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Prima i droni. Poi i sabotaggi. E ora gli avvertimenti delle intelligence europee. In pochi giorni la minaccia russa è tornata al centro dell’attenzione dei governi europei, mentre la guerra in Ucraina produce conseguenze sempre più vicine ai confini della Nato.
Il 24 settembre un drone russo di tipo Gerbera è precipitato in Moldavia e un altro in Romania dopo aver attraversato lo spazio aereo del Paese. Nelle stesse ore altri droni russi hanno sorvolato l’Ucraina occidentale, vicino ai confini con gli stessi due Paesi. La Polonia ha inoltre evacuato temporaneamente due valichi di frontiera con l’Ucraina durante gli attacchi russi.
APPROFONDIMENTI
Il giorno precedente, sempre in Polonia, un incendio aveva colpito una stazione terrestre Starlink a Wola Krobowska. Il vicepremier Krzysztof Gawkowski ha parlato di sabotaggio deliberato, senza però indicare ufficialmente un responsabile. Anche a Berlino, nella serata del 23 settembre, un drone non identificato ha provocato la temporanea sospensione delle operazioni all’aeroporto di Brandeburgo. In questo caso non è stata stabilita alcuna attribuzione alla Russia. Presi singolarmente, dunque, gli episodi non dimostrano che Mosca stia attaccando la Nato. Ma osservati insieme mostrano quanto la guerra si stia avvicinando al territorio europeo.
I droni e la nuova guerra ibrida
Il caso più evidente è quello dei droni Gerbera. Nella notte tra il 23 e il 24 settembre la Russia ha lanciato un nuovo attacco combinato di droni e missili contro l’Ucraina, interessando anche le regioni occidentali del Paese.
Secondo le autorità ucraine, quattro droni hanno sorvolato la regione di Chernivtsi, dirigendosi verso obiettivi vicini ai confini con Romania e Moldavia.
Tre sono stati abbattuti, mentre un altro ha proseguito verso la Romania. Per i Paesi della Nato il problema non è soltanto la possibilità di un attacco deliberato. È anche il rischio che un drone perda la rotta, venga spinto oltre confine o provochi un incidente durante un’operazione militare. È qui che entra in gioco la guerra ibrida: sabotaggi, cyberattacchi, droni, operazioni clandestine e azioni contro infrastrutture strategiche che possono creare danni e pressione senza arrivare alla guerra convenzionale.

L’allarme dell’intelligence danese
Il 24 settembre il servizio di intelligence della Difesa danese ha avvertito che la Russia potrebbe intensificare nei prossimi mesi la propria guerra ibrida contro l’Occidente, con operazioni più frequenti e potenzialmente più dannose.
La valutazione parla inoltre di un rischio basso ma crescente di un attacco militare limitato contro uno o più Paesi Nato confinanti con la Russia. Non si tratta però dell’annuncio di un’imminente invasione dell’Europa. La stessa intelligence considera altamente improbabile, allo stato attuale, una guerra convenzionale su larga scala contro la Nato. L’obiettivo della pressione russa, secondo la valutazione danese, potrebbe essere anche quello di mettere alla prova la coesione dell’Alleanza e la volontà dei Paesi europei di continuare a sostenere l’Ucraina.
Come può nascere l’escalation
Un drone russo che entra nello spazio aereo di un Paese Nato può essere un incidente. Un incendio può essere un sabotaggio, ma senza un responsabile identificato. Un cyberattacco può avere una matrice statale oppure criminale. Il problema nasce quando episodi di questo tipo diventano sempre più frequenti e coinvolgono più Paesi.
La sequenza potrebbe essere semplice. Un incidente, un’attribuzione alla Russia, una risposta occidentale, una contro-risposta di Mosca e poi un nuovo episodio. L’escalation potrebbe quindi non partire necessariamente dalla decisione di iniziare una guerra, ma da una serie di azioni e reazioni che diventano progressivamente più difficili da controllare.
Ed è proprio l’ambiguità a rendere la guerra ibrida particolarmente delicata. Un’azione abbastanza grave da provocare una risposta, ma abbastanza poco chiara da rendere difficile stabilire immediatamente chi l’abbia ordinata, può mettere alla prova la capacità della Nato di reagire senza allargare il conflitto.

Cosa succederebbe con l’articolo 5
L’articolo 5 della Nato stabilisce il principio della difesa collettiva. Un attacco armato contro un membro viene considerato un attacco contro tutti. Ma questo non significa che ogni incursione o sabotaggio faccia automaticamente scattare una guerra contro la Russia. Gli alleati devono valutare le circostanze e decidere quale risposta adottare.
Ed è proprio questa zona grigia a rappresentare una delle principali sfide per l’Alleanza. Distinguere un incidente da una provocazione, un’azione criminale da un’operazione statale, e una violazione accidentale da un vero attacco.
La Russia vuole davvero una guerra con la Nato?
Le informazioni disponibili non consentono di affermare che Mosca abbia deciso di iniziare una guerra aperta contro l’Alleanza Atlantica. Quello che emerge dagli ultimi rapporti è piuttosto un aumento delle attività che le intelligence occidentali considerano parte della guerra ibrida russa, insieme alla possibilità di azioni più aggressive nei confronti dell’Europa. La distanza tra il campo di battaglia ucraino e il resto del continente, intanto, si è ridotta. Droni, sabotaggi e minacce alle infrastrutture stanno portando la guerra sempre più vicino ai confini della Nato.
Il rischio, quindi, non è necessariamente quello di una guerra Russia-Nato imminente. È soprattutto quello di un’escalation nella quale un incidente, una provocazione o una risposta troppo forte possano trasformare una guerra ibrida in uno scontro diretto.
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