbolo dell’opportunismo e della disunità dell’intera nobiltà serba.

    È propria a questa fitta trama di stratificazioni mitiche che Milošević attinse per il suo discorso al Gazimestan. Sostenendo che, sotto il suo governo, la Serbia aveva finalmente ritrovato la sua “integrità statale, nazionale e spirituale”, il leader serbo si proclamava come un ‘nuovo Milos’ e individuava nei ‘secessionisti’ (albanesi, ma anche croati e sloveni) il nemico da combattere per preservare l’unità e lo status quo.

     

    Anche in seguito, quando fu messa in piedi la Jugoslavia socialista, in questo nuovo Stato la leadership serba continuava ad essere divisa, disposta al compromesso a detrimento del suo stesso popolo […] specialmente perché i serbi non hanno mai fatto guerra di conquista o sfruttato altri nel corso della loro storia. Il loro essere nazionale e storico è stato di carattere liberatorio durante tutti i secoli e nel corso di entrambe le guerre mondiali, ed ancora oggi […]. Nemici interni ed esterni delle comunità multinazionali sono coscienti di questo e perciò organizzano la loro attività contro le società plurinazionali, soprattutto fomentando i conflitti nazionali. A questo punto, noi qui in Jugoslavia ci comportiamo come se non avessimo mai avuto una esperienza del genere e come se nel nostro passato recente e remoto non avessimo mai vissuto la peggiore tragedia.

    Un momento chiave in questo processo risale alle Costituzione jugoslava del 1974. La riforma di Tito, pur non elevando il Kosovo al rango di ‘repubblica’, concesse alla provincia un’ampia autonomia decisionale, nonché il diritto di rappresentanza nell’Assemblea Federale e di porre il veto sulle decisioni delle altre sei repubbliche, compresa la Serbia. Il nuovo assetto istituzionale aveva contribuito a scatenare un forte risentimento tra i nazionalisti serbi, che temevano un grave ridimensionamento della sovranità di Belgrado.

    Alle radici della Guerra in Kosovo

    La reinterpretazione politica che Milošević fece del ‘mito del Kosovo’ non costituiva l’unico fattore scatenante del conflitto tra la Serbia e i kossovari di etnia albanese, ma ebbe sicuramente un ruolo chiave nella creazione di un clima di pericolo costante e di odio razziale. A ciò si aggiungevano rilevanti fattori economici: le miniere di carbone, zinco e piombo a Trepča e la presunta esistenza di giacimenti petroliferi rendevano il territorio kosovaro una risorsa importante per l’economia serba. Inoltre, un eventuale distacco del Kosovo avrebbe ridotto la funzione della Serbia come snodo obbligato per merci e trasporti tra l’Europa centrale e la Grecia, favorendo altri corridoi alternativi nei Balcani.

    Prima ancora del discorso del Gazimestan, l’Accademia Serba delle Scienze e delle Arti (SANU) aveva elaborato il cosiddetto Memorandum, reso pubblico nel settembre del 1986 contro la volontà dei suoi autori. Il documento compì un passo decisivo nella strumentalizzazione del ‘mito del Kosovo’, le cui istanze vittimistiche (le “lotte sanguinose” del passato, i compromessi a cui scese la classe dirigenziale serba) vengono secolarizzate e introdotte nell’agenda politica della Serbia socialista. Gli autori arrivarono persino ad accusare esplicitamente la maggioranza albanese del Kosovo di perpetrare un vero e proprio “genocidio” ai danni della minoranza serba.

    Il genocidio fisico, politico, legale e culturale perpetrato contro la popolazione serba del Kosovo e di Metohija è la più grande sconfitta subita dalla Serbia nelle guerre di liberazione che ha combattuto tra Orasac nel 1804 e la rivolta del 1941. La responsabilità di questa sconfitta ricade principalmente sull’eredità Comintern ancora vivente nella politica delle nazionalità del Partito Comunista di Jugoslavia e sull’acquiescenza dei comunisti serbi in questa politica e sull’esorbitante delusione ideologica e politica, ignoranza, immaturità e opportunismo cronico di un’intera generazione di politici serbi del dopoguerra, sempre sulla difensiva e sempre più preoccupati delle opinioni che gli altri hanno di loro e delle loro esitanti spiegazioni sulla posizione della Serbia che dei veri fatti che influenzano il futuro della nazione che guidano

