“Il mondo è più grande di cinque”. Recep Tayyip Erdoğan ripete da anni come un mantra questa frase per contestare il potere dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. A New York, nel pieno di un’Assemblea generale segnata dalle guerre e dalle fratture fra le potenze, il presidente turco ha rilanciato la richiesta con una proposta più netta: abolire il diritto di veto, rafforzare l’Assemblea generale e costruire un Consiglio nel quale i membri siano eletti per mandati a termine. La domanda posta da Ankara riguarda tutti: può un’istituzione incaricata di difendere la pace restare ostaggio delle decisioni di cinque Stati? È una domanda fondata.
L’attuale Consiglio di Sicurezza dell’Onu riflette i rapporti di forza usciti dalla Seconda guerra mondiale. Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito conservano la possibilità di bloccare risoluzioni anche quando una larga parte della comunità internazionale chiede di agire. Il veto può trasformarsi in una garanzia per i rispettivi alleati e in una barriera davanti alle crisi più gravi. Erdoğan propone di spezzare questa asimmetria, senza limitarsi ad allargare la cerchia dei Paesi privilegiati: se il problema è un potere sottratto al controllo della maggioranza, distribuire nuovi veti non lo risolverebbe.
Per la Turchia la riforma dell’Onu è anche una scelta di collocazione internazionale. Ankara si presenta come voce di Paesi che non accettano più di essere spettatori delle decisioni prese dalle grandi potenze. Al tempo stesso rivendica un ruolo di interlocutore nei conflitti che attraversano il Mar Nero, il Medio Oriente e le regioni vicine. Non è soltanto un discorso sulle procedure di voto. È la richiesta di avere più spazio nella definizione delle regole e nella gestione delle crisi. La critica turca ottiene ascolto proprio perché intercetta un sentimento diffuso: molti Stati ritengono che la rappresentanza politica del mondo sia cambiata assai più rapidamente delle istituzioni chiamate a governarlo.
La Turchia coglie un difetto strutturale del sistema, ma la capacità di produrre pace dipende anche dalle scelte concrete dei Paesi che chiedono di riformarlo.
L’Assemblea generale di quest’anno rende visibile questo scarto. Il segretario generale António Guterres ha avvertito che le fratture del mondo si stanno allargando: “Le crepe sono diventate canyon”. Ha parlato di guerre che si protraggono, civili colpiti e diritto internazionale messo da parte. Nell’aula di New York tutti invocano dialogo, cooperazione e protezione dei civili. Fuori, continuano i combattimenti in Ucraina, la crisi umanitaria in Sudan, la violenza a Gaza e la guerra che coinvolge l’Iran. Se tutti sostengono di lavorare per la pace, perché le guerre continuano?
Lo scontro fra Recep Tayyip Erdoğan e Benjamin Netanyahu offre un esempio delle tensioni che attraversano il Palazzo di Vetro. Il presidente turco ha chiesto maggiore pressione internazionale su Israele per Gaza. Il primo ministro israeliano, accolto da un’uscita dall’aula di decine di delegati, ha pronunciato un discorso di sfida: ha difeso la politica del proprio governo e l’azione militare contro l’Iran, attaccando anche Ankara. Erdoğan e Netanyahu parlano entrambi di sicurezza, ma ne danno letture opposte e attribuiscono all’avversario la responsabilità di destabilizzare la regione. Il loro confronto mostra quanto sia difficile trasformare una tribuna internazionale in un luogo di convergenza politica.
La questione palestinese resta un banco di prova della credibilità dell’Onu e delle potenze regionali. Il presidente Mahmoud Abbas, intervenuto in video dopo il diniego del visto statunitense alla sua delegazione, ha rivendicato uno Stato palestinese capace di convivere in sicurezza con Israele. Netanyahu ha invece ribadito le priorità militari e territoriali del suo governo. In Cisgiordania, dove il premier ha ridimensionato la violenza dei coloni, i dati delle Nazioni Unite indicavano già a fine agosto 23 palestinesi uccisi nel 2026 nel contesto degli attacchi dei coloni e oltre mille feriti. Il dato non attribuisce indistintamente ogni morte ai soli coloni, ma documenta la gravità di una realtà che pesa su ogni prospettiva negoziale.
