Sembrava tutto pronto per il replay delle semifinali dell’Europeo di tre anni fa. Fasi finali sempre giocate in Italia, sempre con Polonia e Slovenia da una parte, e Francia e Italia dall’altra. I campioni del mondo in carica dovevano vedersela con la sorpresa del gruppo C, la Finlandia. Non una formalità, perché la formazione scandinava già nel girone era stata in grado di battere avversarie più quotate, cioè Serbia e Belgio, ma era lecito aspettarsi che la squadra di Fefè De Giorgi facesse valere i rapporti di forza, come nell’ottavo di finale di domenica contro la Danimarca. Un successo, quello per 3-0 ottenuto domenica contro la Nazionale nord-europea, che ha rappresentato il momento più convincente di una squadra che in questo Europeo però ha mostrato pregi e difetti abbastanza marcati.
Pur avendo chiuso il girone A al primo posto, quest’Italia si è dimostrata fragile proprio in quello che sembrava uno dei suoi principali punti di forza nella storia recente, il muro difesa. La flessione in questo fondamentale è passata inevitabilmente dal cambio dei centrali rispetto all’ultimo Mondiale: Anzani dopo il trionfo nelle Filippine ha dato l’addio alla Nazionale; Gargiulo ha abbandonato il ritiro azzurro nel corso dell’estate a causa di problemi di salute mentale; mentre il miglior muratore della storia recente dell’Italia, Roberto Russo, ha spiegato di aver lasciato il gruppo a causa «di un piccolo problema alla schiena che adesso sto risolvendo».
Al loro posto De Giorgi ha chiamato, oltre al rientrante Galassi, due giocatori esplosi a Modena nell’ultima stagione regolare, Sanguinetti e Mati. Due grandissimi attaccanti, ma che a muro hanno molte più difficoltà nelle letture o nei posizionamenti. O meglio: il secondo, che ha appena compiuto 20 anni, sa mettere le mani di là dalla rete ed è capace pure di infilare dei bei filotti: contro la Danimarca ha stampato 6 dei 22 totali, uno dei muratori più prolifici del torneo. Il problema è la continuità nell’arco della partita, che purtroppo caratterizza in negativo un centrale come Sanguinetti il cui rendimento (eccelso) in attacco è inversamente proporzionale a quello a muro, con scelte e timing spesso rivedibili.
Contro la Finlandia questi non sembravano problemi insormontabili, anzi si guardava ai quarti con un certo ottimismo, specie dopo i 15 muri in 3 set fatti registrare contro i danesi. Che le cose non sarebbero state semplici, invece, lo si è capito subito. L’Italia ieri sera ha tenuto una buonissima regolarità in cambio palla (70% in attacco nel primo set), ma in fase punto ha avuto subito problemi ad arginare i due punti di riferimento avversari, l’opposto Jokela – che a maggio è arrivato a giocarsi le final 4 di Champions League – e l’ex Monza Luka Marttila, fratello dell’altro schiacciatore Nooa. Sul 19-18 però è riuscita a piazzare il break grazie a due murate fragorose di Mati sullo stesso Luka Marttila e un ace di Romanò che hanno indirizzato il parziale (22-18, 24-20).
Anche in un set in cui aveva scricchiolato in ricezione e non era stata in grado di allungare gli scambi, l’Italia quasi naturalmente si era imposta e si pensava che alla lunga battuta e attacco avversario sarebbero calati quasi per inerzia, come accaduto ad esempio ad avversari più modesti ma comunque fastidiosi come Grecia e Repubblica Ceca nel girone. Invece gli azzurri non sono riusciti mai a prendere davvero il ritmo partita e dare la sensazione di essere in controllo, in una gara scandita soprattutto da scambi brevi e tanti errori al servizio, 24 per i padroni di casa e 25 per la Finlandia.
A fare la differenza non saranno tanto il servizio al salto del trio di palla alta scandinavo, quanto i turni in salto float con i due centrali, Haapaniemi e soprattutto il neo entrato Tyynismaa, che firma l’ace del 20-19 con una floattante di rara tensione che Balaso non riesce a gestire mettendo tutto il peso del corpo all’indietro. La ricezione è stata l’altro fondamentale carente in questo torneo: la seconda linea ha subito più ace di quanto non fossimo abituati nel recente passato, per quanto poi con un Giannelli così in forma bastasse tenere la palla alta anche nei 4 metri (tanto il capitano si sarebbe inventato una pipe o un primo tempo spostato).
