Il significato della visita del Papa al Centro di accompagnamento e integrazione sociale Maison Bakhita del 26 settembre, secondo i rappresentanti di realtà caritative attive nella capitale francese: Aux captifs la libération, Le Rocher e Lazar. Raccontano di “caffè” filosofici tra persone senza fissa dimora e donne libere di esprimersi, della costruzione di relazioni “orizzontali” in cui tutti sono alla pari e di una raccomandazione di Papa Francesco che portano nel cuore: “Rimanere piccoli”
Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano
“Dovete rimanere piccoli”. A Parigi la solidarietà si muove in orizzontale: non si impone dai pulpiti, ma attraversa come la Senna, il cuore della città fino alla periferia. Mette intorno alla stessa tavola giovani e persone senza fissa dimora: hanno conosciuto la stessa precarietà, la stessa esclusione. Offre un caffè, nella sua accezione francese, non italiana: un luogo di incontro prima ancora che una bevanda donata “a mani nude”, pronta quindi a ricevere qualcosa in cambio. Accettandolo, una donna può parlare senza il timore di un giudizio, uscendo da tunnel bui e intricati come quello della prostituzione. Una persona che non ha ricevuto istruzione imparare la filosofia. È un impegno che in Francia si fa sempre più impellente, mentre si avvicinano le elezioni presidenziali e cresce quella “frattura” nella popolazione che rischia di alimentare odio e discriminazione. Sono questi alcuni degli impegni e delle preoccupazioni espresse ai media vaticani dai rappresentanti di varie realtà del panorama caritativo parigino, tra le quali le associazioni Le Rocher e Lazare, in vista dell’arrivo di Papa Leone XIV nella capitale francese, dove, tra i vari momenti, è prevista la visita al Centro di accompagnamento e integrazione sociale Maison Bakhita. Sarà qui presente una delegazione della terza realtà intervistata: Aux captifs, la libération.
Ai prigionieri, la liberazione
Il nome di quest’ultima associazione, come racconta il suo direttore generale, Thierry Desjuzeur, è un richiamo al testo del profeta Isaia, ripreso nel Vangelo, dove Gesù dice di essere venuto a “dare ai prigionieri la liberazione”. Un’affermazione che si è incarnata in un progetto che oggi conta 400 volontari e oltre 80 professionisti, distribuiti in 15 sedi, fondato nel 1981 da padre Patrick Giros, sacerdote della diocesi di Parigi, morto nel 2002. Si è parlato di fratture, e tante sono quelle che hanno segnato la vita delle persone assistite dall’associazione che incontreranno il Papa: familiari, sociali, personali. “Il fatto che il Pontefice scelga di dedicare una parte del suo tempo a queste persone è già di per sé una tappa nel cammino di ricostruzione della loro vita”, spiega Desjuzeur, che auspica una focalizzazione su una dimensione fondamentale dell’assistenza: “Non siamo chiamati innanzitutto ad andare verso i più poveri per fare beneficenza e dare qualcosa, ma a fare Chiesa con loro e a costruire la società insieme a loro”.
A mani nude, offrendo il cuore e il tempo
La presenza sul campo di Aux captifs, la libération si traduce in oltre 70mila incontri registrati nel solo 2025 con persone senza fissa dimora o coinvolte in contesti di prostituzione, quasi 4.500 delle quali conosciute per nome. Sono le “maraudes”, le ronde durante le quali ci si presenta “a mani nude”, ovvero senza portare nulla di materiale, anche in zone difficili come il Bois de Boulogne, ma condividendo qualcosa di altrettanto prezioso: “il nostro tempo e il nostro cuore”. Ed è significativo, racconta il direttore generale, che “la relazione finisca quasi per invertirsi. Siamo noi a chiedere alle persone che incontriamo se hanno qualche minuto da dedicarci, per fermarci e parlare. Alla fine, siamo noi a trovarci nella posizione di chi domanda qualcosa”. Perché è la mano nuda quella che “può entrare realmente in contatto con l’altro”: concretamente, è quella con cui stringiamo la mano delle persone che incontriamo”.
Le “ronde” notturne dell’associazione Ad Aux captifs, la libération al Bois de Boulogne (foto di Marine Clerc)
Uscire dalla piaga della prostituzione online
Ad Aux captifs, la libération ci si è accorti di una piaga che, proprio perché meno visibile rispetto alla condizione di una persona bisognosa incontrata per strada, rischia spesso di passare in secondo piano: la prostituzione che oggi si espande attraverso i contatti su Internet e sui social network. Con un approccio simile a quello portato avanti nelle attività sul campo, ci si presenta a donne e ragazze, riuscendo spesso a entrare in relazione con loro. “Abbiamo avuto la grande gioia di incontrare la prima persona giunta da noi per mezzo di questo canale Internet, che oggi sta seguendo un percorso per uscire dalla prostituzione. In qualche modo, ha afferrato la mano che le stavamo tendendo”. Prigioniere e prigionieri usciti dalle proprie carceri interiori, pronti a incontrare il Papa a mani apparentemente nude, ma in realtà libere dalle catene che li paralizzavano.
