Bisognerebbe essere ingenui come un bambino che sfoglia per la prima volta un libro di storia, se ci stupissimo che un fazzoletto di terra possa contenere il virus inguaribile della guerra. Basti pensare a Israele, che, dall’“alto” dei suoi circa ventiduemila chilometri quadrati, costituisce una delle principali minacce per la pace nel mondo. Allo stesso modo non ci si può meravigliare se il Kosovo – da secoli, con i suoi diecimila chilometri quadrati e un milione e mezzo di abitanti – sia il teatro di una guerra infinita tra la maggioranza albanese e una minoranza serba, con rivolte a carattere nazionalista – tratto permanente che sembra unire le varie popolazioni dei Balcani – contro i più potenti vicini dell’ex Jugoslavia.

    Senza tornare troppo indietro nel tempo, dopo la Seconda guerra mondiale, il presidente della federazione jugoslava, Tito, represse duramente le sommosse kosovare; ma, negli anni Sessanta, diede il via a un progressivo decentramento dei poteri, fino alla Costituzione del 1974, che conferì alla regione lo status di Provincia autonoma socialista all’interno della Repubblica socialista di Serbia, con il riconoscimento della lingua locale e con il conferimento all’incirca degli stessi poteri del governo centrale. La morte di Tito riportò indietro l’orologio della storia, con la ripresa di rivolte indipendentiste fino al 1989, quando il presidente serbo, Slobodan Milošević, per peggiorare la situazione, cancellò l’autonomia dando lo spunto alla Nato per bombardare Belgrado (con l’ausilio del governo italiano presieduto da Massimo D’Alema), e favorendo così il via alla nascita dell’agognato Stato kosovaro, ma facendo pagare un prezzo altissimo ai serbi in termini di vite umane e distruzione del Paese, peraltro già vessato da anni di embargo. Questa “pace nazionalista” – resa possibile ancora oggi dalla presenza di una missione Nato Kfor, al cui interno è collocato anche un contingente dei carabinieri italiani –, fallito il tentativo pacifista di Ibrahim Rugova, è stata raggiunta con il contributo militare del movimento armato indipendentista Ushtria Çlirimtare e Kosovës, nome albanese dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck), il cui leader, Hashim Thaçi, è stato il quarto presidente del Paese, dal 2016 al 2020.

    Che questa formazione, più un gruppo paramilitare che un’organizzazione per la liberazione nazionale, non avesse un profilo troppo specchiato era cosa nota da tempo, ed era uno degli argomenti di chi denunciò l’intervento della Nato, che apparve più che altro come un messaggio alla Russia di Putin e alla Cina, della quale fu perfino bombardata l’ambasciata a Belgrado. L’Uck si manteneva grazie alla tassazione degli albanesi della diaspora, e, in maniera ben più massiccia, con il traffico di droga e di armi. Tutto questo in un contesto in cui omicidi, torture e quant’altro, nei confronti di avversari politici e criminali, la facevano da padrone. Gli ideatori di queste amenità, dopo una denuncia formulata cinque anni fa, nei giorni scorsi sono stati condannati a pene molto severe dal tribunale dell’Aia, a cominciare appunto da Thaçi, condannato a venticinque anni.  I capi d’accusa contro di loro, e per alcuni altri imputati minori, erano di crimini di guerra e crimini contro l’umanità: si calcola che 348 persone subirono trattamenti crudeli, tra queste 303 furono torturate – in particolare connazionali accusati di collaborazionismo con il nemico.

    Come riporta l’“Osservatorio Balcani, Caucaso Transeuropa”, “le persone prese di mira dall’Uck rientravano in diverse categorie: tra queste, membri e rappresentanti di altre forze politiche o militari, o persone a esse associate, in particolare Ldk e Fark  (rispettivamente Lega democratica del Kosovo, il più antico partito del Paese, e Forze armate della Repubblica del Kosovo, ndr), che non avevano completamente rinunciato alla propria lealtà verso tali organizzazioni; persone sospettate di legami con le autorità della Rfj (Repubblica federale di Jugoslavia) o serbe; e appartenenti a minoranze etniche, inclusi numerosi rom e serbi” – come dichiarato dal giudice Smith, durante la lettura della sintesi della sentenza. Crimini perpetratati più o meno durante gli attacchi Nato, e anche successivamente, violazioni pesantissime dei diritti umani, note verosimilmente agli aggressori occidentali ma tollerate perché “stavano dalla stessa parte”.

