«Il modo migliore di riconoscere subito un forestiero», dicono i kieviani quando sentono partire l’urlo della sirena dell’allarme aereo in tasca a qualcuno. L’app delle allerte è installata su tutti i telefonini, ovviamente, ma di regola è silenziata: basta già l’ululato degli altoparlanti installati nelle strade. Nessuno ascolta nemmeno la voce rassicurante di Mark Hammill che comunica la fine del pericolo con l’auspicio “May the Force be with you”. La frase-simbolo dei jedi in questi giorni suona quasi derisoria: la fine dell’allarme non porta il sollievo del ritorno alla normalità, perché la sirena riparte subito, tutto il giorno, tutta la notte, a volte con intervalli di appena dieci minuti. A seguire le regole prescritte – «recarsi immediatamente nel rifugio antiaereo più vicino» – si deve rinunciare a vivere, e la soluzione diventa vivere senza farci caso.
Il suono delle sirene non riesce nemmeno a interrompere le conversazioni. Dietro a questa apparente indifferenza degli abitanti di Kiev non c’è solo il coraggio, o l’abitudine: è anche una questione di esperienza, imparata in quattro anni e mezzo di raid aerei, e agevolata dalla tecnologia. Tutti seguono canali Telegram, dell’aeronautica militare per esempio, che specificano se stanno arrivando droni o missili, quanti e di quale tipo, e in quale direzione. Tutti sanno quali sono le zone più pericolose: la riva sinistra con le centrali elettriche e termiche, l’aeroporto con gli hub logistici, le fabbriche in periferia.
Tutti conoscono le regole: i droni sono più lenti, i missili balistici invece spesso arrivano pochi minuti dopo la sirena, senza dare il tempo di trovare un riparo. Di conseguenza, gli allarmi spesso segnalano una “minaccia balistica” generica, e mentre scuole e grandi magazzini sono costretti a far uscire tutti, la vita intorno continua a scorrere insieme al traffico, che impazzisce a causa del blocco dei ponti sul Dnipro.
Nel dilemma tra sicurezza e vivibilità, il governo ha optato per la seconda, e da qualche giorno gli allarmi a Kiev si dividono in “rosso” e “giallo”, in base alle minacce rilevate: il primo continua almeno in teoria a richiedere uno stop totale, il secondo no.
Qualcuno – non moltissimi – segue le regole alla lettera, trascorrendo la giornata nella metropolitana o in un parcheggio sotterraneo, e maledicendo il sindaco Vitaly Klichko che in quattro anni e mezzo non ha costruito nuovi rifugi. Qualcuno, come l’ingegnera informatica Nadiia Gnatyuk, si prepara il «zainetto dell’allarme» per i suoi tre figli solo per i bombardamenti più pesanti e lunghi: documenti, acqua, powerbank per il telefonino, materassino da yoga, barrette proteiche. Ma la fermata è lontana, e spesso preferisce allestire un nido di cuscini e coperte in corridoio, seguendo la regola delle “due pareti” tra lei e il muro esterno del palazzo, e infilando il paraorecchi imbottito al suo spaniel, terrorizzato dalle esplosioni. Qualcuno va a dormire nel proprio letto, magari vestito, perché alla fine «è una roulette russa», sorride Romana Sytnyk, manager di una casa editrice nel centro di Kiev, ironizzando su quel “russa” che non indica più gli ussari dello zar che giocavano con la sorte, ma gli ufficiali di Vladimir Putin che stanno scegliendo i bersagli da colpire proprio mentre lei si gode un cappuccino con croissant al mascarpone e pesca sul Khreschatyk.
A Kiev, i droni che cadono, i palazzi che esplodono e i magazzini che bruciano riempiendo il cielo di colonne di fumo acre coesistono nello stesso spazio e tempo con caffetterie all’aperto, mostre inaugurate, uffici operativi e aule piene.
La città funziona come un orologino, grazie anche alla burocrazia online introdotta dall’ex ministro della Difesa e prima della Digitalizzazione Mykhailo Fedorov: tutto si può fare con il telefonino, e Olena e Volodymyr Chaykovsky, che abitano in Lukyanivka, una delle zone più bombardate, raccontano di aver deciso di sposarsi online, dopo anni di convivenza, durante un raid. In sette minuti l’app dell’amministrazione elettronica Diya li aveva dichiarati marito e moglie, mentre l’onda d’urto dei missili faceva saltare le finestre. Olena mostra gli infissi appena reinstallati, e il tetto fresco di vernice del palazzo di fronte. Quello accanto è ancora sventrato: gli interventi del comune hanno i loro tempi.
È proprio questo orologino che Putin vuole distruggere o almeno fare inceppare. Dietro a quella che appare una furia distruttrice gli attacchi russi degli ultimi giorni rivelano un piano sadicamente metodico: prima magazzini di alimentari, poi di farmaceutica, ora i depositi di materiali edili necessari a ricostruire. Vengono colpite fabbriche di dolci, cibi liofilizzati, sigarette: quello che serve durante gli allarmi.
L’obiettivo non è solo infliggere danni miliardari alle imprese: bisogna rendere la città invivibile, privandola delle risorse necessarie, sfinendola psicologicamente, in quella che all’inizio sembrava una ritorsione per gli attacchi ucraini sui magazzini commerciali russi, e che adesso sta prendendo sempre più i contorni di una catastrofe umanitaria progettata a tavolino.
