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L’acqua è una risorsa insostituibile, paragonabile all’oro blu per la vita di ognuno, ma in Slovenia una quota enorme di questo patrimonio scompare silenziosamente prima ancora di raggiungere le abitazioni. Sotto il suolo delle principali città del Paese si snoda infatti una rete di infrastrutture idriche fortemente indebolita dal tempo e dall’usura, con condotte vecchie di oltre cinquant’anni realizzate in materiali oramai obsoleti. Questo deterioramento sotterraneo causa continui guasti e rotture improvvise, i cui disagi emergono in superficie soprattutto durante le estati più calde, quando i picchi di consumo e le alte temperature provocano blocchi dell’erogazione per diverse ore, lasciando interi quartieri residenziali all’asciutto. La portata dell’emergenza è fotografata dai dati dei maggiori centri urbani, a partire dalla capitale, la cui vasta rete di 980 km ha registrato ben 313 interventi di riparazione sulla sola linea primaria in un anno, pur mantenendo, grazie a recenti sforzi, la percentuale di perdite più contenuta tra i grandi sistemi, scesa dal 29,7% del 2020 al 21,5% l’anno scorso.
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La situazione appare particolarmente critica a Kranj, dove a fronte di una rete di 306 km e decine di rotture annuali, si registra il tasso di perdita più alto del confronto, pari al 31,4%, equivalente a quasi tre milioni di metri cubi d’acqua dispersi nel nulla. Anche sulla costa, l’acquedotto del Risano, esteso per 518 km, mostra criticità rilevanti con un tasso di dispersione del 27% e 476 guasti nel 2025. A complicare il quadro interviene una complessa ripartizione istituzionale: se agli enti gestori e alle aziende municipalizzate spetta la manutenzione ordinaria e la garanzia della potabilità — vigilata da rigidi controlli dell’Ispettorato competente —, la proprietà dei tubi e la responsabilità finanziaria delle grandi opere fanno capo ai singoli Comuni. Gli enti di controllo possono sanzionare le irregolarità, ma non possono sostituirsi alle decisioni politiche e strategiche delle amministrazioni locali, le quali si trovano ad affrontare un fabbisogno economico enorme rispetto ai fondi disponibili.
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Ammodernare i sistemi richiede risorse ingenti: Lubiana ha già impiegato 39,5 milioni di euro e Capodistria 12 milioni, mentre per una ristrutturazione completa Maribor necessiterebbe di 56 milioni e Ptuj di 100 milioni. In un contesto segnato dal cambiamento climatico, dall’impoverimento delle falde acquifere e dai crescenti prelievi agricoli per l’irrigazione, l’ammodernamento degli acquedotti non è più rinviabile. La scarsa capacità dei serbatoi e la mancanza di interconnessioni tra le diverse reti mettono a rischio non solo la continuità dell’acqua potabile per i cittadini durante i picchi estivi, ma persino le riserve di emergenza per il servizio antincendio. Senza un piano di investimenti straordinario, coordinato e costante nel tempo, la Slovenia rischia di veder sfumare sotto terra la sua risorsa più preziosa.
Alessia Mitar
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