Nonostante questo, l’Italia si era guadagnata due set point, anche grazie a un attacco del rientrante Michieletto alla Michieletto (un mani fuori ricadendo all’indietro da fermo). Un nuovo turno dai 9 metri di Tyynismaa, però, ha staccato la ricezione (sempre di Michieletto) e ha costretto Romanò ad attaccare due palloni scontati che non è riuscito a mettere giù.
A posteriori il secondo set è stato lo spartiacque di un quarto di finale in cui la Finlandia ha mantenuto un livello altissimo in attacco e nel terzo è salito addirittura dal 59 al 60% di positività. Prendere Jokela (16/21 tra secondo e terzo parziale senza neanche un errore) è diventato praticamente impossibile, un po’ perché l’opposto ha variato i suoi colpi (oltre al più gettonato attacco in 6-5, anche qualche parallela o qualche mani fuori), un po’ perché il muro non riusciva mai ad arrivare composto su di lui. E quando lo faceva, spesso il centrale “volava via” lasciando la diagonale libera. Di certo, oltre alle spaziature e al timing dei centrali, ha influito il rendimento deludente dei laterali, anche da parte di quelli che di solito forniscono buone risposte come Romanò e Lavia.
In una serata che ha assunto toni via via sempre più drammatici, gli azzurri non hanno trovato nel servizio (la pietra miliare dell’ultimo Mondiale) un’ancora di salvataggio. Del resto questa Italia ci ha messo qualche gara a prendere confidenza col fondamentale nelle gare a Modena e una volta che la squadra si è spostata a Torino sembrava tornata al punto di partenza, costretta a dei compromessi tra la battuta a tutto braccio e un servizio più tattico che alla fine non hanno pagato.
Negli ultimi due set in realtà i suoi migliori battitori, Romanò e Bottolo, hanno pure servito discretamente, ma sono stati neutralizzati da una grande prova delle ricezione scandinava (32% di perfetta e il libero Koykaa addirittura al 50, contro il 18 di quella italiana).
Senza la battuta, un muro lacunoso e un primo tocco, quella della ricezione, che non riusciva a dare altezza alla palla (il palleggio ha funzionato pure peggio del bagher), Giannelli non aveva grandi opzioni se non appoggiarsi al laterale più vicino, cioè Romanò, che ha una velocità di braccio e una forma da passare anche in una serata come questa (20 punti e 63% in attacco). Il problema è che le altre due bande invece si sono sgonfiate. Bottolo ha perso coraggio e dopo i parziali centrali a efficienza negativa è passato solo su alzata rapida (super o pipe), rifugiandosi in colpi conservativi su palla scontata, mentre Lavia – la miglior versione di Lavia da due anni a questa parte dalla frattura alla mano destra, va detto – non è andato oltre il 39% in attacco.
Nel terzo sono stati entrambi sostituiti, da Michieletto e Porro, quando la situazione era già precipitata (2-6, 3-9). Prima di loro era entrato Galassi al centro al posto di Mati (e non Sanguinetti, forse perché nonostante i limiti a muro costituisce comunque un’uscita molto forte, capace di giocare ogni tipo di primo tempo e di realizzare 7 punti su 7 attacchi nei primi due parziali). Il set è scivolato via in 25 minuti sugli attacchi di Luka Martilla e Jokela, 10 punti in due, di fronte a un’Italia impotente (16-25).
Nel quarto De Giorgi è tornato al sestetto iniziale, fatta eccezione per Galassi, e nella sofferenza sembra costruire finalmente qualcosa: Lavia conquista il primo scambio lungo della partita al quarto attacco (8-5), poi finalmente cresce di livello anche Balaso. Il libero della Lube è stato il meno positivo tra i titolari nella fase a gironi e anche nei primi due set era andato in crisi, impreciso in ricezione e in difesa. Nel quarto Balaso aveva iniziato a dare più qualità alla sua ricezione e tenere vivo qualche pallone in difesa, dando fiducia e speranza a una squadra che sembrava sentire tutto il peso della pressione, mentre camminava sull’orlo del precipizio. In questo contesto l’ace di Giannelli del 22-19 ha ipotecato un tie break a cui l’Italia è arrivata forse con più convinzione, dopo essere riuscita a limitare finalmente Jokela (merito anche dello spostamento di Giannelli a muro in posto 4?).
