CREMONA – All’anagrafe è Vasile Ceausescu, nato in Romania il 15 dicembre del 1952.
Un anno fa, al giudice di Cremona ha spiegato sottovoce perché aveva fornito false generalità ai poliziotti: ‘Mi chiamo Daniel Petrescu’. Perché «io e la mia famiglia abbiamo subito persecuzioni ed espropri. Mio padre era primo cugino di Nicolae Ceausescu».
Suo padre, dice Vasile, era imparentato con il dittatore romeno fucilato assieme a sua moglie Elena Petrescu, il 25 dicembre del 1989, dopo un’ora di processo sommario per crimini contro lo Stato e genocidio.
L’esecuzione rappresentò l’atto finale della rivoluzione romena del 1989. Vasile Ceausescu allora aveva 37 anni.
L’11 marzo del 2025, a Cremona il 74enne con laurea a Bucarest in fisica nucleare e residenza nel Milanese, è stato condannato a 1 anno per le false generalità date ai poliziotti che nel 2019 lo avevano fermato dopo il furto di 6 pezzi di Grana Padano per 61,76 euro da un supermercato (dal furto è stato assolto per mancanza di querela).
Il 9 dicembre del 2025, la Corte d’appello di Brescia ha confermato la condanna. Ceausescu ha portato la sua battaglia giudiziaria sino in Cassazione, ma anche gli Ermellini gli hanno dato torto: ricorso rigettato.
Nelle 5 pagine di motivazione della sentenza, è scritto: «La Corte di appello di Brescia ha tenuto conto delle deduzioni della difesa e delle dichiarazioni dell’imputato, valutandole non idonee ad escludere il dolo del reato, atteso che: l’imputato aveva indicato ai pubblici ufficiali un nome specifico diverso dal proprio, affermando di chiamarsi Petrescu Daniel, con ciò manifestando un’evidente consapevolezza della condotta».
Ed «era del tutto irrilevante che tale condotta fosse stata determinata, secondo quanto sostenuto dall’interessato, dal timore di possibili ritorsioni riconducibili al suo legale di parentela, reale o presunto, con l’omonimo dittatore rumeno ovvero dall’intento di sottrarsi alle conseguenze derivanti da una nuova condanna».
Per la Cassazione, la giustificazione del «timore di possibili ritorsioni lungi dall’escludere il dolo, ne conferma la sussistenza». La scelta di Ceausescu «è stata delibera e consapevole».
A Cremona Ceausescu era stato difeso dall’avvocato Clara Carletti.
Il legale aveva raccolto le confidenze di quest’anziano «minuto, sofferente, un signore d’altri tempi, preciso, molto colto, appassionato di storia dell’arte e di astronomia. Mi ha raccontato che dopo il colpo di Stato, era rimasto in Romania, lavorando, con uno stipendio misero, in una centrale nucleare fino alla pensione».
Da pensionato e «con pochi soldi, attorno al 2010 è arrivato in Italia ospite da alcuni parenti. Ha viaggiato molto all’estero: Germania, Inghilterra, Francia, sempre accolto da parenti.
Parla bene diverse lingue. Il suo italiano è ‘costruito’ sul latino». Quando nel 2024 l’avvocato lo ha conosciuto per assisterlo d’ufficio, «dal suo modo di porsi, ho capito subito che non era il classico ladro, ho capito che dietro c’era una storia. È un signore che ha molto sofferto e che ha ricordi che vuole cancellare».
Ceausescu, carta di identità e tessera sanitaria italiane, ha un sogno.
«Più volte mi ha detto che vuole continuare ad approfondire i suoi studi. Si è già interessato per iscriversi all’università Bicocca di Milano».