    I condannati sono stati figure chiave nel conseguimento dell’indipendenza del Kosovo, proclamata nel 2008, ma tuttora riconosciuta solo dalla metà degli Stati del pianeta. L’organismo che ha condannato questi uomini è qualcosa di “straordinario”, nel senso di fuori dall’ordinario.  Si tratta di un tribunale, ovvero di Camere speciali con particolare riferimento al Kosovo, che in molti in patria vorrebbero fosse cancellato. L’organismo fa parte del sistema giudiziario kosovaro, pur mantenendo la sede all’Aia. E la vicenda giudiziaria è tutt’altro che conclusa. C’è il ricorso in appello, il cui esito, malgrado le prove schiaccianti, non è scontato. In passato, ci fu un’incredibile sorpresa: l’assoluzione del generale croato Ante Gotovina, nel 2012, condannato in primo grado a ventiquattro anni per crimini commessi durante l’operazione “Tempesta” in Croazia, nel 1995.

    “La condanna – dice Francesco Martino, già cooperante in Kosovo, collaboratore del “manifesto” e dell’ “Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa” –  alimenta il senso di ingiustizia in Kosovo – in molti sono scesi in piazza contro la condanna, in patria come altrove in Europa – che, oltre Milošević, ha visto pochi dei responsabili serbi delle violenze degli anni Novanta rispondere davanti alla giustizia; al tempo stesso, rende ancora più faticoso il processo di elaborazione del passato in una Serbia reduce dai recenti funerali di Stato concessi al ‘boia di Srebrenica’, Ratko Mladić. Ma rischia soprattutto – aggiunge Martino – di spegnere definitivamente le riflessioni sulle responsabilità della comunità internazionale. Molti dei crimini, per cui Thaçi e i suoi coimputati sono stati condannati, sono avvenuti sotto gli occhi dei governi e delle istituzioni che hanno prima promosso l’intervento militare Nato, per poi gestire, nel corso degli anni, l’amministrazione civile e militare in Kosovo, e che hanno deciso di non intervenire per convenienza politica e volontà di non inimicarsi gli ‘alleati di fatto’ della guerriglia albanese”.

    L’assordante rumore della vicenda Thaçi ha messo la sordina alla faticosa nascita del nuovo governo kosovaro, lo scorso 14 settembre. A spuntarla, il premier uscente Albin Kurti, leader del Lëvizja Vetëvendosje! (Movimento per l’autodeterminazione, in sigla Lvv), di sinistra, che ha ottenuto la fiducia nell’Assemblea del Kosovo, con sessantadue voti a favore e otto contrari. Assenti i deputati del Pdk (Partito democratico del Kosovo), dell’Alleanza per il Kosovo e della Lega democratica. Presenti, ovviamente, quelli del partito di Kurti, più la Lista serba e di alcune minoranze non serbe, con queste ultime che hanno garantito i voti necessari per formare una maggioranza su 120 seggi, aggiungendosi ai 53 della Lvv, affermatasi, alle elezioni legislative anticipate del 7 giugno scorso (le terze in sedici mesi), con il 47,13% dei voti, pur senza conseguire la maggioranza assoluta.

    Kurti ha rivendicato il buon andamento dell’economia, più 6% del Pil negli ultimi cinque anni e mezzo, collocando, tra gli obiettivi, l’aumento dello stipendio medio fino a mille euro, oltre all’abolizione del dazio del 10% sulle automobili importate dall’Unione europea. La stabilità del nuovo esecutivo è però minata dalla forte contrapposizione tra i partiti, che rischia di palesarsi al momento della nomina del nuovo presidente della Repubblica, carica attualmente ricoperta ad interim dalla giovane Albulena Haxhiu, subentrata, il 4 aprile scorso, a Vjosa Osmani Sadriu. Una mancata intesa porterebbe inevitabilmente a nuove elezioni. A cementare l’unità delle varie forze politiche, invece, è la questione Thaçi. “Nessun tribunale locale o internazionale può infangare l’Uck”, ha dichiarato Kurti. Certamente, per i kosovari, ammettere che i padri fondatori del proprio Stato non fossero dei Mazzini o dei Garibaldi dei Balcani, ma una banda di criminali, non è facile. Ancora una volta, però, la responsabilità, oltre che del nazionalismo serbo, è dell’Occidente, in tutte le sue articolazioni, che favorì la nascita di un narco-Stato che continua a non essere riconosciuto da importanti Paesi della stessa Ue.


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