Per Ankara, criticare l’inerzia internazionale davanti a Gaza significa chiedere che il diritto non cambi valore a seconda di chi lo invoca. È un argomento che trova consenso in una parte considerevole del mondo. La sua forza, però, dipende dalla coerenza con cui viene applicato. Ogni potenza regionale tende a leggere i conflitti attraverso le proprie priorità di sicurezza, le alleanze e le rivalità storiche. Anche la Turchia, se aspira a essere una voce autorevole della mediazione, deve misurare le proprie posizioni con il criterio che propone agli altri: riconoscere diritti e timori degli interlocutori anche quando questo limita il proprio margine di manovra.
La Turchia è sempre più consapevole di essere diventato un attore centrale in Medio Oriente, ma non come potenza neo-ottomana come la retorica interna lascerebbe intendere. È vero che in patria il governo del presidente Erdoğan ha coltivato una narrazione nazionalista con sfumature neo-ottomane, invocando l’orgoglio per i rinnovati legami della Turchia con la regione e sottolineando la continuità di civiltà come passo verso la naturale leadership turca nel vicinato. Questa narrazione riscuote successo a livello nazionale, soprattutto tra la base conservatrice del presidente, e alimenta un senso di “destino” tra le élite conservatrici turche. Tuttavia, si tratta in gran parte di uno strumento di propaganda interna, con scarse prove di un dominio turco in Medio Oriente.
In realtà i quadri dirigenti turchi sono molto più moderati e realistici di quanto la comunicazione pubblica del Paese va diffondendo per darla in pasto alla base più nazionalista e nostalgica dell’elettorato del Partito della giustizia e dello sviluppo (Ak Parti) di Erdoğan.
Circondata da guerre e linee di faglia regionali, Ankara sta cercando di gestire il disordine, non di dominarlo in modo da proteggere i propri interessi fondamentali. Negli ultimi anni, la Turchia si è data da fare per prepararsi a quello che i suoi leader considerano sempre più un mondo post-americano, respingendo le minacce alla sua periferia e costruendo influenza politica ed economica nella regione. Il Medio Oriente è in fiamme e la Turchia non è pronta ad agire da sola, nonostante decenni di dichiarazioni di intenti a favore dell’autonomia strategica. Dalla Siria all’Iraq, dalla Libia alla Somalia, l’influenza turca è presente, ma non si è tradotta esattamente in un impero turco.
Questo non significa che Ankara non nutra aspirazioni a lungo termine per la proiezione del suo potere regionale. Ha alleati solidi come Qatar, Siria e Libia, e una serie di paesi con cui intrattiene legami commerciali o partnership di sicurezza. Tuttavia, i leader turchi sono oggi molto più realisti rispetto all’agenda trasformativa perseguita durante la Primavera araba, quando la Turchia sperava che la regione potesse essere rimodellata a sua immagine.
Non vi è dubbio che Ankara tenga a rimanere ancorata a Nato, Stati Uniti e Occidente in generale, ma non bisogna commettere l’errore di parlare di una Turchia che ora starebbe abbandonando la Russia e che si starebbe riavvicinando all’Occidente, alla Nato, agli Usa. La realtà è che Ankara resta ancorata alla sua strategia, non affatto recente. Ovvero ad una politica estera sempre più multidirezionale e multidimensionale.
È dagli anni Sessanta che Ankara è alla ricerca di una maggiore autonomia strategica, ciò si era manifestato molto prima che l’Ak Parti di Erdoğan arrivasse al potere. Le relazioni tra i due alleati Nato sono state sempre molto turbolente già a partire dal 1964, da quando il primo ministro turco İsmet İnönü premeva affinché l’allora presidente Usa Lyndon Johnson aiutasse la Turchia ad intervenire a Cipro per difendere la comunità turco-cipriota dalle mire irredentiste della Grecia e dei greco-ciprioti. Johnson con una storica lettera richiamò il governo turco a “non compiere alcun passo se non prima di essersi consultato con gli Stati Uniti, la Nato e l’Onu’’. Questo richiamo fu considerato da Ankara una umiliazione che suscitò una laconica quanto chiara risposta da parte di İnönü: “Verrà creato un nuovo mondo e la Turchia si troverà un posto in questo nuovo mondo”.