    In realtà, la diminuzione demografica della popolazione serba in Kosovo – che passò dal 18,4% al 13,2% tra il 1971 e il 1981 – non era il risultato di un piano programmatico di eliminazione, ma della costante migrazione serba, legata a ragioni socioeconomiche. Negli anni Ottanta, la Jugoslavia precipitò in un periodo di forte crisi economica, contrassegnato dalla riduzione dei crediti occidentali – dovuta al fatto che la Federazione aveva perso importanza nello scacchiere geopolitico tra Europa e Unione Sovietica –, dall’inflazione dilagante e dall’alto tasso di disoccupazione. A discapito delle sue risorse, il Kosovo costituiva l’area meno sviluppata dell’intera Federazione.  Tra l’altro, tali flussi migratori non coinvolsero soltanto la comunità serba: nello stesso periodo circa 300mila albanesi decisero di abbandonare il Kosovo e cercare fortuna nell’Europa Occidentale o negli Stati Uniti (Alessandro Magno, La guerra dei dieci anni, Il Saggiatore, Milano, 2001, p. 332).

    Alla narrazione della SANU si aggiunse anche la campagna mediatica condotta dall’autorevole testata giornalistica Politika, che, nel mese di luglio del 1988, inaugurò la rubrica Echi e Reazioni in cui gli albanesi erano frequentemente descritti come “secessionisti” e “bestie”, mentre il Kosovo veniva riaffermato come “culla e cuore dell’identità serba” (Radina Vučetić, Kosovo 1989: The (Ab)use of the Kosovo Myth in Media and Popular Culture, in Comparative Southeast European Studies, Vol. 69, No. 2-3, 2021, p. 227).

    La guerra in Kosovo, cominciata con gli scontri armati tra l’esercito regolare jugoslavo, sostenuto dalla polizia speciale serba, e i guerriglieri dell’UÇK (l’Esercito di Liberazione del Kosovo) e conclusa con i bombardamenti NATO, rappresentava il culmine di questo lungo processo di delegittimazione e deumanizzazione dell’Altro. Al termine del conflitto, la Serbia non ottenne altro che la definitiva perdita di autorità sul Kosovo. La risoluzione 1244 approvata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Uniti aveva accordato alle truppe serbe di poter entrare in Kosovo per svolgere mansioni di sicurezza come il controllo delle frontiere e la tutela dei monasteri, ma, nella pratica, questo non avvenne mai.

    le vittime della guerra
Le vittime della Guerra del Kosovo (da Corriere)

    Sul versante umano, un rapporto dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), pubblicato nel Duemila, contava 300mila sfollati albanesi solo tra il mese di aprile e settembre del 1998, a cui si aggiungeva la distruzione di 120mila case, rese praticamente inabitabili (La guerra dei dieci anni, p. 332). Nello stesso anno, il neoeletto presidente della Jugoslavia, Vojislav Koštunica, si trovò costretto ad ammettere che la polizia serba avesse più volte commesso deportazioni e omicidi di massa sistematici.

    Il nazionalismo serbo oggi

    A distanza di decenni, il ‘mito del Kosovo’ ha continuato a far parte del discorso politico dell’élite serba. Sin dall’ascesa del Partito Progressista Serbo nel 2012, l’attuale presidente Aleksandar Vučić ha sempre fatto riferimento a un piano di ‘pulizia etnica’ – “preordinato e sostenuto dai circoli internazionali” come avrebbe dichiarato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (Aidan Hehir, Serbian nationalist discourse and the “ethnic cleansing” of Serbs in Kosovo, in Southeast European and Black Sea Studies, 2026, p. 3) – ai danni della minoranza serba in Kosovo.

    Negli ultimi anni, il pretesto è stato offerto dal governo guidato dalla coalizione tra il Movimento di Autodeterminazione e il partito riformista Guxo! (‘Osate!’), che, nel corso del suo mandato in Kosovo, ha promosso una linea politica conflittuale nei confronti della Serbia, come dimostrano l’insediamento di sindaci di etnia albanese nei quattro comuni a maggioranza serba del Nord del Kosovo (North Mitrovica, Zubin Potok, Leposavić e Zvečan) e i tentativi di smantellare le istituzioni parallele gestite da Belgrado.

    Questo tentativo di creare un clima di emergenza esistenziale rispondeva all’esigenza dell’entourage presidenziale di spostare l’attenzione dai problemi interni della nazione serba. Numerosi scandali, come la demolizione controversa del quartiere di Savamala a Belgrado e gli atti intimidatori denunciati dall’opposizione durante i turni elettorali, avevano destato l’attenzione sulla corruzione lampante del governo in carica. L’individuazione di un nemico esterno, disposto a minacciare l’integrità del ‘Mondo Serbo’, consentiva al regime di assumere una svolta antidemocratica e autoritaria, tale da arrivare persino al controllo quasi totalizzante sulla stampa, i media e l’informazione.

