Foto: EPA
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L’ex presidente del Kosovo, Hashim Thaçi, è stato condannato in primo grado a 25 anni di carcere per crimini di guerra e assolto da crimini contro l’umanità. Thaçi “era a conoscenza” dei crimini commessi dai miliziani dell’UÇK contro gli “oppositori” e albanesi “collaborazionisti”, e avrebbe anche partecipato in alcuni di essi, ha dichiarato il giudice Charles Smith durante la lettura della sentenza.
Una sentenza che ha però scatenato proteste in Kosovo. Tra fischi e insulti, i manifestanti hanno scandito lo slogan “Non a mio nome”, facendo riferimento alle parole del giudice, che aveva pronunciato la sentenza “a nome del popolo kosovaro”. Durante il corteo per le strade della capitale, i dimostranti hanno acceso fumogeni e petardi. Alcuni hanno tentato di scavalcare la recinzione della sede della missione dell’Unione Europea in Kosovo, ma sono stati bloccati dagli agenti di polizia. Tensioni sono state segnalate pure all’esterno del tribunale dell’Aia, dove si sono riuniti migliaia di albanesi; la polizia ha comunque impedito loro di raggiungere l’edificio.
La presidente ad interim del Kosovo, Albulena Haxhiu, ha invocato pace, dignità e unità. L’iter giudiziario non è ancora concluso, ha sottolineato. L’avvocato di Thaçi ha intanto già annunciato ricorso contro la sentenza, definendola una “parodia della giustizia”. E l’Organizzazione dei veterani di guerra dell’UÇK ha respinto categoricamente il verdetto.
Il Ministro dell’Interno serbo, Ivica Dačić, ha definito la sentenza una “prova legale” del fatto che i massimi vertici politici e militari dell’UÇK erano personalmente responsabili di “atrocità, omicidi, rapimenti e torture brutali” ai danni dei serbi in Kosovo. Tuttavia, a suo avviso, la Serbia non può dirsi pienamente soddisfatta, poiché il tribunale ha respinto le accuse di crimini contro l’umanità.
Anche il presidente serbo, Aleksadar Vučić, ha contestato la sentenza evidenziando che il Collegio giudicante ha respinto tutti i sei capi d’accusa per crimini contro l’umanità e non ha riconosciuto attacchi sistematici contro i civili per tutelare la credibilità dell’UÇK. Inoltre, ha denunciato l’esclusione della responsabilità per tutti i crimini commessi contro i serbi e i non-albanesi dopo il 20 giugno 1999, data dell’arrivo della KFOR, e a mostrato immagini delle atrocità rimaste impunite.
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