Con la scomparsa di Ratko Mladić, il generale dell’esercito serbo di Bosnia deceduto il 27 agosto 2026 all’età di 84 anni nel carcere dell’Aia, dove scontava l’ergastolo per il genocidio di Srebrenica, ma tuttora celebrato con grandi onori dagli ambienti ultranazionalisti a Belgrado (inclusi membri del governo), si riaccende drammaticamente la pagina delle guerre balcaniche. Un tema che GeoMagazine.it ha seguito sul campo con il tour in ex Jugoslavia che vi abbiamo documentato.
Le guerre balcaniche hanno trasformato la Jugoslavia, uno Stato un tempo cruciale sullo scacchiere internazionale come Paese leader dei Non Allineati (quindi equidistante sia dalla NATO di Washington sia dal Patto di Varsavia di Mosca), in un caleidoscopio di ben sette Stati indipendenti. Le ex repubbliche federate jugoslave, spinte da un crescente nazionalismo divampato dopo la morte di Tito nel 1980, sono state la miccia che ha riacceso i Balcani, da sempre una fucina di tensioni. Come disse Winston Churchill, «i Balcani producono più storia di quanta ne riescano a digerire».
IL PRIMO DOPOGUERRA E L’ISTRIA ITALIANA
Veniamo però all’Italia. Dopo la Prima Guerra Mondiale e la sospirata unificazione di Trento e Trieste, con il Trattato di Rapallo del 1920 viene annessa all’Italia anche l’Istria. Una regione a sud-est di Trieste che sulle zone costiere contava una massiccia e preponderante presenza di italiani (oltre l’80% nei comuni di Parenzo, Pirano, ecc.), la quale si faceva più diluita verso l’interno, dove storicamente risiedevano sloveni e croati.
Ci fu poi la celebre impresa dannunziana di Fiume, che portò nel 1924 all’annessione della città, attualmente croata, che all’epoca contava circa il 60% di abitanti italiani. A differenza di altre terre conquistate allo sconfitto Impero Austro-Ungarico, l’Istria era, come tutti i Balcani, un crocevia fortemente multietnico.
I nuovi confini italiani dopo la prima guerra mondiale
IL VENTENNIO FASCISTA E L’OPPRESSIONE DELLE MINORANZE SLAVE
Nel ventennio fascista, con la massiccia italianizzazione delle aree da poco inglobate, operazione nota anche come “bonifica etnica”, iniziano le persecuzioni contro le minoranze slave. Si partì con il divieto dell’uso delle lingue slovena e croata nelle scuole e nei tribunali, per poi passare alla violenza politica e all’italianizzazione forzata dei cognomi all’anagrafe.
Molti imprenditori non etnicamente italiani furono costretti a chiudere le attività se non giuravano fedeltà al regime. Questa situazione di oppressione costrinse molti di loro a emigrare nel neonato Regno di Jugoslavia. In seguito, durante il secondo conflitto mondiale, l’esercito italiano si macchiò di gravi crimini di guerra durante l’occupazione della Jugoslavia, causando migliaia di vittime civili nelle rappresaglie contro i partigiani o internando i deportati in campi di concentramento tristemente noti come quello di Arbe sull’isola di Rab in Dalmazia.
IL DRAMMA DELLE FOIBE E L’ESODO GIULIANO-ISTRIANO
Con l’armistizio dell’8 settembre 1943 la cartina geografica viene travolta. L’area di confine viene divisa e controllata militarmente dai tedeschi, ma nei momenti di vuoto di potere e a guerra conclusa iniziano le violente e sistematiche rappresaglie guidate dai partigiani jugoslavi contro la popolazione italiana. Sono i drammatici massacri delle Foibe, in cui persero la vita migliaia di istriani, giuliani e dalmati. Si consumò così la spietata vendetta delle forze di Tito, che univa la rivalsa nazionale all’epurazione politica anticapitalista.
La guerra è sempre una grande tragedia e, vivendo in territori di frontiera, può accadere ciò che è purtroppo avvenuto tra popoli vicini che per lungo tempo avevano convissuto sotto l’Impero Asburgico nonostante le diversità etniche. Nel secondo dopoguerra ebbe inizio il noto esodo giuliano-istriano: quasi 300.000 italiani abbandonarono progressivamente quelle terre per spostarsi verso la madrepatria, accolti da un’Italia impoverita e, a livello politico, spesso diffidente o non abbastanza generosa con questi connazionali che, loro malgrado, si erano trovati al centro della storia.
