MONTEBELLUNA – «Sono stata sommersa da messaggi di sostegno. Non solo da persone che mi conoscevano. Alcune ragazze mi hanno contattata via Facebook chiedendomi di poter fare due chiacchiere perché stanno vivendo una situazione simile. E una ex collega mi ha detto che ho fatto bene. Spero che il messaggio che ho lanciato possa aiutare altre persone». Il telefono di Beatrice Baratto non smette di squillare. La 33enne è stata costretta a licenziarsi da un’azienda del settore calzaturiero del Montebellunese, dove lavorava da ormai sette anni, perché dopo aver avuto un bambino non le hanno concesso né il part-time né lo smart working. Il rifiuto definitivo, tra l’altro, è arrivato proprio da una dirigente donna, a sua volta madre di tre figli. E il racconto ha fatto velocemente il giro di tutti i social. Adesso la trevigiana culla la speranza che la decisione di averci messo la faccia, prendendo il coraggio a due mani, possa aiutare altre donne che in questo momento sono costrette a vivere lo stesso dilemma.

    APPROFONDIMENTI


    Beatrice Baratto, ricapitoliamo. A gennaio, al rientro dalla maternità, dopo la nascita di Riccardo, aveva proposto alla sua azienda un orario diverso: tre giorni a settimana con sei ore continuative e due a tempo pieno. Il tutto per riuscire ad andare a prendere suo figlio al nido.
    «Esattamente. Avevo cercato di organizzarmi anche con mio marito proprio per garantire due giornate intere in azienda. Attenzione, non stavo chiedendo di lavorare meno per sempre, ma solo per un periodo. Cioè il tempo necessario per conciliare il tempo del lavoro con la cura di un bambino così piccolo. Sono e resto convinta che essere mamma non significa smettere di essere anche una lavoratrice, una moglie o una persona con le proprie aspirazioni».

    Quanti messaggi di vicinanza e solidarietà ha ricevuto nelle ultime ore?
    «Moltissimi. Anche molti di più di quello che mi aspettavo, davvero. La notizia è rimbalzata ovunque. Così, oltre alle persone che mi sono vicine, sono stata contattata anche da altre donne, che non conoscevo. Si sono riviste nella mia storia. Mi hanno cercato nei social. E mi hanno chiesto di fare una chiacchierata con loro».

    Lei, laureata in Lingue, si è licenziata dopo aver lavorato per sette anni nell’ufficio commerciale di un’azienda di scarpe del Montebellunese.
    «È stata la cosa che mi ha fatto più male. Io non avevo affatto chiesto di smettere di lavorare, ma solamente una soluzione temporanea, una riorganizzazione dell’orario, che mi permettesse di continuare a essere una lavoratrice e, allo stesso tempo, una madre».

    Tra gli aspetti che colpiscono di più, è che alla fine a rifiutarle una diversa scansione dell’orario di lavoro è stata proprio una donna, mamma di tre figli.
    «Sì. All’inizio mi ero detta che lei, visto il contesto, avrebbe potuto capire la mia situazione anche un po’ meglio di altri. Purtroppo non è andata in questo modo. Così ho presentato le dimissioni, cosa che non avrei mai voluto fare. E tra l’altro sono state fatte passare sostanzialmente sotto silenzio».

    Sa che sulla questione ieri è intervenuto anche il parroco del Duomo di Montebelluna? Don Antonio Genovese ha affidato un messaggio ai social: «Il lavoro è per l’uomo e non viceversa. Specialmente per una donna e mamma. Mi auguro che l’azienda cambi visione».
    «Non lo sapevo. E mi fa piacere».

    Nel caso in cui l’azienda dalla quale si è licenziata ora cambiasse idea, lei tornerebbe a lavorare lì?
    «Assolutamente no, dopo come sono stata trattata. Mi ero anche rivolta alla consigliera di parità della provincia di Treviso per riuscire a trovare un accordo sulla conciliazione dei tempi. Ma loro non hanno nemmeno mai risposto».

    Molti dicono che ha avuto coraggio a metterci la faccia pubblicamente. Se lo riconosce?
    «Sì, devo dire che ce l’ho messo. All’inizio mio marito era un po’ impanicato. Ma io ho solo detto la verità, senza infamare proprio nessuno. E in famiglia non c’è stato alcun problema».

    Come immagina adesso il suo futuro?
    «Al momento sto studiando. Dopo la laurea triennale in Lingue, mi sono iscritta a una magistrale. L’obiettivo è entrare nella classe di concorso per accedere all’insegnamento: mi piacerebbe riuscire a lavorare nella scuola».

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