Due chilometri sembrano pochi ma possono essere tantissimi, almeno nella mente di chi deve studiare la strategia militare europea. L’esplosione del drone russo a ridosso della Polonia impone due obblighi: la prudenza e la massima allerta. E tutto, il rischio di escalation compreso, si gioca in quei chilometri. Una distanza troppo breve per non far scattare l’allarme, ma ancora abbastanza lunga per consentire alle cancellerie europee di scegliere la prudenza. Il bersaglio è stato centrato in territorio ucraino, vicino alla frontiera polacca. Nessuna violazione dello spazio della Nato, dunque. E proprio su questa distinzione si misura la reazione dell’Europa: condannare l’attacco, rafforzare la sorveglianza, prepararsi a nuove incursioni, ma senza trasformare un episodio di questa guerra in uno scontro diretto con Mosca. Il margine è sottile e ogni decisione deve evitare di far salire ancora la temperatura.
L’alleanza
La risposta militare, però, è già partita. Subito, già ieri, l’allerta ha fatto il giro dei comandi e delle basi strategiche. Perché mentre nelle capitali si pesano le parole, sul fianco orientale della Nato si alzano i livelli di sorveglianza. Radar, caccia, aerei da ricognizione e sistemi di difesa aerea sono la prima barriera contro una minaccia che arriva sempre più spesso dal cielo. Non serve aspettare che un drone attraversi una frontiera per cominciare a difenderla. Bisogna vederlo prima, capire che cosa sia e seguirne la rotta. È questa la partita che si gioca ogni giorno lungo il confine orientale dell’Alleanza. E oggi ancora di più.
Sul confine, però, la prudenza non significa aspettare. Significa prepararsi. Anzi, farsi trovare pronti. I radar sono stati subito potenziati, i sistemi di difesa aerea messi in maggiore allerta e i caccia come sempre sono pronti a intervenire. La Polonia e la Nato devono riuscire a controllare una fascia di cielo nella quale la minaccia può arrivare rapidamente e con poco preavviso. Il problema non è soltanto quello di fermare un missile o un drone quando è ormai vicino a una città: bisogna individuarlo mentre è ancora lontano, seguirne la rotta, stabilire che cosa sia e decidere se rappresenti un pericolo.
La strategia
È lungo questa linea che la difesa della Nato deve funzionare come un sistema unico. I radar terrestri controllano il cielo, i caccia possono alzarsi in volo per identificare una traccia e le batterie missilistiche rappresentano l’ultima barriera. Patriot e Samp-T possono ingaggiare le minacce dall’alto, mentre F-35, F-16 ed Eurofighter garantiscono la rapidità dell’intervento. Non c’è una sola arma a proteggere il confine, ma una catena nella quale ogni elemento deve vedere, riconoscere e passare le informazioni al successivo. Più lontano dalla frontiera lavorano gli Awacs, che ampliano enormemente la capacità di osservazione e consentono di seguire gli oggetti a grande distanza. E da Sigonella gli RQ-4D Phoenix raccolgono informazioni per ore su vaste aree. Radar, aerei, droni e satelliti costruiscono così una fotografia continua del fianco orientale. È la logica di Eastern Sentry, la sorveglianza rafforzata dalla Nato dopo le incursioni dei droni: aumentare gli occhi nel cielo e le armi disponibili a terra per avere più tempo per capire e reagire. La difesa comincia quindi molto prima della frontiera: quando il bersaglio è ancora una traccia sul radar e non è ancora diventato una minaccia.
La diplomazia
Ma mentre sul confine si rafforzano le difese, nelle cancellerie prevale la prudenza. Intercettare una minaccia è una cosa, colpire un bersaglio russo è un’altra. La Nato vuole proteggere il proprio territorio senza trasformare ogni incidente in un’escalation. La linea resta dunque sottile: alzare lo scudo senza avvicinare lo scontro diretto con Mosca. Il problema è che oggi il confine fra incidente, provocazione e attacco deliberato è sempre più difficile da leggere. Un drone può perdere la rotta, può essere abbattuto, può essere diretto verso un obiettivo. E ogni volta la Nato deve decidere quanto rapidamente reagire senza oltrepassare quella linea che le cancellerie europee vogliono tenere sotto controllo. La prudenza diplomatica non significa abbassare la guardia. Significa, al contrario, aumentare la protezione evitando che la protezione diventi escalation. È la contraddizione di questa nuova guerra sul fianco orientale: politicamente si cerca di abbassare la voce, militarmente si alza lo scudo. E il confine polacco è oggi uno dei punti in cui questa contraddizione diventa più evidente.
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