DAL TRATTATO DI OSIMO ALLA SCOMPARSA DELLA JUGOSLAVIA
Le zone contese attorno a Trieste vennero provvisoriamente divise dagli Alleati in Zona A, amministrata dagli anglo-americani, e Zona B, sotto controllo jugoslavo. Sarà solo il 10 novembre 1975 che Trieste tornerà formalmente sotto la piena sovranità dell’Italia con la firma del Trattato di Osimo. Fu scelto il piccolo comune marchigiano come luogo defilato a bassa medianicità per mantenere riservatezza nell’accordo.
La spartizione delle zone con il trattato di Osimo (1975)
Osimo sancì la cessione definitiva della Zona B alla Jugoslavia. Oltre alla definizione dei confini, l’accordo prevedeva la tutela delle minoranze linguistiche italiane in territorio jugoslavo e di quelle slovene in Italia. Stabiliva inoltre che la Jugoslavia pagasse un indennizzo per le proprietà nazionalizzate agli esuli e che venisse creata una gigantesca zona franca commerciale sui valichi di confine. Di tutto ciò, solo il primo punto sulla tutela delle minoranze è stato pienamente portato a compimento; il progetto della zona franca fu abbandonato per le proteste ambientali (forte espansione industriale) e popolari in Italia.
Archivio Storico Regione FVG – Il Piccolo
La cifra esatta degli indennizzi venne fissata successivamente con gli Accordi di Roma del 1983: la Jugoslavia si impegnava a versare all’Italia 110 milioni di dollari in rate annuali. Di questi, Belgrado pagò soltanto le prime due rate prima che nel 1991 scoppiassero le guerre d’indipendenza e la Jugoslavia si smembrasse. Che fine ha fatto quel debito? Allo scoppio del conflitto nei Balcani, la maggior parte dei Paesi europei era contraria alla frammentazione geopolitica della Jugoslavia. Fu sotto la fortissima spinta diplomatica della Germania, da pochissimo riunificata, che spiazzando l’Europa riconobbe unilateralmente l’indipendenza di Slovenia e Croazia, allineando via via gli altri partner europei a tale decisione.
1992: L’OCCASIONE PERSA
Proviamo a fare un po’ di storia e di ipotesi, sconfinando nell’ucronia. L’Italia avrebbe potuto condizionare il riconoscimento di questi due Paesi a precise clausole economiche per saldare il debito degli esuli? Avrebbe potuto avviare una riflessione diplomatica per far scegliere il proprio destino tramite referendum ai pochissimi comuni rimasti a maggioranza italiana? In quel fatidico 1992, tuttavia, l’Italia veniva sconquassata dall’inchiesta giudiziaria di Mani Pulite: proprio mentre le due ex repubbliche jugoslave trovavano l’indipendenza, Roma affrontava la più grande crisi politica ed economica dell’era repubblicana. Nel dibattito pubblico ci fu chi sollevò il tema istriano, in particolare il deputato Mirko Tremaglia e la destra del MSI, ma la questione rimase relegata ai margini dell’agenda di governo.
LA TENTAZIONE DI MILOSEVIC E LA GEOPOLITICA DELLA “GRANDE SERBIA”
C’era poi un altro aspetto che riguardava la Serbia. Con la dissoluzione della Federazione jugoslava, Belgrado era decisa a includere sotto la propria egida tutti i serbi sparsi nelle altre repubbliche, causa scatenante dei terribili scontri con croati e bosgnacchi. Il progetto della “Grande Serbia”, teorizzato già sul finire degli anni ’80 all’interno del celebre e controverso Memorandum dell’Accademia Serba delle Scienze e delle Arti (SANU) per rispondere alla crisi post-Tito, considerava la Croazia il nemico principale. In alcune visioni strategiche collaterali degli ultra-nazionalisti serbi, pur di indebolire e privare Zagabria dello sbocco al mare settentrionale, si accarezzò l’idea puramente provocatoria di favorire una restituzione dell’Istria all’Italia.
