Con l’accordo siglato il primo settembre scorso con la Grecia per la creazione di un sistema integrato di difesa aerea multilivello, Israele mette a segno un nuovo colpo nella penetrazione della sua industria militare nella regione balcanica. La portata di tale intesa, d’altra parte, è indirettamente confermata dallo stesso Primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, che non ha esitato a definirla tra le “più importanti della storia del paese”.
L’accordo con la Grecia
Sono i numeri a confermare la veridicità di tale affermazione, d’altronde, visto che il cosiddetto “Scudo di Achille” – come è stato definito il sistema pattuito – prevede un giro d’affari superiore ai tre miliardi di euro e un investimento milionario israeliano per la creazione di un polo tecnologico nel paese ellenico.
Droni, aerei, missili da crociera e missili balistici, prodotti dalla Israel Aerospace Industries e dalla Rafael, integreranno le batterie di Patriot già in dotazione alle forze armate greche nella difesa del proprio spazio aereo. Un classico accordo win-win, nei fatti: da una parte esso presume un pesante coinvolgimento dell’industria ellenica che si occuperà della realizzazione di alcuni componenti e dell’assemblaggio finale; dall’altra consente a Tel Aviv di trovare una via di fuga dagli embarghi commerciali cui è sottoposta da diversi paesi europei a seguito del conflitto israelo-palestinese.
La cooperazione serbo-israeliana
In questo percorso la Grecia si affianca alla Serbia, che già da anni collabora con Israele nel settore degli armamenti. Le esportazioni serbe di armi e munizioni (specialmente proiettili d’artiglieria da 155 mm) verso Tel Aviv sono letteralmente decollate, passando dai circa 3 milioni di dollari nel 2023 agli oltre 130 milioni di dollari del 2025.
Dal canto suo Belgrado sta acquistando da Tel Aviv tecnologia ad alta gamma, compresi i droni Hermes e i sistemi d’artiglieria a lungo raggio, per una spesa che, solo nel 2025, ammontava a oltre 335 milioni di euro. In questo contesto, l’aspetto più rilevante è l’accordo da 1,6 miliardi di euro siglato con il colosso israeliano, Elbit Systems (che detiene la quota di maggioranza della Joint Venture), per la fabbricazione di droni da ricognizione e droni d’attacco tattici a corto e lungo raggio dotati di intelligenza artificiale.
Fabbricazione prevista nello stabilimento di Šimanovci (nei pressi di Belgrado) e che, secondo quanto dichiarato dal presidente serbo, Aleksandar Vučić nell’agosto scorso, dovrebbe iniziare già a metà settembre: sarebbe, quindi, più che imminente. Una collaborazione, quella tra Serbia e Israele, che si è data un assetto strutturale con la ratifica, a maggio, di un “Accordo sulla protezione reciproca dei dati classificati nel settore della difesa” che regolamenta e semplifica lo scambio di intelligence e la compravendita di armamenti.
Le ambiguità dell’UE
La reazione della UE all’accordo greco-israeliano è stata sostanzialmente speculare a quella cui avevamo assistito per l’omologo patto serbo: un assordante silenzio diplomatico, nessuna condanna ufficiale, nessuna presa di posizione critica.
Un silenzio che si fonda su una visione pragmatica del contesto geopolitico attuale e che accantona – invero senza troppo curarsene – qualsivoglia considerazione etica. Lo “Scudo di Achille” serve anche all’Europa e serve perché la Grecia – come paese NATO – può così assumere un ruolo strategico nel rinforzare il fianco sud-orientale dell’alleanza.
Ma non è tutto, in questo suo percorso la Grecia è tutt’altro che isolata: mentre infatti i canali politici ufficiali europei mantengono una distanza di facciata dal governo israeliano, la realtà industriale della difesa mostra una tendenza opposta. L’Europa continua a comprare massicciamente tecnologia israeliana, come dimostrato dalla recente apertura di impianti Rafael per l’Iron Dome in Germania.
Tutt’altro contesto quello serbo – la Serbia non è né NATO né UE – ma risultato di fatto analogo: nessuna reazione drastica, tantomeno alcuna sanzione. A prevalere, anche in questo caso, la realpolitik che fa preferire una Serbia che guarda a Israele piuttosto che a Mosca e Pechino e che – tutto sommato – allinea Belgrado all’Europa, essa stessa in una posizione di forte dipendenza dai sistemi di difesa e dalle tecnologie di intelligence israeliane.
Le reazioni a scala regionale
Le reazioni di sdegno e preoccupazione verso l’uno e l’altro accordo si esauriscono pertanto a livello regionale. L’accordo tra Israele e Serbia aveva causato un’ondata di feroci critiche da parte dei paesi d’area, anche in ragione del fatto che la Serbia negli ultimi anni ha quasi raddoppiato le spese per gli armamenti passando da poco più di un miliardo del 2020 agli oltre due nel 2025 (3,3% del PIL), mettendo il paese in una condizione di assoluto dominio militare in tutti i Balcani.
Una preoccupazione vissuta addirittura come esistenziale – specie in Kosovo – al punto da spingere Pristina a siglare un’alleanza strategica con Zagabria e Tirana per rafforzare l’addestramento militare comune e l’interoperabilità delle rispettive industrie della difesa. Alleanza da cui resta fuori la Bosnia, come sempre divisa tra il governo centrale a Sarajevo, che vede con preoccupazione questa evoluzione, e quello della Republika Srpska a maggioranza serba che, al contrario, la saluta con favore: è di pochi giorni fa la notizia dell’inaugurazione a Banja Luka di un Ufficio Commerciale di Israele, tanto per dire.
Analogamente in Turchia il governo di Tayyip Erdoğanha ha esplicitamente accusato la Grecia di volersi unire alle forze israeliane per accerchiare il paese nel Mar Egeo e nel Mediterraneo, biasimando Israele per la sua interferenza nella contesa territoriale con Atene.
A destare preoccupazione ad Ankara sono soprattutto l’installazione dei radar israeliani (parte integrante dello “Scudo di Achille”) proprio nelle isole greche del Mar Egeo e a Cipro: strumenti che consentirebbero ad Atene e Tel Aviv di monitorare lo spazio aereo e i movimenti militari all’interno del territorio turco. È per questa ragione che la Turchia ha immediatamente accelerato i lavori per l’implementazione del proprio sistema nazionale integrato, la cosiddetta “Cupola d’Acciaio” (Çelik Kubbe), interamente sviluppato dall’industria locale. Un’escalation che ha rinvigorito le storiche tensioni sui confini marittimi e aerei tra i due paesi mediterranei.
Tra opportunità e problema etico
Ambiguità da una parte, dunque, e recrudescenza delle tensioni regionali dall’altra. Questo il risultato dell’azione israeliana in Europa. Il tutto si consuma nella sostanziale indifferenza verso quei limiti di opportunità e quei confini etici che dovrebbero imporsi, nonché in piena contraddizione con le prese di posizione e di condanna che – solo a parole, evidentemente – arrivano da molte cancellerie europee contro Israele.
A emergere, al contrario, è una geografia politica che sembra anche incurante delle sensibilità diffusa tra la gente comune (fortissime le reazioni all’accordo in Grecia, specie tra i giovani), nella quale i Balcani tornano a essere non solo spazio di competizione regionale, ma anche laboratorio delle contraddizioni europee: condanna morale da un lato, dipendenza tecnologica e convenienza strategica dall’altro.
