Declinismo: vocabolo segnalato dalla Treccani come settoriale che corrisponde alla tendenza al pessimismo di chi ritiene che la società e/o il proprio Paese stiano attraversando una fase di decadenza. Il declinismo è stato sino ad oggi uno dei nostri sport nazionali preferiti quando si parlava di scuola.
Ma dopo la presentazione pubblica dei risultati OCSE Pisa sugli apprendimenti dei quindicenni, è successo qualcosa di rivoluzionario: l’Italia ha superato la media OCSE precedendo Finlandia, Francia e Germania. In una fase di grave arretramento internazionale, gli studenti italiani hanno raggiunto 483 punti in scienze, rispetto ai 482 della media OCSE; 474 in lettura, contro una media di 461; 468 in matematica, mentre la media OCSE si ferma a 463. In lettura, per la prima volta, l’Italia si colloca significativamente sopra la media internazionale, alla pari con la Finlandia, Paese che per anni è stato esibito nei convegni come la prova vivente che altrove tutto funzionasse meglio e superando Francia e Germania.
In matematica, poi, l’Italia ottiene risultati superiori a quelli di Francia, Germania, Stati Uniti e Svezia. Una circostanza che mette in seria difficoltà il nostro tradizionale provincialismo pedagogico, abituato a considerare ogni esperienza straniera un modello e ogni esperienza italiana una colpa. È finito l’ «ultimismo», ha chiosato a commento degli esiti il Ministro dell’istruzione e del merito Valditara.
Per decenni ci è stato spiegato che avremmo dovuto «fare come la Finlandia». Ora che facciamo meglio, bisognerà vedere se la Finlandia sarà invitata a fare come noi. Prevedo che la cosa sarà altamente improbabile.
Naturalmente, i dati non autorizzano trionfalismi. Restano criticità importanti: la percentuale degli studenti collocati ai livelli più elevati è inferiore alla media OCSE e nel problem solving computazionale il nostro risultato rimane insoddisfacente. Persistono inoltre diseguaglianze territoriali e sociali che nessuna celebrazione può cancellare. Il miglioramento non è un’assoluzione generale né consente di considerare concluso il lavoro. Ma una cosa è la prudenza, altra cosa è il riflesso pavloviano della catastrofe. Prendere sul serio i problemi non significa occultare i risultati positivi. Al contrario, significa riconoscerli, capire quali scelte li abbiano favoriti e consolidarli. La scuola italiana non è diventata improvvisamente perfetta: ha però dimostrato di possedere una solidità che molti suoi narratori si ostinano a non vedere. È significativo anche il dato relativo agli studenti che raggiungono almeno la soglia fondamentale delle competenze: il 78 per cento in scienze, contro il 74 per cento della media OCSE; il 69 per cento in matematica, contro il 65; il 76 per cento in lettura, contro il 69. Meno punte di eccellenza, dunque, ma una capacità relativamente più ampia di portare gli studenti almeno al livello di base. È un risultato coerente con la natura universalistica della nostra scuola, che non seleziona precocemente e tenta, con tutti i suoi limiti, di non abbandonare nessuno lungo il percorso.
Anche la riduzione delle distanze fra Nord e Sud, già segnalata dalle ultime rilevazioni INVALSI, incrina un altro dogma dell’ultimismo: quello secondo cui i divari italiani sarebbero una fatalità geografica, refrattaria a ogni intervento pubblico. Non sono scomparsi, ma possono essere ridotti. Significa che investimenti mirati, tutoraggio, formazione dei docenti, attenzione alle fragilità e recupero degli apprendimenti non sono slogan ornamentali. Sono il frutto del riformismo valditariano. E se applicati con continuità, producono effetti concreti. Si comprende allora l’imbarazzo di chi aveva già preparato, da sinistra, l’ennesima requisitoria contro la scuola italiana. Il copione prevedeva «il crollo», «l’emergenza educativa», «la generazione perduta». Invece arrivano quindicenni che leggono meglio della media OCSE e, in matematica, precedono coetanei francesi e tedeschi. Ragazzi decisamente poco collaborativi: avrebbero potuto almeno rispettare la narrazione di Schlein, Conte e Bonelli.
Il punto politico e culturale è proprio questo. Il declinismo non descrive necessariamente il declino: spesso lo desidera, perché ne ha bisogno. Il pessimismo permanente consente di evitare la fatica del giudizio, che richiede di distinguere ciò che funziona da ciò che deve essere corretto. Se tutto è un disastro, non occorre studiare i dati, valutare le politiche o riconoscere un risultato all’avversario. Basta alzare il tono della denuncia. L’ultimismo è comodo. Trasforma ogni confronto internazionale in una clava domestica e la scuola in un bersaglio elettorale. Ma ha un effetto profondamente diseducativo: sottrae fiducia agli insegnanti, alle famiglie e agli studenti; convince chi lavora bene che il suo impegno sia irrilevante; diffonde l’idea che nessuna riforma e nessun investimento possano modificare la realtà. Ora si tratta di proseguire sulla strada intrapresa. E mi dispiace per declinisti e ultimisti: dovranno trovarsi un altro bersaglio per la loro propaganda elettorale.