Quell’incidente fu la scintilla che innescò il processo di sviluppo dell’industria della Difesa della Turchia verso l’autosufficienza. Oggi questo paese produce il 65% del suo sistema bellico. Ankara impiegò un decennio per costruire una capacità militare necessaria per l’intervento e quando fu pronta, nel 1974 agì nonostante gli avvertimenti di Washington che rispose imponendo un embargo sulle armi al suo alleato della Nato e l’anno successivo il primo ministro turco Süleyman Demirel chiuse per tre anni, per rappresaglia, la base aerea strategica di İncirlik nella Turchia meridionale a tutti i voli degli Usa non Nato.
Da allora Ankara (dal 1964) cambiò il suo modo di relazionarsi all’interno dell’Alleanza Atlantica, al punto che il 1° marzo 2003 vi fu il rifiuto del Parlamento turco all’utilizzo del proprio suolo come base per l’invasione dell’Iraq nella seconda guerra del Golfo.
Ora Ankara agisce come un “paese centrale”. La nuova Turchia di Erdoğan è ora indubbiamente transazionale nella sua politica estera. Il transazionalismo erdoğaniano non implica necessariamente ostilità, ma il leader turco sembra disposto a lavorare con gli alleati transatlantici su una base “à la carte”.
Nella Turchia pre-Erdoğan, l’identità transatlantica era amata e sostenuta non solo come necessità geopolitica, ma anche come eredità del fondatore della Repubblica, Mustafa Kemal Atatürk, il quale affermava che raggiungere “il livello della civiltà contemporanea” era la missione della giovane repubblica, ed è stato questo un obiettivo che ha portato a una spinta dall’alto verso il basso per la modernizzazione e l’occidentalizzazione.
Ankara non vuole cambiare campo allontanandosi dalla Nato e avvicinarsi all’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, un’organizzazione eurasista di difesa e sicurezza formata nel 2001 da Cina e Russia nel tentativo di rivaleggiare con l’Alleanza Atlantica. Al contrario, la Turchia vuole mantenere un piede in ogni campo mentre espande la sua influenza in Medio Oriente e Asia centrale e il suo potere economico in modo più ampio, anche se Erdoğan cerca una netta rottura con l’Occidente quando si tratta di ideologia e di cultura. Ma la nuova Turchia ritiene di avere ancora una identità occidentale. Tuttavia, a differenza di quella del XX secolo, questa identità non è più esclusiva o binaria.
Ora la Turchia di Erdoğan è un paese multiallineato che si siede comodamente dove vuole su qualsiasi questione geopolitica, che si tratti della guerra in Ucraina, del conflitto nel Caucaso meridionale o dı quello in Medio Oriente. Questa postura consente ad Ankara di rimanere sotto i riflettori e di proteggersi da quasi tutti gli attori, anche se rimane parte dell’alleanza Nato.
L’81ª assemblea generale dell’Onu ha confermato che le relazioni tra Erdoğan e Netanyahu sono irrecuperabili, si sono profondamente deteriorate, soprattutto dopo Gaza. Ankara vede nella crescente assertività israeliana un tentativo di definire con la forza il nuovo ordine regionale. Israele, dal canto suo, considera con apprensione l’espansione dell’influenza turca in Siria. Il problema non si risolve fingendo che una delle due percezioni non esista. Servirebbero regole di comunicazione, limiti comprensibili a entrambi e un confronto politico sul futuro anche dello Stato siriano dal mediventato terreno di scontro per l’egemonia regionale. Ma la rivalità fra Turchia e Israele si proietta anche nel Mediterraneo orientale, dove Gerusalemme ha intensificato la cooperazione militare con Grecia e Cipro. Lo Scudo di Achille, il sistema di difesa aerea multilivello che Atene intende realizzare con tecnologie israeliane, viene presentato come una protezione contro missili, aerei e droni. Rientra in un più vasto programma di modernizzazione delle forze greche, che comprende nuovi velivoli, navi e sistemi d’arma. Offre alla Grecia una capacità difensiva maggiore e occasioni di sviluppo industriale. Per Israele è anche un importante accordo militare e un modo per rafforzare la propria presenza strategica in Europa.