Le “ronde” online dell’associazione Ad Aux captifs, la libération per salvare le donne dalla prostituzione (foto di Hélène Ramé)
Lazare, convivenza che nasce da un disagio comune
A raccontare il modello innovativo di integrazione dell’associazione Lazare è invece il delegato generale Timothée Barre: “Organizziamo convivenze solidali tra persone che hanno vissuto per strada, quindi senza dimora, e giovani lavoratori. In ogni appartamento vivono circa otto persone, sostenute da una famiglia che si mette al servizio del progetto”. Nato 15 anni fa, il progetto si è sviluppato prevalentemente in Francia, dove oggi conta altrettante case, ma è anche cresciuto a livello internazionale, aprendo sedi in Spagna, Belgio, Svizzera e Messico”. L’idea di fondo è quella di mettere al centro relazioni tra persone di diversi background ma che vivono gli stessi disagi. Si sviluppano, così, legami alla pari: “una relazione che non è affatto verticale, come può accadere quando si va da uno specialista o da uno psichiatra”.
Una volontaria e un’assistita dell’Association Lazare a Parigi
Ascolta un estratto dell’intervista a Timothée Barre
Tornare a dare
Tra gli aderenti al progetto nascono amicizie e, soprattutto, non si riceve soltanto: si torna anche a dare, contribuendo al pagamento dell’affitto o preparando i pasti insieme. Tutto converge in un concetto che Barre ricorda dall’esortazione apostolica di Papa Leone XIV, Dilexi te: vivere con e come le persone bisognose. Il delegato ricorda con affetto anche Papa Francesco, incontrato in diverse occasioni (tra cui un’udienza in occasione del decimo anniversario di fondazione, il 21 maggio 2021) e con il quale l’associazione ha scritto un libro, Des pauvres au pape, du pape au monde, che raccoglie le domande di persone bisognose rivolte al Pontefice. “Ci piacerebbe molto essere presenti in Italia. E sarebbe bellissimo avere Lazare in Vaticano. Ne avevamo già parlato con Papa Francesco, che ci aveva detto: ‘Dovete pregare perché io abbia il coraggio di farlo’”. Il Pontefice argentino aveva anche rivolto una raccomandazione che tutt’oggi è rimasta la filosofia dell’associazione: “Dovete rimanere piccoli”.
L’udienza di Papa Francesco con un gruppo dell’Association Lazare (Vatican Media)
Un caffè per le donne in difficoltà, un caffè per fare filosofia
Fedele agli insegnamenti dei Pontefici è anche l’associazione Le Rocher, nata 25 anni fa in risposta all’appello di san Giovanni Paolo II a costruire la “civiltà dell’amore”, raccogliendo poi l’invito di Papa Francesco a raggiungere le “periferie” esistenziali e fisiche. Lo racconta la direttrice della comunicazione Charlotte Perez-Guzman, spiegando che il principio cardine di Le Rocher è la creazione di legami sociali attraverso visite porta a porta e momenti di condivisione. Tra questi, Perez-Guzman cita i café des femmes, spazi di fiducia in cui le donne possono rilassarsi e allentare, per un momento, la pressione di una vita che a volte pesa moltissimo. “Le donne delle periferie parigine portano spesso un peso enorme. Molte crescono da sole i propri figli, sono isolate, non parlano la lingua e non hanno legami con il quartiere”. E poi i café philo: “Invitiamo le persone bisognose del quartiere a discutere insieme ai volontari su un tema di società: un’occasione per confrontarsi su questioni che riguardano tutti. Ricordo, per esempio, un incontro sul tema: ‘L’arte è fatta per essere bella?’”
Ascolta un estratto dell’intervista a Charlotte Perez-Guzman
Trait d’union tra le persone
“Ciò che facciamo a Le Rocher ha la grande capacità di essere un segno di trasformazione per la società”, afferma la direttrice della comunicazione, “soprattutto in un momento in cui la società è sottoposta a sfide molto forti”. Nello specifico, menziona l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali in Francia, che si terranno nell’aprile dell’anno prossimo. “Vediamo chiaramente una frammentazione crescente, persino un sentimento di odio che si sta creando. Per noi Le Rocher è un luogo che può essere un trait d’union, un punto di collegamento, un ponte tra le persone”.
Le attività della società caritativa francese Le Rocher