Circolano infatti storiche indiscrezioni secondo cui Slobodan Milošević, leader dei serbi, cercò contatti indiretti con Roma affinché l’Italia rallentasse il riconoscimento di Croazia e Slovenia in cambio di una rinegoziazione del possesso dell’Istria. Sebbene su queste trattative vi siano soprattutto voci e retroscena d’intelligence, è un dato di fatto che l’Italia abbia sempre mantenuto legami commerciali importanti con la Serbia. Fu l’unica nazione europea a conservare un canale di dialogo telefonico aperto con Belgrado durante le prime fasi delle guerre balcaniche, prima di allinearsi definitivamente ai partner della NATO e concedere le proprie basi per i bombardamenti sulla Serbia nel 1999. In quel periodo di caos geopolitico, anche alcune ali radicali delle associazioni degli esuli cercarono contatti con la politica romana seguendo il motto “ora o mai più”. La Serbia, pur di mantenere il controllo su gran parte dei territori jugoslavi, era disposta a rivedere il Trattato di Osimo.
LA SPARTIZIONE DEL DEBITO FRA SLOVENIA E CROAZIA
Alla fine prevalse la linea geopolitica spinta da Washington: la Jugoslavia doveva scindersi rispettando fedelmente i confini amministrativi interni delle ex repubbliche federate, stabiliti dalla Commissione Badinter (commissione della allora CEE sulla Jugoslavia). Formalmente, poiché il Trattato di Osimo era stato siglato con uno Stato che non esisteva più, si dovette attendere il 1996, a guerra conclusa, per trovare un accordo di successione. Il residuo del debito jugoslavo venne ripartito unilateralmente tra Slovenia (62%) e Croazia (38%). Sebbene la Croazia detenga geograficamente la maggior parte del territorio istriano, i beni immobili nazionalizzati di maggior valore catastale, come le saline e le grandi proprietà costiere, si trovavano nella zona oggi slovena. Inoltre, il Trattato di Osimo regolava specificamente i territori legati all’ex Zona B di Trieste, dato che il resto dell’Istria era passato alla Jugoslavia già nel 1947 con il Trattato di Parigi.
La Slovenia ha successivamente adempiuto al suo dovere: nel 2002 ha estinto la sua quota versando circa 65 milioni di dollari su un conto fiduciario intestato all’Italia presso la banca Clearstream in Lussemburgo. L’Italia non ha mai ritirato quel denaro per motivi politici, poiché accettarlo avrebbe significato chiudere per sempre le rivendicazioni sulla restituzione dei beni fisici, ma dal punto di vista del diritto internazionale Lubiana ha assolto il compito. Diversa è la situazione della Croazia, che non ha mai versato la sua parte, stimata in circa 45 milioni di dollari. Le richieste italiane in merito sono sempre state estremamente timide. Persino nel 2013, in occasione dell’ingresso della Croazia nell’Unione Europea, l’Italia avrebbe potuto porre il veto o mettere sul piatto della bilancia la risoluzione di questo debito, ma i governi dell’epoca scelsero di non farlo per non compromettere le relazioni economiche nell’Adriatico. Di conseguenza, oltre a non aver mai rivendicato i territori, opzione oggi storicamente forse anacronistica, Roma non ha mai riscosso nemmeno il denaro spettante.
L’EUROPA UNITA ABBATTE I VECCHI CONFINI
Oggi Italia, Croazia e Slovenia fanno tutte parte dell’Unione Europea. Con il definitivo ingresso della Croazia nello Spazio Schengen e nell’Eurozona avvenuto nel 2023, i cittadini si muovono liberamente senza frontiere e ovunque si usa la stessa moneta, l’Euro. In Italia la comunità slovena è una minoranza linguistica tutelata, così come lo sono gli italiani in Croazia e Slovenia, territori in cui sulle scuole di lingua italiana in Istria sventola legalmente il tricolore italiano. Come accennato, qualsiasi rivendicazione territoriale appartiene ormai al passato, ma all’inizio degli anni ’90, sebbene le pressioni internazionali fossero fortissime e l’Italia non avesse la stabilità politica per opporsi, proporre un referendum locale avrebbe potuto rappresentare un’occasione storica per quelle terre. La Germania scelse di seguire i propri interessi commerciali e geopolitici per fidelizzare due partner strategici come la Slovenia e la Croazia, forte del suo nuovo peso internazionale post-riunificazione. La storia non si cambia con i se e con i ma e sempre meno italiani, soprattutto delle nuove generazioni, ricordano dell’Istria, ma certo è importante fare luce su una occasione che poteva, magari avere una storia diversa.
Bilinguismo in Croazia – Credit G.Cutano
