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Gaia Piccardi, inviata a New York
La tennista kazaka ha vinto la finale del singolare femminile: ha battuto la bielorussa Aryna Sabalenka
NEW YORK Aryna Sabalenka, la regina spodestata, deve imparare a perdere: la racchetta frantumata, gli occhi al cielo durante la premiazione dell’avversaria, il tiepidissimo battimani raccontano un atteggiamento che va controcorrente rispetto a classe e rispetto che le regole non scritte del tennis richiederebbero.
Elena Rybakina, al contrario, ha imparato a vincere: la moscovita naturalizzata kazaka conquista la finale dell’Open Usa in tre set (6-4, 5-7, 6-2), annette alla collezione privata il terzo titolo Slam (ora le manca solo il Roland Garros ma sulla terra l’impresa per lei è più ardua) e legittima con il trionfo nell’ultimo Major stagionale la classifica che il computer della Wta emetterà da lunedì. Numero uno del mondo.
A New York il torneo finisce come in Australia all’inizio dell’anno, con lo stesso identico andamento. Rybakina che esce prima dai blocchi e si annette il primo set, ritorno prepotente di Sabalenka nel secondo, con la kazaka che la favorisce diventando più fallosa, e terzo in pugno a Elena, che colpisce più pulito e mantiene alte le statistiche al servizio: 85% di prime in campo con una percentuale di realizzazione sulla prima del 59%.
E pensare che Rybakina alla vigilia era sull’orlo del ritiro per un problema alla caviglia, poi ha trovato forma e fiducia strada facendo. Ha dominato Osaka, ha lasciato un set a Zheng nei quarti, a Gauff in semifinale e a Sabalenka in finale. Non è stata una conquista facile, per la kazaka, che adesso guarda tutte dall’alto in basso.
C’è stato un tempo in cui l’allenatore di Rybakina, il croato Stefano Vukov, è stato il coach più chiacchierato del circuito. In seguito alla mail di denuncia di un collega che l’aveva sentito maltrattare la giocatrice, la Wta aveva aperto un’inchiesta che aveva portato all’allontanamento del soggetto dal circuito. Però poi Vukov ha vinto l’appello, Elena dopo un periodo di stress e depressione sembra aver ritrovato colpi e sorriso, oggi è la tennista più forte dell’orbe tennistico.
Pubblico delle grandi occasioni a Flushing, da Brad Pitt con la compagna a Maria Sharapova, la tigre siberiana che nel 2006 sbranò l’Open Usa indossando un indimenticato vestitino nero ispirato a Audrey Hepburn.
È stata proprio Maria a premiare Rybakina, che oltre alla coppa di Flushing ha incassato un assegno di 5,5 milioni di dollari. Ma il pienone (oltre 20 mila spettatori, fortunatamente tra essi non ci sarà Donald Trump) è atteso domenica per la finale maschile tra il n.2 Sascha Zverev e il neo n.4 Ben Shelton, padrone di casa.
Biglietti esauriti: per assistere all’impero che colpisce ancora (23 anni dopo Andy Roddick e addirittura 54 dopo l’antenato Arthur Ashe) gli americani non hanno badato a spese.
13 settembre 2026
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