Leonìs Drivas è uno dei tanti veterani del conflitto che la Grecia ha combattuto contro i turchi. Sono gli anni successivi alla Grande Guerra: stavolta l’obiettivo era impossessarsi dei territori anatolici da lungo tempo abitati dai gruppi etnici ellenici, ma a differenza dei passati scontri per l’indipendenza contro il vecchio Impero Ottomano, vinti a fianco di montenegrini, serbi e bulgari, la Grecia ha perso la sua battaglia. Al ritorno a Lesbo, la sua isola natale, Leonìs trova ad aspettarlo l’amata sorella Adrianì, portatrice di terribili notizie: dopo la morte del padre anche la madre li ha lasciati. Adesso non hanno che loro stessi, ma rimangono ancora i sogni da realizzare. In particolare, il veterano vuole dedicarsi alla sua passione per la pittura, dare libero sfogo alla necessità di esprimersi tramite i colori: ma che siano colori vivaci, capaci di suscitare allegria, serenità e vitalità per ricordare quanto è importante il contatto con la natura. I suoi quadri dovranno comunicare quanto è stata terribile la guerra, che lui ha combattuto solo per fare il suo dovere senza convinzioni negli ideali nazionalistici, rappresentando non l’orrore, ma la bellezza di cui sentiva il bisogno al fronte, la grandezza della natura in tutte le sue forme che gli era negata. E riflettendo su quello che dovrà essere la sua opera, si sente in dovere di ripercorre almeno mentalmente in un lungo flashback l’ultimo incontro della sua esperienza militare, forse l’unico davvero significativo: l’amicizia con l’ufficiale Vranàs, come lui colpito da una granata, ma molto meno fortunato. Infatti, il malcapitato si ritrova una brutta ferita, che al secondo intervento in sala operatoria degenera in cancrena costringendo i medici ad amputare l’arto. Seguono gli ultimi momenti di vita, caratterizzati da un costante declino mentale, che sfocia nella pazzia. Vranàs nel suo farneticare finisce per vedere persone lontane, compresa la moglie Saffo, che crede lo abbia raggiunto al campo ospedale per assisterlo nei tormenti della malattia. In realtà l’unico a non abbandonarlo è l’amico Leonìs, che giunge a promettergli che dormirà nel corridoio per lasciare il suo letto alla moglie, alimentando per pietà le sue fantasie. Di ritorno dal fronte il reduce, avendo appreso che la signora Saffo Vranàs adesso si dedica alla professione di maestra a Megalochori, un villaggio dove la famiglia Drivas da sempre ha una considerevole tenuta, decide che le farà visita per restituirle i pochi effetti personali lasciati in eredità dal consorte defunto…

    Il romanzo di Stratis Myrivilis si inserisce nel filone letterario dell’inizio del XX secolo legato al Simbolismo, presente in modo predominante più in poesia rispetto alla prosa e nato nei decenni precedenti dall’opera dei poeti maledetti francesi, tra i quali Verlaine, Rimbaud e Baudelaire. La maestra dagli occhi d’oro a una lettura superficiale sembra avere un impianto tematico e narrativo tipicamente ottocentesco, addirittura uno stile più romantico che naturalistico. Questo perché la storia è assai scorrevole e appare esclusivamente incentrata sulle emozioni, che i personaggi finiscono per manifestare apertamente per richiamare nel lettore partecipazione. Sensazioni prevalentemente di tristezza per l’incapacità di realizzare le proprie aspirazioni: da questo punto di vista emerge l’amore che appare impossibile tra Leonìs e Saffo, ostacolato dal costante ricordo del consorte di lei che sembra chiamare dall’Oltretomba l’amico, per fargli notare quanto sarebbe meschino se si approfittasse della sua scomparsa, per dare libero sfogo all’attrazione che prova nei confronti di sua moglie. Ma anche per quest’ultima la realizzazione dell’amore appare una triste chimera malgrado l’ancora giovane età, a causa dei legami familiari rimasti. In questi termini il romanzo di Stratis Myrivilis non risulta altro che una semplice storia d’amore destinata a rimanere irrisolta; ma andando oltre la superficie, si scopre l’aspetto simbolico presente in numerose immagini e nel comportamento di alcuni personaggi. Particolarmente interessanti sono le scene al mare, nella distensione dei corpi nel riposo sulla spiaggia o nel contatto originario con l’acqua. Quest’ultima accarezza le membra, le massaggia esponendole ai riflessi del sole, allontana Saffo, Adrianì e Leonìs da ogni tensione negativa. La bellezza del corpo raggiunge la sua massima espressione nelle fattezze della dolce maestrina, come la poetessa della letteratura antica di cui porta il nome la ragazza è simbolo di amore e sensualità. I suoi lineamenti sono agli occhi di Leonìs perfetti, ma la sua perfezione fisica è resa vana dalla profonda tristezza. L’editrice Crocetti, da sempre impegnata nella riscoperta e diffusione della letteratura neogreca, propone un’opera fondamentale per comprendere il legame tra autori occidentali e orientali nella compagine europea del primo Novecento. Apparso a puntate sulla rivista “Kathimerini” tra il 1931 e il 1932, La maestra dagli occhi d’oro fu pubblicato per la prima volta nel 1933 ed è stato riproposto solo l’anno scorso. Un romanzo in realtà, se non proprio assolutamente dimenticato, sicuramente nel tempo mai valorizzato come merita. Stratis Myrivilis era lo pseudonimo di Efstrations Stamatopoulos, nato a Lesbo nel 1890 e morto nel 1969. È stato una delle voci più originali della letteratura greca del Novecento, da sempre impegnato nei suoi romanzi nel riportare le proprie esperienze come combattente dei conflitti balcanici e della Grande Guerra. Giornalista e direttore della radio nazionale, negli anni Sessanta ricevette tre nomine al premio Nobel per la letteratura. Tra le altre opere maggiori sono da ricordare Vita nella tomba del 1924 e La Madonna dei marinai del 1951.

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