Nel quinto set effettivamente i padroni di casa erano stati in grado di allungare sul 5-2 e sull’11-8 con una battuta corta di Romanò che aveva il sapore del punto della vittoria, vedere per credere la linea di ricezione avversaria per una volta impietrita. Invece la Finlandia ha avuto il merito di ribattere ogni volta e breakkare, grazie ai colpi di Luka Marttila (muro su Lavia e ace del 12-12). Il match point è crudele, perché ad attaccare fuori (e a regalare una storica semifinale agli avversari 13 anni dopo l’impresa con Berruto in panchina) è proprio Yuri Romanò, uno dei migliori di questa spedizione.
La sensazione era che i problemi in fase break emersi in corso d’opera fossero troppo grandi per vincere questa competizione, specialmente di fronte a una delle migliori versioni della Polonia in questi anni, però alla vigilia del torneo era obiettivamente impensabile che questo gruppo non arrivasse almeno in semifinale. È la prima vera competizione che buca l’Italia di De Giorgi, arrivata sempre almeno nelle prime quattro dal 2021 tra Europei, Mondiali e Olimpiadi. I segni però c’erano stati, al termine di un’estate in cui era uscita malamente anche dai quarti di Nations League, dopo aver subito 14 ace in 3 set.
Quello contro la Finlandia è però un risultato ben più deludente. Certo, ci sono le attenuanti degli infortuni di Russo e Michieletto. Ma andando oltre l’eliminazione andrebbero fatte delle valutazioni sulle scelte e sulla linea guida di De Giorgi. Insistere per esempio su un sestetto a oltranza, toccando pochissimo la panchina se non a situazione compromessa, come nel terzo set di ieri o a qualificazione già acquisita (come contro la Slovenia). Balaso è apparso lontano dai suoi standard, eppure Laurenzano, che è molto più di un’alternativa, ha giocato titolare solo contro la Slovacchia. Anche nei vari momenti in cui la seconda linea ha sofferto o la battuta non pungeva, il tecnico pugliese ha insistito sul sestetto base, inserendo al massimo Sani dopo quota 20 punti o facendo ruotare i centrali, alla ricerca di un incastro che non ha mai trovato.
Non è stata chiara neanche la gestione degli infortunati – da Russo, che si è “chiamato fuori” (senza spiegazioni ufficiali da parte dello staff medico), a Michieletto che in questi Europei è tornato finalmente in campo. Dopo la frattura da stress alla schiena diagnosticata a fine gennaio, è rientrato dopo quasi 9 mesi, anche qui senza report ufficiali riguardo le sue condizioni, che hanno alimentato ogni tipo di speculazione.
La sera della partita inaugurale con la Svezia, il diretto interessato aveva spiegato che: «Ho i salti contati, oggi li avevo terminati. Ne ho 20-30 supergiù, ma vanno aumentando ogni giorno. Fisicamente ci sono, mi manca un po’ il gioco perché ho sempre lavorato da solo. Se andiamo avanti, magari posso dare un contributo anche in prima linea». Lo schiacciatore di Trento ha assaggiato il campo, ma non più di un set e mezzo consecutivo, in cui ha fatto comunque vedere cose positive contro Slovenia e Danimarca. Nel momento di necessità, però, De Giorgi non lo ha schierato, non sappiamo per scelta tecnica o fisica (o banalmente perché il suo ingresso nel terzo parziale non aveva convinto il commissario tecnico).
Il prossimo anno sarà utile a recuperare gli infortunati, ma anche a pensare come ampliare le soluzioni e la competitività di un gruppo che per fortuna dispone di tanto talento e alternative in ogni ruolo. Si vince o si impara, si dice, e l’Italia sembra aver bisogno di imparare qualcosa.
