L’11 settembre 2001 rappresenta una data spartiacque per tutto il mondo, anche per come alcuni Paesi hanno interpretato la loro politica internazionale. Una cordata di nazioni, vuoi per opportunità, vuoi per necessità, hanno sfruttato l’indebolimento progressivo dell’ordine unipolare americano per aumentare la loro influenza o anche solo diversificare il proprio ventaglio di alleati.
Con poca fantasia, la nazione che ha guadagnato di più da questa situazione è stata la Cina, sostanzialmente per due motivi. Il primo è che fino al 2001 Pechino era stata considerata ‘solo’ un avversario commerciale. Con la lotta al terrorismo di matrice islamica diventa anche un interlocutore. In secondo luogo, l’11 settembre precede di poco l’integrazione della Cina nel sistema internazionale e l’età d’oro della globalizzazione, quella durante il quale il leader del Dragone, Xi Jinping, proietta il suo Paese nell’arena globale, con la costruzione di reti di influenza come la Belt and Road Initiative, Asian Infrastructure Investment Bank, espansione nel Golfo, Africa e America Latina, rafforzamento dei BRICS. Tutto questo sfruttando il fatto che gli USA erano impegnati con forze militari e risorse economiche, militari e finanziarie in Afghanistan e in Medioriente.

Le macerie del World Trade Center dopo l’attentato alle Torri Gemelle (Epa)
C’è un’altra nazione che ha scelto di sfruttare l’11 settembre a suo favore ed è la Russia. Nel 2001, un giovale presidente Putin, anche per necessità interne, aveva appoggiato la lotta americana contro Al-Qaeda e i talebani, tollerando la presenza americana in Asia Centrale e sperando così di limitare anche l’azione dei gruppi jihadisti ceceni. Washington, però, ha commesso il grosso errore strategico di considerare la Russia non più pericolosa per l’ordine globale, sottovalutando il sentimento di rivalsa di Putin. Le conseguenze non hanno tardato ad arrivare. Nel 2007, il numero uno del Cremlino, con il suo discorso alla Conferenza di Monaco, ha indicato chiaramente le linee guida della politica estera russa e la rivendicazione di una sua propria sfera di interesse. Parole che non sono state tenute nella sufficiente considerazione con i risultati che possiamo vedere oggi.
La Turchia di Recep Tayyip Erdogan è un altro Paese che ha cercato di sfruttare la situazione, seppure con una differenza importante. Dopo la fine della Guerra Fredda, Ankara si è ritrovata orfana del ruolo che l’aveva caratterizzata per decenni, ossia quello di bastione della Nato contro l’Unione Sovietica. Caduta l’Urss, Ankara ha dovuto reinvertarsi. L’11 settembre e l’avvento al potere di Recep Tayyip Erdogan hanno portato la Mezzaluna a una politica estera sempre più assertiva, non di rado in contrasto con quella europea e americana.

Il presidente russo Vladimir Putin, il presidente statunitense Donald Trump, il presidente dell’APEC Tran Dai Quang e il presidente cinese Xi Jinping in Vietnam, l’11 novembre 2017 (Epa)
Ma c’è anche si si è adottato alle circostanze per necessità. La regione del Golfo è quella che si è trovata più in difficoltà nel 2001, soprattutto se si considera che la maggior parte degli attentatori erano sauditi. Questo ha significato l’avvio di una fase di profonda diffidenza. La guerra contro l’Iraq del 2003, le primavere arabe del 2011 e il progressivo disimpegno americano hanno portato il Consiglio della Cooperazione del Golfo a essere meno monolitico e meno a trazione saudita rispetto a un tempo, con gli Usa che non sono più stati il partner esclusivo di nessuno. Tanto l’Arabia Saudita quanto il Qatar, le due principali nazioni della regione, hanno guardato progressivamente verso oriente, in un’ottica di multiallineamento.
