Giurista ed ex giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo, András Baka è il nuovo presidente dell’Ungheria, Una figura indipendente, che in passato si è scontrata con il governo di Viktor Orbán e che ora dovrà risanare la democrazia ungherese.
Per Péter Magyar erano due le caratteristiche che il presidente della repubblica ungherese doveva assolutamente avere: essere un simbolo di unità nazionale e non chiamarsi Tamás Sulyok.
Dopo la proposta (qualcuno forse direbbe tentata imposizione) di Tisza di candidare la campionessa di scacchi Judit Polgár, che ha rifiutato perché sentiva di non avere la forza di “unire una nazione divisa”, l’11 agosto scorso il Parlamento, con 140 voti favorevoli e 6 contrari, ha eletto come capo dello stato il giudice András Baka.
Ritratto di un giurista senza macchia
Sembra che quasi nessuno, in Ungheria, trovi da ridire sull’impeccabilità della figura di Baka, e chi ne mette in dubbio l’integrità difficilmente non verrà tacciato di maldicenza. Baka, infatti, è un giurista esperto e molto rispettato tanto in patria (per lo meno da una certa parte politica) quanto all’estero, con alle spalle un curriculum di tutto rispetto.
Dopo gli studi in giurisprudenza all’università Eötvös Loránd di Budapest, Baka è stato ricercatore all’Istituto di Scienze dello stato e del diritto dell’Accademia ungherese delle scienze, e nel 1990 è diventato direttore della Scuola superiore di amministrazione statale.
Figura importante durante gli anni della transizione democratica, nel 1988 Baka è stato tra i fondatori del Tudosz (Tudományos Dolgozók Szakszervezete), il sindacato dei lavoratori scientifici e tra il 1989 e il 1990 è stato leader dell’ÉSZT (Értelmiségi Szakszervezeti Tömörülés), il raggruppamento dei sindacati degli intellettuali.
Nel 1991 arriva a Strasburgo come giudice della Corte Europea dei Diritti dell’uomo (CEDU), dove ha servito per due mandati, fino al 2008.
Tornato in Ungheria, nel 2009, viene eletto presidente della Corte Suprema. In quell’occasione Fidesz, il partito dell’ex premier Viktor Orbán, che si trovava all’opposizione, aveva sostenuto la nomina di Baka, ma una volta al governo è stato ben presto chiaro che il giudice rappresentava un ostacolo e non un alleato.
Con la scusa della riorganizzazione della Corte Suprema nella nuova Kúria, il mandato di Baka è terminato anticipatamente dopo circa due anni e mezzo dalla sua elezione. Il 31 dicembre 2011 Baka viene così costretto a lasciare il suo incarico, ma non ha nessuna intenzione di farlo in silenzio.
Diventa così il primo giudice nella storia della CEDU a rivolgersi all’istituzione che aveva servito per diciassette anni per avere giustizia, e la ottiene. Nel 2016 la Corte dichiara che le autorità ungheresi hanno leso il diritto di Baka alla libertà di espressione, dal momento che la sua rimozione non è stata motivata da una reale necessità riorganizzativa ma da una pura ritorsione per le critiche che il giudice aveva mosso al governo Orbán.
Il “paradosso” Baka?
Lo scorso luglio il Parlamento ungherese ha votato un emendamento costituzionale per consentire la rimozione del capo dello Stato. Tamás Sulyok, che ha ricoperto la carica dal 2024, si è trovato costretto a firmare la norma che ha reso legittima la sua destituzione.
Sulyok è stato aspramente preso di mira da Magyar fin dal giorno della vittoria alle elezioni. Il premier ne aveva chiesto più volte le dimissioni volontarie, senza successo, e alla fine ha percorso la strada della riforma costituzionale. L’ex presidente della Repubblica rappresentava un ostacolo innanzitutto simbolico in quanto esponente del vecchio sistema che il governo Tisza si propone di smantellare fino alle fondamenta.
L’approvazione dell’emendamento costituzionale è stata possibile grazie alla maggioranza dei due terzi in Parlamento che il partito di Magyar ha ottenuto alle elezioni dello scorso 12 aprile, e nella rimozione dall’incarico di Sulyok c’è chi ha visto un ironico parallelismo con la rimozione di Baka. La riconfigurazione della Corte Suprema nella Kúria e la riduzione del suo mandato furono approvati proprio grazie alla stessa super-maggioranza, detenuta allora da Fidesz. Sembrerebbe dunque un paradosso che Baka possa assumere il ruolo lasciato da chi è stato destituito con lo stesso meccanismo che lo aveva colpito a sua volta.
I rischi insiti nell’avere un partito che detiene i due terzi di seggi nel Parlamento non sono sfuggiti a Baka, che subito dopo le elezioni, in un’intervista al sito di informazione 24.hu, aveva dichiarato di essere molto felice del risultato ottenuto da Tisza, perché per smantellare un sistema autoritario una maggioranza schiacciante è necessaria. Aveva però anche riconosciuto che, anche se il rischio di un abuso di potere è minore che in passato, non è certo nullo.
Non una marionetta
In Ungheria il Presidente della Repubblica ha funzioni per lo più cerimoniali, ma in certi casi può porre un veto alle leggi approvate dal Parlamento. Negli anni del regime orbaniano questo potere non è stato sfruttato e i presidenti hanno sempre collaborato con la linea dettata dall’esecutivo.
È ragionevole pensare che Magyar, il quale ha spesso criticato Sulyok, accusandolo di essere un burattino di Orbán, si aspetti tutt’altra attitudine da Baka. E a ragione.
Il nuovo Presidente ha già mostrato, come in passato, di pensare e agire senza condizionamenti, pronunciandosi ad esempio contro la limitazione dei mandati per il primo ministro, uno dei cavalli di battaglia di Magyar.
Ha anche promesso di mantenere un dialogo più ampio possibile per la stesura di una nuova Costituzione e ha ribadito il suo impegno per ricostruire la democrazia ungherese.
“La maggior parte della società adesso avverte un senso di liberazione e speranza. Tutti gli altri sono delusi e si sentono incerti. In una società democratica questo non è anomalo, ma è il naturale stato delle cose” ha detto nel discorso al Parlamento subito dopo la sua elezione, aggiungendo, come monito: “Non possiamo costruire una nuova Ungheria sulla base della vendetta”.
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