    Durante i suoi interventi pubblici, il presidente Vučić sembra fare riferimento a quelli che Steven Mock ha indicato come i quattro cardini del sistema simbolico del nazionalismo: il ricordo di una perduta età dell’oro (l’impero medievale serbo, la federazione jugoslava), l’enfasi sul momento della caduta (i bombardamenti NATO), un senso di ingiustizia e persecuzione e, infine, la venuta dell’eroe.

    Vucic sul KosovoAleksandar Vučić all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 2024 (da AmericaTimes)

    Come sottolineava il direttore dell’Associazione Indipendente dei Giornalisti Serbi, Zeljko Bodrozić, Vučić dipingeva se stesso proprio come colui che avrebbe restituito l’antico orgoglio al popolo serbo e sotto il quale si sarebbe avverato un periodo di “progresso economico, nuove tecnologie e innovazione” (Serbian nationalist discourse, p. 13).

    Le ipotesi avanzate da alcuni studiosi circa una possibile sostituzione del ‘mito del Kosovo’ con un ‘mito dell’integrazione europea’ – ricordiamo che il partito di Vučić si era presentato alle elezioni del 2012 proprio con un programma europeista – dove Serbia e Kosovo possano figurare finalmente uniti all’interno del libero mercato, appare, tuttavia, come una speranza illusoria. Secondo i report di alcune ONG come AKTION, la quasi totalità degli intervistati (tra la popolazione kossovara di etnia serba) condivide un’opinione estremamente pessimistica della situazione in Kosovo e ben due terzi degli intervistati crede effettivamente che le migrazioni siano dovute alla discriminazione etnica.

    Infine, occorre considerare che neanche nei paesi membri dell’UE il ‘mito dell’integrazione’ sembra essere riuscito a sostituire i singoli miti nazionalisti, come dimostra la recente ascesa di partiti di destra sovranista ed euroscettica.

    Diritto territoriale o diritto storico?

    L’utilizzo di una retorica demagogica, fondata sul millantato rapporto diretto tra il leader e i suoi cittadini, il culto della personalità e la riproposizione dell’immaginario di una ‘Grande Serbia’ sono tutti punti che permettono di tracciare un filo conduttore tra il nazionalismo di Milošević e quello di Vučić.

    Nonostante le profonde trasformazioni del quadro geopolitico e dell’assetto istituzionale della Serbia – che è attualmente uno Stato sovrano –, la logica di fondo nella strumentalizzazione del ‘mito del Kosovo’ rimane pressoché la stessa. Se Milošević aveva fatto ricorso al mito per ricentralizzare la posizione della Serbia all’interno della Federazione Jugoslava e occultare gli effetti della grave crisi economica degli anni Ottanta, Vučić se ne appropria in chiave difensiva, con l’obiettivo di rafforzare il consenso e mascherare i casi di corruzione.

    In sintesi, il ‘mito del Kosovo’ si è rivelato un mezzo incredibilmente funzionale a giustificare le agende politiche dei leader serbi proprio in virtù del suo profondo legame con la costruzione di un’identità nazionale.  Anche i kossovari di etnia albanese hanno una loro versione del mito incentrata, oltre che sul concetto di maggioranza demografica, sulla permanenza temporale sul territorio – gli albanesi si proclamano, infatti, discendenti degli Illiri. D’altro canto, l’élite serba sostiene che solo sotto il dominio di Belgrado il Kosovo avrebbe raggiunto una qualche forma di coscienza nazionale. Durante un incontro con l’ambasciatore americano Warren Zimmermann, Milošević aveva sostenuto, ad esempio, che fossero stati i serbi a ‘concedere’ agli albanesi un governo e un parlamento (La guerra dei dieci anni, p. 326).

    In ultima analisi, il ‘mito del Kosovo’ sopravvive nel tempo proprio perché si alimenta di un dilemma teorico insanabile: su quali principi si fonda il diritto di autodeterminazione e di sovranità territoriale? L’attuale maggioranza demografica o il ‘diritto storico e spirituale’ del passato?  

    Maria Biscotti

    (in copertina un’immagine della battaglia di Kosovo Poljie, da Alchetron)

    Le reinterpretazioni politiche del ‘mito del Kosovo’ – il nazionalismo di Milošević e Vučić in Serbia è un articolo di Maria Biscotti. Per altri articoli dell’autrice clicca qui!

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