Gli ultimi casi di sconfinamento e incursione di droni nello spazio aereo dei Paesi Nato stanno alimentando il timore che il conflitto tra Russia e Ucraina possa estendersi oltre i rispettivi territori nazionali. Al momento si è trattato di falsi allarmi, incidenti o casi isolati, ma cosa succederebbe se Putin decidesse di attaccare uno dei membri dell’Alleanza? Uno scenario ipotetico, al momento, che metterebbe in moto una complessa architettura di sicurezza, con protocolli che prevedono risposte di varia entità: politiche, logistiche e militari.
L’articolo 5
Il pilastro centrale della difesa collettiva è l’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico, il quale stabilisce che un attacco armato contro uno o più alleati è considerato un attacco contro tutti i membri. Come sottolineato anche nello studio “What happens if Russia attacks Nato?”, l’articolo 5 non fa scattare una risposta militare automatica o identica per tutti i Paesi. Il testo lascia a ciascun Stato membro la possibilità di scegliere quale azione intraprendere, compreso l’uso della forza armata. In sostanza, in caso di attacco, ogni governo alleato mantiene la propria sovranità decisionale e deve agire in conformità con le proprie procedure costituzionali. Negli Stati Uniti, ad esempio, per approvare l’impiego delle forze armate è necessario un passaggio politico o l’approvazione del Congresso, a seconda dei poteri presidenziali attivi al momento del conflitto. L’obbligo di prestare assistenza è vincolante, ma l’articolo 5 non dichiara automaticamente guerra né impone a ogni membro della Nato di rispondere con la forza militare.
Il Consiglio Atlantico
Una risposta violenta dovrebbe inoltre essere conforme al diritto internazionale in materia di legittima difesa. Per una qualsiasi azione militare collettiva coordinata sotto la bandiera della Nato, la natura dell’aggressione deve essere formalmente accertata dal Consiglio del Nord Atlantico, l’organo decisionale politico dell’Alleanza. La Nato opera seguendo il principio del consenso unanime, quindi tutti i Paesi membri devono concordare sul fatto che l’incidente avvenuto costituisca effettivamente un attacco armato in grado di far scattare l’articolo 5. Un passaggio cruciale, che serve per evitare che singoli incidenti isolati trascinino la Nato in una guerra senza il consenso di tutti i governi.
L’articolo 6 stabilisce i limiti geografici alla garanzia di difesa collettiva. Nella sua formulazione attuale, individua specifici territori alleati e copre anche le forze, le navi e gli aeromobili delle parti nelle aree designate. L’articolo 5 non si estende automaticamente alle forze militari, alle navi o agli aeromobili alleati ovunque si trovino nel mondo. Di conseguenza, il luogo di un attacco può essere giuridicamente rilevante anche quando l’obiettivo appartiene indubbiamente a un membro della Nato.
La risposta
Nel caso in cui venisse raggiunta l’unanimità politica all’interno del Consiglio Atlantico, entrerebbero in vigore i piani operativi e di contingenza militare della Nato, con una risposta strutturata in diverse fasi. La prima linea di difesa è costituita dalla “Very high readiness joint task force”, una forza multinazionale ad altissima prontezza operativa di circa 5-6mila soldati già schierata e attiva a rotazione sul fianco orientale della Nato. I piani di difesa regionali approvati dai vertici militari (New force model) prevedono la capacità di mobilitare fino a 300mila militari nel giro di 30 giorni, pronti a rinforzare le linee del fronte bellico. Paesi strategici come la Germania hanno sviluppato piani nazionali dettagliati, come l’Oplan, proprio per trasformare le proprie infrastrutture civili, autostradali e ferroviarie in un gigantesco hub logistico, permettendo il transito rapido verso est di truppe, convogli pesanti e rifornimenti provenienti dagli alleati occidentali.
In questo scenario, il nostro Paese parteciperebbe alle decisioni politiche del Consiglio Atlantico e attiverebbe subito le proprie forze militari già integrate nella Nato. Dal quartier generale di Solbiate Olona, l’Italia guida la nuova “Allied reaction force“, una forza speciale addestrata per essere inviata sul fronte d’attacco in pochissimi giorni. Inoltre, il Paese schiera già soldati in Lettonia e mantiene una task force nazionale di circa 3mila militari pronta a partire in poche ore dal via libera politico. La penisola diventerebbe inevitabilmente un centro di supporto logistico, sia per la sorveglianza che per la gestione dei voli.
Gli attacchi ibridi
Un attacco missilistico intenzionale russo contro il territorio della Nato o un’incursione territoriale armata rappresenterebbero chiari casi di “attacco armato”. Tuttavia, il diritto internazionale non stabilisce alcuna area territoriale minima, numero di truppe o durata che debba essere raggiunta per far scattare una risposta. Rispetto al contesto storico classico, la situazione attuale è decisamente più complessa e non riguarda un’invasione di carri armati vecchio stile. La tenuta della Nato potrebbe essere messa alla prova da operazioni più difficili da classificare, come cyberattacchi alle infrastrutture critiche, sabotaggi ai depositi militari, interferenze gps prolungate e sconfinamenti continui di droni ed elicotteri nei territori di confine.
Tutte situazioni in cui l’applicazione dell’articolo 5 diventa più sfumata. Essendo complicato stabilire immediatamente e in modo inequivocabile la responsabilità di un attacco informatico o di un sabotaggio, per il Consiglio Atlantico sarebbe difficile ottenere il consenso unanime per una risposta militare diretta. Si tratta di minacce ibride che possono destabilizzare uno Stato, senza però superare la soglia dell’attacco armato. Per questo confine non esiste una linea netta definita nel diritto internazionale. Non esiste una regola consolidata in base alla quale un determinato numero di droni, vittime, ore di interruzione o quantità di danni materiali distingua automaticamente un attacco armato da una condotta illecita di minore entità.
Le alternative
L’articolo 4 consente la consultazione ogniqualvolta un membro ritenga minacciata l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una parte. In questo caso non sono previste risposte militari dirette, ma i Paesi Nato possono adottare diversi provvedimenti, come rafforzare le difese del territorio alleato, potenziare le difese aeree e cibernetiche, indagare su attività ostili e imporre eventuali misure diplomatiche o economiche. Nel mese di agosto diverse testate internazionali, citando funzionari statunitensi e fonti a conoscenza delle valutazioni dell’intelligence, hanno espresso preoccupazione per la possibilità che la Russia potesse mettere alla prova la Nato attraverso azioni diverse da un’invasione convenzionale, tra cui operazioni informatiche o ibride e una possibile incursione territoriale limitata. Indiscrezioni e voci non verificabili che, tuttavia, continuano ad alimentare l’incubo di una guerra globale.