La Grecia ha le sue ragioni di sicurezza e considera il riarmo una risposta alla forza militare turca e all’instabilità regionale. Ankara, però, osserva questi sistemi da una prospettiva diversa. Vede tecnologie israeliane installate vicino alle coste anatoliche mentre si confronta con Israele in Siria. Il rischio è un meccanismo ben conosciuto: Atene presenta un acquisto come difensivo, Ankara lo interpreta come una minaccia e prepara contromisure; queste, a loro volta, rafforzano i timori greci. Il fatto che la Turchia studi scenari che comprendono anche la guerra non significa che una guerra sia imminente. Significa che la competizione viene ormai valutata su più fronti collegati tra loro.
Nell’Egeo le controversie sono antiche e restano irrisolte. Ankara contesta la militarizzazione di alcune isole greche richiamandosi ai trattati di Losanna e Parigi; Atene respinge l’interpretazione turca e rivendica il proprio diritto all’autodifesa. Le due parti divergono anche sull’estensione delle acque territoriali e sulla delimitazione delle aree marittime. La prospettiva che la Grecia porti le proprie acque a dodici miglia nautiche viene percepita dalla Turchia come una limitazione inaccettabile del suo accesso all’Egeo. Le risorse energetiche del Mediterraneo orientale rendono queste rivendicazioni ancora più sensibili.
Perfino la creazione di parchi marini può diventare un nuovo terreno di confronto. Grecia e Turchia presentano le proprie iniziative come misure per proteggere l’ambiente; l’altra parte può leggerle come un esercizio unilaterale di autorità su zone contese. La tutela della natura e l’estensione delle acque territoriali sono questioni giuridiche diverse. Tuttavia, in un mare ristretto e politicamente sensibile come l’Egeo, tracciare un nuovo confine su una mappa può avere conseguenze che vanno oltre lo scopo dichiarato. La distensione seguita agli aiuti greci dopo il terremoto turco del 2023 aveva dimostrato che il dialogo è possibile; non aveva però risolto le controversie di fondo. Oggi quel dialogo va protetto da iniziative che ciascuna parte possa interpretare come un fatto compiuto. Esiste infine una dimensione economica che non possiamo trascurare: l’energia. La crisi dello Stretto di Hormuz ha mostrato quanto le esportazioni del Golfo dipendano da un passaggio vulnerabile. La Turchia vuole proporsi come alternativa terrestre e come punto di collegamento fra i produttori mediorientali, il Caucaso e l’Europa. Fra i progetti discussi vi sono il prolungamento dell’oleodotto Iraq-Turchia fino ai giacimenti di Bassora, un collegamento dei campi petroliferi siriani alla rete che porta a Ceyhan, un gasdotto dal Turkmenistan attraverso il Caspio e l’Azerbaigian e la vecchia idea di un gasdotto dal Qatar verso la Turchia passando per altri Stati della regione. Ankara propone anche nuovi collegamenti elettrici.
Sono progetti diversi per costi e possibilità di realizzazione. Il gasdotto dal Qatar dovrebbe attraversare molti confini e superare rischi politici e di sicurezza, mentre le esportazioni di gas naturale liquefatto offrono a Doha maggiore flessibilità. La rotta transcaspica richiederebbe investimenti, accordi di lungo periodo e un’intesa fra gli Stati coinvolti. Collegare i giacimenti siriani alle infrastrutture turche potrebbe essere più semplice sul piano tecnico, ma restano da chiarire il controllo dei territori e il finanziamento della produzione. Per l’Iraq, un collegamento fra Bassora e Ceyhan offrirebbe uno sbocco che aggira Hormuz; anche in questo caso, però, servono capitali, stabilità politica e protezione dell’infrastruttura. Una crisi può rendere urgente un progetto, ma non elimina gli ostacoli necessari per realizzarlo. L’apertura del confine con l’Armenia e il rafforzamento del cosiddetto Corridoio Medio attraverso il Caucaso e l’Asia centrale completerebbero questa strategia. Per Ankara, diversificare le rotte significa diminuire la dipendenza dai passaggi più esposti alla guerra e costruire influenza attraverso commercio e connessioni. Ma nessun oleodotto può sostituire la stabilità dei Paesi che attraversa. La sicurezza energetica, quindi, dipende anche dalla capacità della Turchia di favorire un Iraq e una Siria più stabili e di mantenere relazioni praticabili con i propri vicini.
